Cartoons on the Bay 2018. Gary Goldman, la leggenda, incontra il pubblico di CotB.

Durante Cartoons on the Bay uno delle grandi emozioni è stata la presenza di una legenda del cinema d’animazione statunitense, Gary Goldman. Che insieme a Don Bluth ha creato capolavori come “Brisby e il segreto di NIMH”, “Fievel sbarca in America” e “Anastasia”.

Goldman ha tenuto una Masterclass e gli è stato dato il premio alla carriera. Una promessa che Roberto Genovesi gli aveva fatto nel 2010 quando lo stesso premio venne assegnato a Don Bluth, amico e collega di Goldman da una vita. Genovesi stesso ha introdotto moderato tutti gli incontri tra Goldman e il pubblico.

La masterclass si è tenuta venerdì 13 nella sala grande del Cinema Ambrosio. Il pubblico era quasi interamente composto da giovani studenti d’animazione o aspiranti tali. Persone che già conoscevano il lavoro di Goldman, per questo ha preferito raccontare come sia arrivato a fare animazione piuttosto che elencare i film fatti.

Per prima cosa chiede alla sala quanti sono studenti d’animazione, quanti vorrebbero lavorare nell’animazione e quanti lavorano nell’animazione. Le mani si alzano da ogni parte della sala. L’ultima domanda e in quanti preferiscono l’animazione tradizionale disegnata e in quanti la CGI. Quasi l’interezza del pubblico alza la mano per l’animazione disegnata, Goldman è apparso soddisfatto.

Racconta la sua vita confidando momenti complicati o leggeri sempre con un tono divertito da persona saggia che ricorda a tutti quanto sia importante imparare dai propri sbagli.

Nato in una cittadina della California in una famiglia modesta. Fin da piccolo si divertiva a disegnare e modellare vari materiali per fare pupazzi. Nella sua famiglia nessuno faceva un lavoro artistico, ma da piccolo sentì parlare di un amico di uno dei suoi fratelli maggiori che aveva lavorato per qualche tempo alla reparto animazione della Warner Bros. Ma la paga era bassa e cercando su un giornale trovò l’avviso messo dall’autore di una strip (Dennis the minace) che cercava assistenti, così finì per guadagnare 300 dollari alla settimana. Lui era un bambino e sentire che qualcuno potesse venir pagato per disegnare guadagnando anche più di suo padre fu una vera rivelazione. Decise allora di diventare fumettista e si impegnò nello disegno con tutte le forze. Almeno fino ai 17 anni, quando comprò la sua prima auto e da lì si rovinò. Iniziò a interessarsi più a girare in auto e uscire con le ragazze, rovinando la sua media scolastica.

Voleva ancora diventare un cartoonist, ma non voleva restare fermo nella sua città, voleva girare il mondo per vedere altri paesi. Così si arruolò nelle forse aeree dal 62 al 67 girò il mondo come voleva. Stazionò diversi mesi in Giappone, in una zona che adesso e diventata, ironia della sorte, Tokyo Disneyland. Poi per più di un anno in Germania, girò un po’ tutta l’Europa. Tornato negli USA finì in una base in un luogo desertico isolatissimo e noioso del Nord Dakota.

 

Frequentò un college non famoso e molto strano ma con un insegnamento artistico sorprendentemente valido, i suoi studi erano quasi totalmente pagati dallo stato o dai militari.

Congedato e con tanti viaggi alle spalle nel 1972 tornò a cercare lavoro come cartoonist. Si era anche sposato e avevano già un figlio.

Avvicinandosi al mondo dell’animazione trovò lavoro in uno studio dove producevano la serie TV de “La Pantera rosa”. La cosa gli era apparsa subito strana perché dopo aver dovuto convincere la segretaria a farlo parlare col direttore questo non solo lo assunsero subito incredibilmente felice, ma lo studio era quasi deserto.

La paga era bassa e per sopravvivere trovò un lavoro come barista. Quando pochi mesi dopo lo studio chiuse il direttore, che aveva una gran considerazione delle sue abilità, gli diede il numero di telefono dello Studio Disney e gli disse che doveva andare a fare domanda per farsi assumere. Quello era il momento migliore per farlo, perché in pochi anni tutti i grandi animatori sarebbero andati in pensione e stavano cercando sostituti.

Con grande emozione andò allo studio e mostrò il suo portfolio a un tizio poco interessato, che poi chiamò altri cinque tizi e insieme discussero sui disegni. Erano sei dei nove “Nine gold man” e la tensione dell’essere esaminato era tanta.

Dovette aspettare tre giorni per sapere se lo avevano assunto e passò l’attesa in preda al nervosismo non riuscendo a dormire e temendo di dover tornare nella base nel deserto.

Venne assunto e iniziò da una posizione bassa e pagata molto meno di quanto guadagnasse da barista. Lui d’animazione non conosceva assolutamente nulla, all’epoca non c’erano scuole che la insegnassero. Proprio in quegli anni stava iniziando a costruirsi la scuola d’animazione Disney CallArts, ma ancora non era ben organizzata e i neo assunti come lui erano mandati a imparare dai colleghi anziani. Fu allora che incontrò Don Bluth. Era alla Disney già da anni e aveva un talento naturale nell’aiutare i nuovi venuti. Fu in suo primo amico nello studio, gli spiegò tante cose e lo introdusse agli animatori storici e al loro lavoro. Tra questi il grande Frank Thomas, una leggenda dello studio. Approfittando di una vacanza di uno degli assistenti di Thomas Bluth lo mandò come sostituto, finì col diventare uno dei suoi assistenti disegnando le intercalazioni alle sue animazioni.

Ma il lavoro era tanto e difficile, non era per niente sicuro di riuscire a resistere e iniziava a avere dubbi sul suo talento. Fu allora che Don Bluth gli diede un consiglio. Ogni mattina davanti allo specchio avrebbe dovuto guardarsi e dire “SONO UN ANIMATORE”. Inizio a ripeterlo di continuo sperando di riuscire a diventarlo. Bluth gli diceva di tenere duro perché se restava l’assistente di Thomas ne avrebbe potuto prendere il posto una volta che questo fosse andato in pensione.

Intanto lui e Bluth avevano iniziato a lavorare a un loro corto. Nel tempo libero andavano nel garage di Bluth e portavano avanti il lavoro. Dopo alcuni mesi mostrarono gli storyboard a qualcuno, si accorsero di quanto fosse pessimo e rifecero tutto da capo.

Mentre portavano avanti Banjo the woodpile catdiversi studenti d’animazione iniziarono a andare a lavorare da loro, non solo perché il garage di Bluth si trovava vicino alla scuola, ma per imparare.

Alla Disney le cose stavano cambiando. Non c’erano più gli investimenti del passato e l’animazione doveva essere più semplice per costare meno. Altro problema erano le storie. Fatte sempre più solo per un pubblico di bambini mentre per loro dovevano essere storie che potessero piacere anche agli adulti.

Fu in quel periodo che scoprirono il libro “Brisby e il segreto di NIMH” volevano farci un film ma si rendevano conto che la Disney non lo avrebbe mai scelto una storia così. Gli proposero di aprire un loro studio e decisero di farlo.

Quando dissero alla Disney che se ne sarebbero andati la notizia ebbe un effetto forte. Mostrarono loro il lavoro fatto per Brisby e vene molto apprezzato, ma nessuno dello studio poteva credere che sarebbero riusciti a finire il film, era troppo costoso e difficile. Li seguirono 14 giovani neo-assunti. I più talentuosi, per la Disney fu un brutto colpo, ma per loro una grande occasione. La lavorazione fu difficile, dovettero assumere tanti animatori che avevano lavorato solo a serie televisive e non avevano idea di come si lavorasse ai lungometraggi. Dopo che finirono il film il riscontro del pubblico e critica fu scarso. dovettero licenziare molta gente e iniziò uno sciopero di protesta.

Fu allora che arrivò un tizio a proporgli di fare un videogioco per lui. Aveva visto Brisby e voleva assolutamente che lo facessero loro. Era “Dragon’s Lair”. Secondo Goldman se il giovane autore avesse saputo dello sciopero non avrebbero avuto il lavoro.

il problema è che loro non sapevano nulla di Videogiochi, ma sentendo la storia raccontata da questo tizio erano rimasti colpiti e si convinsero a collaborare. Il successo del gioco fu enorme. C’erano immense file di persone in attesa per comprarlo e vinsero molti premi. Fecero il secondo con risultati simili e un altro gioco prima che i produttori smettessero improvvisamente di scommettere su quel tipo di gioco. Non sapevano come fare, ma a quel punto Steven Spilberg decise di prenderli con se. Aveva avuto l’idea per una storia con quattro piccoli protagonisti completamente differenti che si univano per sopravvivere in una situazione difficile. Era “Alla ricerca della valle incantata”, Don Bluth si sentì in crisi, lui di dinosauri non ne sapeva nulla. Eppure lo fece e fu un successo enorme.

La storia è finita, parlando del presente col lungometraggio di “Dragon’s Lair” sperano di fare un grande ritorno dopo diciotto anni di nulla. Solo in quel momento Goldman si accorge che mentre stava parlando dietro si lui venivano proiettati i filmati con frammenti dei suoi film, allora si mette a parlare di alcuni di loro e degli inserti fatti per “Xanadu” (considerati da subito la parte migliore del film). Risponde a alcune domande del pubblico. Tra queste una fatta da una giovane aspirante animatrice su cosa suggerirebbe a dei giovani che vogliono fare un film ma sono senza soldi e con pochi mezzi. Risponde dicendo che il giorno prima ha incontrato due ragazzi (Alessandro Rak e Marino Guernieri di Mad Enterteinment) che in uno studio di 16 persone e con un budget ridottissimo hanno già fatto due lungometraggi. La cosa lo ha davvero impressionato, meravigliato e sorpreso perché sono bei film.

Questo è il fatto. Bisogna avere passione e credere nelle proprie idee. Certo, i soldi sono importanti. Ma non servono se manca la passione. La storia è per lui fondamentale, dev’essere fatta bene perché anche la migliore animazione possibile non serve a rendere interessante una cattiva storia. Non ha senso fare un’animazione fantastica per una pessima storia, è solo un modo di sprecare soldi e non permette agli spettatori di vivere la fantastica esperienza che cercano in un film.

La conclusione di quella serata era il consiglio di capire cosa si voglia fare, un lavoro che ti piace e ti diverte fare così da sentirsi bene anche nei momenti difficili. Il suo amore per l’animazione gli ha permesso di lavorare per anni felice, uno dei suoi fratelli gli disse di invidiato per quello, ma d’altro lato l’attaccamento al lavoro ha contribuito col fare andare via sua moglie, che conosceva da quando avevano quattordici anni, che un giorno gli ha detto che l’avrebbe lasciato perché lui che non l’avrebbe mai amata come il suo lavoro.

A sentire parlare Gary Goldmn si capisce quanto sia intricata la vita di un animatore artista.

La serata passata all’Aperitoon ha visto Gary Goldman attivo nel parlare con i registi italiani. In particolare con Francesco Filippi e con Marino Guarnieri (suo grandissimo fan e gran sostenitore del crowfunding per il nuovo lungometraggio) e Alessandro Rak. Era più che felice di parlare con tutti, chissà che non si formino delle collaborazioni.

Sabato è stato il giorno della consegna del premio alla carriera. Roberto Genovesi lo ha presentato alla sala e ha fatto varie domande.

Nei loro film cosa c’è di lui e cosa di Don Bluth? Goldman risponde che lavorano insieme da così tanto tempo che non si può distinguere il loro lavoro. È come un matrimonio in cui lui è la moglie, cioè la parte razionale e paziente che nelle discussioni deve scusarsi anche se non ha colpa perché sennò non si va avanti.

Nei film che fanno Don Bluth è sempre proiettato nel futuro. Tanto che inizia a pensare al film successivo quando ancora devono finire, lui rimane sui lavori iniziati e li finisce.

Ribadisce l’importanza della storia. Oggi, dove la tecnica trionfa e viene celebrata, lui cerca la storia che appassioni. È importante che faccia piangere oltre che ridere, che abbia un momento in cui tutto sembra perduto perché è in quelle situazioni dove ti chiedi se i personaggi ce la potranno fare che ti rendi conto di tenere a loro. Se manca questo momento lui non riesce nemmeno a ricordare il film. Tra i film che ha fatto il suo preferito è “Brisby e il segreto di NIMH” perché erano ancora giovani e innocenti. Dopo gli piacque molto anche “La valle incantata” e “Anastasia”, per le emozioni che riesce a suscitare nel pubblico.

Genovesi gli chiede come si sente una persona come lui, convinto nella fratellanza tra gli uomini, in un periodo dove il suo paese si è messo a bombardarne un altro paese. Goldman sembra molto addolorato, è di essere sempre stato un liberal e Trump non gli piace. Studiando la storia degli Stati Uniti ha sempre avuto l’idea che fosse come un massacro continuo di popoli. Lui, convinto che le si debbano aiutare i bisognosi senza distinzioni, è rimasto molto male dalle elezioni, ogni volta che vede un telegiornale è preoccupato perché sicuramente ci sarà una nuova assurda dichiarazione di “quello lì” che porterà scompiglio. Anche molti suoi amici, da sempre con altre idee politiche, sono imbarazzati e non sanno cosa dire. È un periodo difficile e rimpiange il fatto che nel suo paese il socialismo sia disprezzate perchè considerato uguale al comunismo mentre è un’altra cosa basata sull’aiuto reciproco e la collaborazione. Sia lui che Don Bluth hanno sempre aiutato gli altri, sia nella vita che nel lavoro, e continueranno a farlo.

Parlando della produzione del lungometraggio su “Dragon’s Lair” specifica che la storia sarà presa dal videogame, ma verrà ampliata e approfondita. Non sarà più incentrata sulle sfide da superare ma sui personaggi, che avranno una personalità forte. Il cavaliere non andrà a salvare la principessa per dovere o come se fosse un premio ma perché la ama, non vuole perderla e vuole salvarla dal drago a ogni costo. La principessa non sarà un personaggio piatto che aspetta di essere salvato ma tenterà di scappare più volte, aiuterà l’eroe a ogni possibile occasione e avrà un ruolo molto attivo. L’animazione sarà tradizionale fatta disegnando a mano su fogli mentre i fondali saranno fatti con il computer. Gli sviluppi della storia hanno fatto temere a lui e Don Bluth che i sostenitori che stanno finanziando il film potessero protestare accusandoli di aver fatto qualcosa totalmente diverso. Per questo sono stati chiari con tutti e mostrato gli sviluppi del lavoro. È contento che il responso sia stato positivo a ogni occasione.

Questo è tutto ciò che è successo a Gary Goldman durante gli eventi di Cartoons on the Bay, ci sono stati anche altri momenti interessanti, mentre guardava altre proiezioni o parlando con Bruno Bozzetto. Ma la sensazione di essere davanti a un grande dell’animazione temo sia impossibile da trasmettere per scritto.

Il suo sorriso gentile e la sensazione di tranquilla felicità di chi ama l’animazione, la fa da oltre quarant’anni e continua a amarla e farla felice di discuterne con altri appassionati. Una persona luminosa.