Il favoloso viaggio di “LUCA”: una Re-VIEW di Maria Elena Gutierrez

Nell’ultimo lungometraggio animato Disney/Pixar, “LUCA”, una creatura marina preadolescente che porta il nome del titolo, si trova ad emergere dalle profondità marine per scoprire che “Lassù”, oltre la superficie, esiste un mondo di insospettabili meraviglie. Le sue guide saranno Alberto, un avventuroso coetaneo della sua stessa specie, la cui sfrontatezza ostentata si rivelerà nascondere un’intima fragilità, e Giulia, una vivace ragazzina affascinata dall’astronomia. Ribattezzatisi “Gli sfigati”, insieme sfideranno Ercole, l’arrogante bulletto locale, con l’obiettivo di aggiudicarsi l’ambita “Portorosso Cup”.

Concepito e diretto da Enrico Casarosa, e prodotto da Andrea Warren, “LUCA” è anzitutto una toccante celebrazione dell’amicizia. Tuttavia, se ci addentriamo oltre l’apparente semplicità dei suoi temi possiamo scoprire una complessità profonda quanto l’oceano stesso.

Nell’incipit ambientato nella sua patria subacquea, un Luca frustrato e disilluso dalla propria monotona esistenza di pastore di greggi ittiche, crea nel mare una bolla d’aria e contempla il proprio volto riflesso in quella sfera scintillante. Qualche scena dopo, vediamo Luca studiare l’ambiente circostante attraverso il fondo di un bicchiere di vetro: utilizzandolo per inquadrare a distanza un grammofono, ecco che l’oggetto inanimato assume una dimensione incantata. In queste peculiari sequenze – così come in tutto il film – veniamo esplicitamente invitati a vedere il mondo, e a vivere la storia, attraverso gli occhi del protagonista.

Guardando la realtà attraverso i contorni di un obiettivo – una bolla d’ossigeno, un bicchiere o l’occhio cinematografico stesso – otteniamo immediatamente una prospettiva diversa. Fantastica, in un certo senso. E quando Luca emerge per la prima volta dal mare e vede il magnifico paesaggio verde della Riviera italiana, con il suo cielo azzurro, il sole caldo, le nuvole soffici, i gabbiani, per lui si tratta di un’autentica rivelazione. Il mondo “di sopra” è di una bellezza straordinaria e noi, condividendo il suo sguardo, partecipiamo anche del suo senso di meraviglia. Attraverso gli occhi di Luca arriviamo a riscoprire la magia nascosta nel quotidiano stesso.

L’enfasi posta nella pellicola sulla questione del punto di vista trova un’illustrissima fonte di ispirazione nelle opere del grande regista giapponese Hayao Miyazaki. In una scena del film forse più iconico prodotto dallo Studio Ghibli, ovvero “Il mio vicino Totoro”, vediamo la giovanissima Mei guardare il mondo proprio attraverso un foro nel fondo di una lattina. Situazioni simili abbondano in “LUCA”, e invitano noi spettatori a riscoprire la realtà quotidiana cambiando l’angolazione da cui guardiamo le cose. E’ questo il potere suggestivo dell’Arte, capace di guidare e indirizzarci verso nuove, molteplici prospettive, offrendo tramite la sua mediazione l’opportunità di ottenere ciò che un Maestro come Picasso ha inseguito per tutta la sua vita: “vedere” con gli occhi un bambino. Dal momento che Enrico Casarosa non ha mai nascosto la propria devozione verso Miyazaki, non sorprende che nel suo film si trovino molteplici riferimenti al suo universo espressivo: l’uso di forme e composizioni stilizzate, la scoperta/rivelazione di una Natura incantata, la fascinazione per il volo. Anche nel nome del villaggio immaginario in cui Luca e Alberto si intrufolano grazie alle nuove sembianze umane – Portorosso – si cela probabilmente un tributo al capolavoro di Miyazaki “Porco Rosso”, tra l’altro ambientato proprio in Italia. Tuttavia, insufflando un proprio personale approccio “autoctono” e autoriale allo storytelling, all’ambientazione e ai personaggi, Casarosa riesce a caratterizzare la propria opera in modo efficace e suggestivo.

L’esperienza di Luca nel mondo “di sopra” è presentata attraverso una notevole sensibilità per i dettagli.  La texture delle pareti in pietra delle case è iperrealista, mentre i primi piani del mare che bagna la riva sono quasi fotorealistici. I colori vivaci e l’illuminazione d’atmosfera conferiscono una straordinaria sensazione di consistenza, volume e “tattilità”. Si percepisce la sensazione di camminare sui ciottoli della spiaggia e di assaporare il gelato che viene servito nella piazza del paese! Filtrato attraverso gli occhi di Luca, il nostro consueto mondo si trasforma in una fonte di miracoli. E di avventura.

Ma, attenzione: non si tratta di bellezza fine a sé stessa. L’uso attento della luce e del colore da parte del regista contribuiscono a ottimizzare l’atmosfera e ad approfondire la nostra comprensione dei personaggi. La sequenza cruciale in cui Luca “tradisce” Alberto si svolge davanti a un tramonto mozzafiato, con mare e cielo che paiono fondersi l’uno nell’altro in uno splendido arazzo fiammeggiante. La tavolozza cromatica è dominata da toni caldi arancione e rossi – i colori di Marte, divinità romana della guerra – e riesce a comunicare perfettamente la rabbia del confronto. Più tardi, una scena notturna sul tetto del nascondiglio dei ragazzini viene a malapena illuminata da deboli braci, accentuando la profonda malinconia del momento.

Questi momenti sono il risultato di ponderate scelte creative e rivelano la complessità nascosta nell’apparente linearità del film. Creando una serie di potenti risonanze emotive, essi ci permettono non solo di condividere le esperienze di questi personaggi, ma anche di scrutare nelle loro anime.

Altrettanto potente risulta il ruolo del paesaggio. Dal momento in cui osserviamo per la prima volta le verdi pendici costiere della Liguria, qualsiasi dubbio che ci si trovi in Italia scompare. Ogni dettaglio, ogni elemento decorativo è perfetto: dalla forma della pittoresca piazza di Portorosso al modo in cui la luce filtra soffusa attraverso i panni stesi sui fili del bucato. L’atmosfera nostrana pervade l’intera pellicola, dai luoghi al modo di parlare, passando per la suggestiva colonna sonora a base di canzoni popolari che spaziano dagli anni ’50 agli ’80 e di celebri arie d’opera come “O Mio Babbino Caro” dal “Gianni Schicchi” di Puccini. Una delle più celebrate icone di stile del cinema, la Vespa, viene qui posta al centro della scena quale oggetto del desiderio – e, forse, strumento della Provvidenza – mentre la fotografia che campeggia come un portafortuna sul manubrio della rudimentale “moto” costruita da Alberto ritrae Marcello Mastroianni, l’attore italiano più famoso del periodo.

La fotografia di Mastroianni è solo uno dei tanti riferimenti cinematografici disseminati nel film, parte di un metalinguaggio utilizzato da Casarosa per celebrare il Grande Schermo in tutte le sue forme. Il nome del peschereccio, nella sequenza di apertura, è “Gelsomina”, che è anche il nome della protagonista (interpretata da Giulietta Masina) de “La strada” di Federico Fellini, struggente quanto poetico film sulla scoperta di sé ambientato nell’Italia povera e rurale del secondo Dopoguerra, che nel ‘57 si aggiudicò l’Oscar nella prima edizione riservata al miglior film straniero. Le pareti di Portorosso sono tappezzate da manifesti che omaggiano proprio il cinema degli anni Cinquanta: oltre al già citato “La Strada”, ecco l’altrettanto celebre “Vacanze Romane” di William Wyler – immortali le iconiche sequenze con Audrey Hepburn e Gregory Peck che sfrecciano per la Capitale in sella ad una Vespa – e “20.000 leghe sotto i mari”, riuscita trasposizione Disney dell’omonimo romanzo di Jules Verne, in cui veniva messa in scena una visione fantascientifica e alternativa del mondo sottomarino.

Si tratta di un’Italia – più o meno idealizzata – rimasta impressa nella memoria della generazione del secondo Dopoguerra: una terra dove ancora aleggiano la fantasia e l’innocenza malgrado l’inesorabile avanzata della modernità. La marcia del progresso è qui simboleggiata non solo dalla Vespa, e dalle barche a motore che gli umani hanno cominciato a preferire alla vela e ai remi, ma anche dal treno, la “macchina a vapore” che porterà via con sé Luca alla fine del film.

Aderendo a un tropo cinematografico evocante classiche scene d’addio tratte da un centinaio di film diversi, la sequenza del treno offre quello che è senza dubbio il climax emotivo del film. Si tratta del momento in cui Luca realizza il suo sogno partendo con Giulia per frequentare la scuola congedandosi da Alberto, il quale a sua volta accetta di lasciare andare il suo migliore amico. È una situazione intrinsecamente triste, ma allo stesso tempo assai edificante. Davanti ai nostri occhi, due ragazzi diventano maggiorenni imparando cosa significa davvero l’amore. Quando Luca guarda l’orizzonte e scorge un raggio di luce illuminare l’isola dove lui e Alberto hanno vissuto tante avventure, è consapevole di stare lasciandosi l’infanzia alle spalle. Si tratta di un momento agrodolce, malinconico ma al contempo pieno di speranza, e in esso non possiamo non ritrovare un’eco del viaggio dello stesso Casarosa, allora ventenne: il giovane Enrico che saluta il “suo” mar ligure per attraversare il grande Oceano e andare a studiare Animazione negli Stati Uniti.

Chiunque abbia mai lasciato qualcuno, o qualcosa, dietro di sé per inseguire i propri sogni entrerà senz’altro in empatia con Luca mentre sale sul predellino di quel treno. Il suo viaggio è guidato dalla sete di conoscenza e da un’insaziabile curiosità verso i segreti del cosmo: un fuoco interiore le cui fiamme verranno alimentate dall’altrettanto entusiasta Giulia. Come molti altri bambini italiani prima di lei, quest’ultima ha senza dubbio imparato i versi del Canto XXVI dell’Inferno di Dante, in cui Ulisse esorta la sua ciurma a viaggiare insieme a lui verso l’ignoto:

“… fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza. Considerate la vostra semenza:”

Ecco, queste righe potrebbero essere state scritte espressamente per Luca.

All’inizio del film, vediamo i desideri segreti di Luca incapsulati in un sogno vero e proprio, una delle numerose sequenze fantasy che impiegano un linguaggio visivo simbolico ed estremizzato per catapultare il pubblico all’interno dell’immaginazione del protagonista. In questa parentesi onirica, Luca e Giulia volano fino a Roma a bordo di una delle macchine volanti di Leonardo da Vinci, e sorvolano il Colosseo. Arte, scienza e storia si intrecciano in questo “folle volo” sulle ali di un’erudita fantasia, e anche la letteratura si guadagna un suo iconico spazio con l’apparizione del “bambino di legno” Pinocchio che passeggia sotto di loro. I riferimenti al celebre burattino di Carlo Collodi pervadono la narrazione.

La stessa Giulia possiede una piccola scultura di Pinocchio, che conserva nella sua stanza. La canzone “Il Gatto e la Volpe” di Edoardo Bennato, esplicitamente ispirata all’ormai proverbiale coppia di mariuoli in cui si imbatte il protagonista del libro, accompagna un divertente montaggio di scene in cui i due ragazzi cementano la propria amicizia sull’isola di Alberto. Quando Luca muove i primi passi sulla terraferma, la sua goffaggine evoca i goffi inciampi del “burattino senza fili” nel celebre film d’animazione Disney del 1940. Quando infine il ragazzo immagina di frequentare una scuola, non immagina forse di diventare un ragazzo vero, proprio come Pinocchio? Certo che sì.

Lasciandosi alle spalle casa e famiglia d’origine, Luca alla fine chiuderà il cerchio, proprio come qualsiasi eroe che percorra il classico “viaggio dell’eroe” teorizzato da Joseph Campbell. Mentre la locomotiva si stacca dalla stazione, la pioggia che cade fa sì che Luca e Alberto ritornino alle loro forme originali di “mostri marini”. Abbiamo già assistito a questa metamorfosi molte volte nel corso del film – tra l’altro, un esito raffinato ed espressivo ottenuto dalle tecnologie d’animazione – ma solo ora riconosciamo come la trasformazione non rappresenti più l’alterità insuperabile che molti dei personaggi del film paventavano. Piuttosto, essa esprime una raggiunta unità. Luca non è più né umano né creatura marina. Meglio, adesso appartiene a entrambi i mondi. Lui è, semplicemente, Luca.

E così, in quel momento, ci ritroviamo all’inizio del film, per mezzo di un espediente registico di cui non ci eravamo resi conto prima ma che risulta evidente se riandiamo alle inquadrature iniziali di “LUCA”: in un chiaro rimando visivo al precedente cortometraggio di Casarosa, “La Luna”, il peschereccio “Gelsomina” solca le onde illuminate dalla luna. Tutto appare oscuro e misterioso, non c’è più confine tra il cielo ed il mare. L’ambiente è tornato primordiale: ci troviamo nel reame della favola.

Più “concrete” potrebbero sembrare le immagini del treno che percorre la Riviera dei Fiori, ma non per questo meno favolose, meno intrise del mito. Insieme, queste due scene fungono da fermalibri meravigliosamente bilanciati per la storia di Luca. Ci insegnano che acqua, terra e aria sono una cosa sola, e che non importa se viviamo sulla terra o in fondo al mare: siamo tutti, essenzialmente, individui in viaggio, alla ricerca dei nostri sogni.

La dott.ssa Maria Elena Gutierrez è amministratrice delegata e direttrice esecutiva di VIEW Conference, il principale simposio annuale sui media e le tecnologie digitali in Italia. Ha conseguito un BA presso l’Università della California Santa Cruz e un dottorato di ricerca dalla Stanford University. VIEW Conference si impegna costantemente a dar voce ai professionisti in prima linea nei settori Animazione, effetti visivi (VFX) e videogames. Per maggiori informazioni sul programma e le iniziative di VIEW 2021, visitate il sito ufficiale: http://viewconference.it