10 Dicembre 2015 17:00

Anteprime Sotto18: “In capo al mondo” sulla strada del Davai

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Davai!”, ovvero avanti, camminare!: tale era l’implacabile, impietoso ordine che i soldati dell’esercito sovietico intimavano alle truppe italiane stremate durante la cosiddetta “ritirata di Russia”, uno dei capitoli più infamanti per il governo fascista durante la Seconda Guerra Mondiale; migliaia di uomini, del tutto privi di adeguato equipaggiamento, deliberatamente mandati a morire di freddo e stenti, prima come carne da macello nella folle e vigliacca aggressione voluta da Adolf Hitler contro l’ex alleato Stalin e poi usati cinicamente come scudo per coprire la fuga in rotta delle “gloriose” armate naziste. Se mai vi fosse ancora bisogno di motivazioni per non desiderare un altro avvento al potere di personaggi analoghi a Mussolini & Co. – da taluni malconsigliati ancora rimpianti, senza peraltro averne mai sperimentato la totale inettitudine e meschinità – quella della tragica campagna di Russia dovrebbe bastare a fugare ogni incertezza.

Ma tant’è: siamo italiani, e tendiamo a rimuovere in fretta.

In modo assai meno traumatico, ma per certi versi altrettanto doloroso per la memoria, il termine “Davai” ritorna anche nel lungometraggio animato Tout en haut du monde (letteralmente: “In cima – o in capo – al mondo”, titolo tradotto in inglese col più esplicativo ma di minor suggestione Long Way North, “La lunga strada per il Nord”), film francese diretto da Rémi Chayé che si è aggiudicato il Premio del Pubblico all’ultimo festival di Annecy e che è stato proposto al pubblico italiano martedì 8 dicembre, presso la sala 1 del cinema Massimo di Torino nell’ambito del Sotto18 Film Festival.

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Davai” è anche il nome del veliero-piroscafo rompighiaccio ideato dallo scienziato esploratore russo Olukin, nonno della giovane aristocratica Sasha protagonista di Tout en haut du monde, il quale all’inizio della vicenda parrebbe aver trovato a bordo di esso il proprio tragico destino, proprio come i fanti italiani sul Don: partito per l’ultima missione nel tentativo di raggiungere il Polo Nord (eccola, la “cima” del globo terracqueo), Olukin è infatti scomparso, insieme al piroscafo e a tutto l’equipaggio. Oltre al dolore della perdita, la famiglia di Sasha deve affrontare anche il malcelato malanimo e gli intrighi di alcuni oppositori politici invidiosi della fama dell’illustre congiunto, tra cui un infido principe che riesce a sfruttare l’ingenuità della stessa fanciulla ai danni della carriera diplomatica del padre.

A questo punto a Sasha non può più contare sull’aiuto di alcuno, malgrado nutra una ferma convinzione che l’amato nonno sia ancora vivo. Ella ha infatti rinvenuto per caso un appunto segreto in cui Olukin segnalava di aver scoperto un nuovo “passaggio a Nord-Ovest” tramite il quale aggirare i ghiacci perenni dell’Artide, e in base al quale si sarebbero dovute modificare le coordinate delle sin lì infruttuose ricerche della spedizione dispersa; incapace di rassegnarsi, non le resta che partire da sola sulle tracce del “Davai“, ben sapendo che al termine della sua avventura l’unica meta ad attenderla potrebbe essere la fine di tutto, come per gli sventurati soldati che cadevano sulla neve uno a uno dietro l’inflessibile ordine di avanzare emanato dai propri guardiani.

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Realizzato in un “riposante” 2D, rispetto ai due film suoi compagni sia a Torino che al festival di Annecy (Adama e Avril et le monde truqué) Tout en haut du monde presenta una struttura narrativa e stilistica molto meno “sperimentale” e “filosofica”, ricordando forme e contenuti che richiamano piuttosto i grandi romanzi “per ragazzi(!)” di Verne (il ciclo de I viaggi straordinari) e le indimenticabili descrizioni del Grande Nord regalateci da Jack London: ragazzi e ragazze alle prese con la più grande avventura delle loro vite, per salvare adulti smarriti in zone remote e affascinanti del mondo da cui ritorneranno inevitabilmente maturati, nel corpo come nell’anima.

Lo stile visivo assai simile a quello, sintetico e colorato, dei libri illustrati o di alcune recenti graphic novels, accentua nello spettatore la (gradevole) impressione di ritrovarsi immerso in una di quelle appassionanti avventure che ci si beveva avidamente da bambini, nascosti sotto le coperte al lume di una pila, ansiosi di salpare per terre misteriose in un’epoca in cui l’umanità (intesa come uomini e donne) non si era ancora del tutto immolata sull’altare della “rivoluzione industriale” e il mondo appariva come un enorme campo di giochi pieno di misteri da svelare.

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Sorta di “Ismaele in gonnella” (ma si convertirà ben presto ad assai più funzionali pantaloni imbottiti!), l’inesperta quanto indomita Sasha imparerà a coniugare le proprie (ampie) conoscenze teoriche con l’esperienza conquistata duramente sul campo; e in questo caso la sua “palestra di apprendimento” sarà la nave di un capitano che “odia le donne“, in compagnia di marinai rotti a ogni compromesso e altrettanto ostili alla presenza femminile a bordo, ma anche conoscendo l’amicizia un coetaneo che poco a poco le insegnerà, letteralmente, a “issarsi” oltre ogni fatica e delusione, fino a ergersi “al di sopra” di tutto assumendo una nuova prospettiva sulle cose e, soprattutto, su se stessa.

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Basterà per riportare a casa nonno Olukin e il “Davai”?

Nella vita spesso si parte con un obiettivo per poi accorgersi che, lungo la strada, esso si è tramutato in qualcosa d’altro; anche per Sasha verrà il  momento di rendersi conto che il motivo per cui è giunta così lontano, forse, è diverso da quello che lei stessa immaginava: c’è un lavoro da terminare, un sogno da portare a compimento affinché un cerchio si chiuda e un altro cammino possa incominciare… e se la ricompensa più grande, a volte, è poter condividere malgrado tutto un istante irripetibile, allora può darsi che proprio in tale orizzonte sia racchiuso il significato, autentico, della parola “davai“: sempre avanti!

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