“Ciao, Dario”: l’ultimo saluto a Barezzi, regista delle “tre Milano”

Si sono svolte stamattina, a Milano, le esequie a Dario Barezzi, circondato per l’ultima volta da decine di amici e colleghi, tra cui Sergio Cavandoli e la moglie Simona Lanzi. A quest’ultima si devono le due foto iniziali di questo post, in particolare quella in cui è ritratta insieme a Barezzi durante le riprese dell’esilarante video della canzone di Enzo Jannacci, “Il Pesciolone“, un gioiellino di sgangerata comicità che racchiude in sé tutta un’epoca, un modo “intelligente” di fare e di concepire lo spettacolo e l’intrattenimento che fu patrimonio – si spera lo sia tuttora – non solo del capoluogo meneghino ma di tutto il Paese.

Autore, produttore e regista televisivo, Barezzi nella sua carriera ha lavorato per le maggiori reti televisive producendo e dirigendo più di cento documentari – tra cui quello sulla ‘storica’ notte della traslazione del sommergibile Enrico Toti al Museo della Scienza e della Tecnica San Vittore di Milano (la foto stavolta è di Guido Wilhelm, che insieme a Sergio Cavandoli partecipò all’evento).

Inoltre, centinaia di ore di programmi per la tv, soft-news, video istituzionali, videoclip, scritti e curati sia alla produzione che alla regia. Dal 1990 al 2000 ha collaborato alla realizzazione dei reportage televisivi della CNN Los Angeles, di Telepress a Milano (Diesis Group) e, a Roma, alle soft-news e documentari per AGI VIDEO (Agenzia Giornalistica Italia).

Dal 1990 al 2002 è stato consulente del Reparto di Cinematografia Scientifica del CNR di Milano, realizzando come produttore e regista diversi documentari ed educational che hanno partecipato a festival internazionali e sono stati trasmessi da France 2, ZDF, NHK.

Dal novembre 1997 al 2002, ha diretto “Contesto”, il talk-show letterario di Emilio Tadini della durata di 60 minuti (senza pubblicità): 100 puntate in onda fino a dicembre 2001 su Telepiù che si aggiudicano il “Premio Flaiano 2000” dedicato alla televisione culturale.

Dal 1998 al 2003 è stato autore e regista di 200 puntate di “Mosaico” di Renzo Salvi, sorta di mediateca per le scuole in onda su RaiEducational tutti i giorni in diretta dalle 10:30 alle 13:30, e per lo stesso canale ha realizzato documentari scientifici in Cile, Bolivia, Inghilterra, Stati Uniti. Regista televisivo dei Solisti Veneti, ha diretto le riprese di opere liriche e concerti del Maestro Riccardo Muti, realizzando anche il documentario in quattro lingue Riccardo Muti: dieci anni di lavoro alla Scala.

Nel 2009 ha diretto il docufilm “Fratelli d’Italia?” su sceneggiatura di Mariella Zanetta  per il Memoriale della Shoah di Milano: un film che s’interroga e ci interroga sul nostro essere cittadini dopo la Shoah, su eventi che potrebbero ripetersi: in tal caso, saremmo semplici spettatori? Una domanda che risuona attuale più che mai in questi tempi. Il film si svolge integralmente alla Stazione Centrale di Milano, da dove, in corrispondenza del binario 21, fra la fine del 1943 e l’inizio del 1945, partirono 20 convogli carichi di deportati, nella stragrande maggioranza, ebrei. I fatti e gli antefatti della storia sono raccontati con un ritmo incalzante, le storie dei protagonisti della Shoah italiana emergono dai ricordi dei testimoni diretti e da quelli di figli e nipoti.

Un film per tramandare la Storia.

Soprattutto, Dario Barezzi era un autentico milanese, capace di raccontare la propria città natale con occhi amorevoli quanto all’occorrenza disincantati, come ogni vero regista. E spesso nei suoi racconti Milano diventava la protagonista di un film, pieno di personaggi e vicende in parte immaginate ma in gran parte vissuti di persona. Cresciuto immerso nella cultura naïf di questa città, tanto da definirsi in un’intervista “figlio del Jamaica”, ovvero il noto locale di Brera frequentato dagli artisti più celebri della sua epoca (era nato nel ’62). Anche la sua carriera decollò presto, affermandolo come uno degli autori di riferimento della Rai, lavorando accanto a nomi del calibro di Enzo Jannacci, Franco Battiato e Riccardo Muti, ma anche accanto a tanti altri nomi forse meno noti ma altrettanto talentuosi e originali.

Diceva di aver vissuto almeno “tre Milano differenti”: quella degli anni Sessanta, “in bianco e nero nei repertori” ma piena di colori per lui che ci viveva, una sorta di Città di Smeraldo in cui i mezzi pubblici erano tutti di colore verde; quella plumbea degli Settanta, scottata della paura e dal terrorismo; e quella degli Ottanta, i “suoi” anni, in cui Barezzi finì gli studi e iniziò a lavorare, e a vivere la città intensamente, di giorno come di notte.

“Milano è una città che ha bisogno di essere lentamente scoperta: solo così è possibile arrivare alla sua essenza, una realtà aperta, sincera e pronta.”

Tra i suoi tanti ricordi cinematografici, considerava “Ratataplàn“, di Maurizio Nichetti, uno dei film più “milanesi” del cinema italiano, la cui casa di ringhiera usata nella pellicola dovrebbe esistere ancora in via Gaetano de Castillia al numero 22. Una delle ultime case rimaste, dopo la riqualificazione del quartiere Isola. Anche a questo serve il cinema: a ricordarci come eravamo.

E, se possibile, a farci riflettere su dove stiamo andando.

“E dov’è che andiamo?”

“Ma al mare, no?!”

“E dov’è il mare?”

“Mah… l’era qui un attimo fa…”

“Ah, beh. Si beh.”

Siamo partiti, ma di mattina
Perché ci vuole la disciplina
Siamo arrivati sullo stradone
Partito l’ultimo torpedone
Corrigli dietro coi tuoi piedoni

Tocca tirare anche il tuo gommone
Arriviamo prima che scoppi il motore
Saliva zero, lingua di fuori
E finalmente, ma un po’ lontano
Si vede il mare col suo baccano

Il mare è roba mai vista prima
È proprio come la cartolina
È proprio grande, oh, troppo grande
Mi tocca togliermi le due mutande

C’è l’ombrellone
C’è il pesciolone
C’è il mattarello
C’è un prete bello
Il festolone
Dentro il gommone
La mortadella
C’è tua sorella
Un birrolone
La passeggiata
La serenata
E la burrata

Manca del tutto l’orientamento
Posso disdire l’appuntamento
E vengo anch’io e no tu no
Ti vengo dietro col pedalò
(Ti vengo a prendere col pedalò)