Le “donne grandissime” di Shamsia che riportano i colori sui muri di Kabul

Shamsia Hassani, detta Shamsia, è nata nel 1988 a Teheran, in Iran, da genitori originari di Kandahar ed emigrati durante gli anni del conflitto in Afghanistan. Mostra interesse per la pittura fin dalla tenera età, ma lo studio delle arti arti era proibito ai giovani profughi come lei. Ritornata in patria, studiò arte tradizionale all’Università di Kabul, e quindi si impiega come insegnante e poi professore associato di scultura presso lo stesso ateneo. In questo periodo fonda anche il collettivo d’arte contemporanea Rosht.

Nel 2010, durante un corso organizzato a Kabul da Combat Communications, impara l’arte dei murales da Chu, un artista del Regno Unito. In base a quest’esperienza inizia la pratica della street art sui muri delle case nelle strade di Kabul. Una delle motivazioni, non trascurabile in un contesto difficile come il suo, è il costo più accessibile di bombolette spray e stencil rispetto alle attrezzature artistiche tradizionali.

“Credo che i graffiti siano una gran forma d’arte, perché li possono vedere tutti”.

Una delle sue opere sulle pareti del Centro Culturale di Kabul, conclusa in poco più di un quarto d’ora per il rischio di venire molestata, rappresenta una donna con il burqa seduta sotto una scala. In calce la scritta: “L’acqua può ritornare in un fiume arido, ma cosa succede al pesce morto?”.

Shamsia dichiara coraggiosamente di volersi opporre, col proprio lavoro, all’oppressione delle donne afgane nella loro stessa società.

Le opere di Hassani vengono divulgate anche in formato digitale grazie al progetto “Dreaming Graffiti”. Il suo successivo progetto è una serie di immagini in cui dipinge o fotografa su fotogrfie digitali allo scopo di esplorare i problemi di sicurezza personale e nazionale. In Afghanistan, dove esistono poche gallerie d’arte ma una quantità di muri vuoti, la street art diventa un’opportunità per rendere la città più bella e al contempo esprimere pensieri e opinioni anche scomodi.

Dopo aver contribuito a sdoganare la “street art” per le strade ‘ferite’ di Kabul, l’artista espone anche in India, Iran, Germania, Italia e Svizzera e nelle missioni diplomatiche di Kabul.

Il 14 giugno 2013 realizza un affresco murale all’Unione operaia di Ginevra, nel quartiere delle Grottes, che rappresenta donne migranti vittime di violenze e ricoverate in centri d’accoglienza. Si tratta di una data simbolica in Svizzera: in tale data viene infatti commemorato lo sciopero generale delle donne svoltosi il 14 giugno 1991. Nel 2013 si reca a Zurigo per partecipare alle attività del centro culturale Rote Fabrik.

Nel 2014 è finalista per il premio Artraker con il suo progetto “La magia dell’arte è la magia della vita”.

Lo stesso anno viene inserita tra i 100 esponenti dei “pensiero globale”.

La vita di un’artista di strada pone problemi particolari per le donne: mi preoccupo per la mia sicurezza e a volte ho paura, penso che dovrei lasciare, ma voglio rendere l’Afghanistan famoso per l’arte, non per la guerra. Voglio usare i miei quadri per ricordare alla gente il valore delle donne. Le sto dipingendo grandissime. Voglio dire alla gente: guardateci in modo diverso”.