Sinfonia a Bombay

Sinfonia a Bombay tavole OK3

ESCE “SINFONIA A BOMBAY”, IL NUOVO GRAPHIC NOVEL DI IGORT

TRA INDIA E RUSSIA, IL RITORNO DEL ROMANZO D’AVVENTURA E LA STORIA DI UNA DONNA

 TENUTA IN OSTAGGIO, DI UN AMORE CHE DIVENTA OSSESSIONE, SOFFOCA E UCCIDE

Una spy-story orientale anni ’40 rivisitata in chiave moderna, tra fascino dell’esotico e rigorose geometrie, secondo lo stile del gruppo Valvoline. Un sogno narrativo coltivato per trent’anni da Igort, oggi maestro riconosciuto del fumetto, a confronto con il se stesso giovane autore d’avanguardia di trent’anni fa.

Per la prima volta in volume deluxe a colori, interamente rivista con 20 nuove pagine, una nuova introduzione e documenti inediti, la storia di Igort parzialmente apparsa a puntate trent’anni fa sull’inserto Valvoline di “Alter”.

Un racconto di destini incrociati a Bombay, “la città dei rendez-vous, di ricordi infiniti e di passioni che non vogliono morire”. Ispirato alla storia letta su un giornale di una danzatrice rapita dal suo amante e rinchiusa in un harem per 17 anni. Una storia più che mai attuale, sul tema dell’amore che soffoca e uccide.

Igort, oggi tra i maestri riconosciuti del graphic novel, torna sui suoi passi e si confronta con il se stesso giovane artista d’avanguardia del 1983. Una riflessione sul riscrivere e ridisegnare: un sogno narrativo coltivato per trent’anni.

Il progetto di Valvoline negli anni ’80: un momento di svolta per la narrazione a fumetti. Reinventare i vecchi generi del racconto e farne un oggetto moderno. Assorbire il Pop e il pulp, il noir e le crime stories, il fantastico e l’esotico: tutto digerito, e poi trasformato in nuove narrazioni fuori dai tradizionali binari. Frammenti d’avanguardia che fanno riferimento alle avanguardie storiche delle origini del ‘900 (futurismo, dadaismo, costruttivismo), sia del fumetto stesso (McCay, Feininger, Herriman…).

La storia inizia con la morte di Hiro Oolong, storico personaggio di Igort e Daniele Brolli, ex lottatore di sumo, malinconico e tormentato protagonista del precedente romanzo a fumetti “Goodbye Baobab”. Ma la scena si sposta subito in India. Il giovane Helios viene convocato dalle Sacre madri del tempio di Orissa per una missione: andare a Bombay per ritrovare le tracce di una consorella scomparsa nel nulla da 17 anni. La strada di Helios si incrocerà con quella di una strana coppia, il ricco mercante Othmar Babula e la bella, misteriosa Aparna Tagore, ballerina tenuta segregata, perdutamente innamorata del fantasma del famoso ballerino Nijinsky…

Tra l’India e la Russia, tra pittura, musica e nuove frontiere del linguaggio del fumetto, Igort crea un racconto d’atmosfera sospeso tra fascino dell’esotico e rigorose geometrie costruttiviste.

L’autore mette in scena una rilettura eccentrica di generi letterari e cinematografici come la spy-story, il romanzo d’avventura, il dramma psicologico e i film hollywoodiani in bianco e nero. Ma racconta anche la storia tristemente attuale di una donna tenuta in ostaggio, di un amore che diventa ossessione, soffoca e uccide.

Sinfonia a Bombay tavole Ok 4

 La prefazione di Igort:

Partire per Bombay

Questa storia fu pubblicata per la prima volta sulle pagine della mia rivista più amata, Alter Alter. Era il 1983, e allora non avevo compiuto venticinque anni.

Per me a quei tempi un racconto era un viaggio nelle culture orientali, latitudini che ricostruivo, immaginavo, in parte, e filtravo attraverso il fumetto. L’anno prima, 1982, avevo esordito con la prima storia lunga, Goodbye Baobab, un graphic novel, si direbbe oggi, di 90 tavole, scritto insieme a Daniele Brolli. Perlustrazione di un Sol Levante sognato attraverso i grandi romanzieri e disegnatori di stampe giapponesi.

E’ l’inverno del 1982, quando comincia questo nuovo viaggio. Sul mio tavolo da disegno pagine di appunti sparsi e disegni, vecchie foto, polaroid, mappe della vecchia Edo, banconote indiane, qualche numero dell’antologia Sun, saggi orientalisti, incensi, fotocopie, retini, lamette, sgarzini, quaderni degli anni 40 pieni di dialoghi e scarabocchi, l’odore dell’India di Pasolini, pennini Brause 511 e 513, rapidograph, pennelli Windsor & Newton, china Windsor & Newton, pennarelli e cartoncini Fabriano 4 lisci. Questo il mio armamentario.

Al terzo piano di una casetta di Via Berretta Rossa a Bologna faccio le notti per disegnare i primi capitoli. Vedo sorgere atmosfere e personaggi, in una sorta di estasi quasi solida.

I primi anni Ottanta, me li ricordo come fosse ieri, una stagione piena di fermento creativo, in cui il fumetto pareva aprirsi a nuove traiettorie. In Francia le riviste mitiche: Metal Hurlant e A Suivre dettavano legge. Le si sfogliava immersi in quell’alone di fascino che si sprigionava dalle pagine di grande formato. Visioni e racconti mai visti prima in cui perdersi.

Tutto, proprio tutto, sembrava rinascere. In letteratura la POP di Barthelme, Pynchon e Barth godeva di una seconda giovinezza. Il nuovo cinema tedesco aveva visto la luce pressapoco negli stessi anni, e il punk, che aveva sconquassato le regole della musica conosciuta sino ad allora, era stato seguito da un’ondata di dischi geniali e innovatori. Era nata la cosiddetta New Wave.

Ascoltavo Brian Eno, una delle eminenze grige dell’epoca, che aveva prodotto mezzo mondo, e come autore, lasciati i Roxy Music, era risorto in chiave ambient. Le suggestioni sonore di quel disco favoloso: My life in the bush of ghosts, composto e cantato insieme a David Byrne, suonavano come un manifesto teorico di musiche possibili, meticciati iconoclasti tra culture ancestrali e la ricca e tecnologica America.

“Quarto mondo, musica possibile” profetizzava istrionico Brian, parodiando i musicologi persi alle ricerche delle radici nella musica del terzo mondo.

Da noi il genio solitario di Franco Battiato si era reinventato, sul finire degli anni Settanta, con un meraviglioso “Era del cinghiale bianco”, cui era seguito un altrettanto evocativo “Patriots”. Due pietre miliari della cultura pop di quel tempo che avrebbero contribuito insieme, ad altre letture e visioni a cambiare la mia vita. O meglio a farmi scoprire quella che i mistici chiamano “la mia forma”.

Profumi indescrivibili, nell’aria della sera, studenti di Damasco…vestiti tutti uguali. L’ombra della mia identità mentre sedevo al cinema oppure in un bar. (F. Battiato, l’era del cinghiale bianco)

Disegnavo con la musica. Scrivevo in silenzio, concentrato per sentire il fluire del racconto, che spesso emergeva nel dormiveglia. Erano visioni gelatinose, titoli, frasi, che provenivano da un mondo sconosciuto

Poco prima avevo fatto qualunque lavoro pur di riuscire a mantenermi. Lavavo camion con la pompa a 20 atmosfere, servivo in un ristorante aperto sino a tardi, avevo perfino fatto il venditore porta a porta. Poi, quando la mano aveva cominciato a tremarmi per la tensione, avevo capito che dovevo rischiare. Fare il salto.

La prima storia pubblicata su Linus, era costata mesi di fatica. Paure e tachicardie si erano dati appuntamento la notte prima della scadenza, quando insonne, gli occhi cerchiati, tra i fumi della nausea, avanzavo. Cesella e ritocca quella storia nuda con i neri e i bianchi tagliati, lo sguardo geometrico, neo kafkiano, la metropolitana del Parador che attraversava i miei pensieri e i miei sogni.

Luglio, notte, canicola bolognese, a casa di Silvia, che mi offriva il caffè per non cedere, per non chiudere gli occhi.

L’andazzo della deadline, così tipico di chi fa il mio lavoro da allora mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Poi, il mese dopo, la trepida attesa, occhi vigili puntati sull’edicola. Agosto 1981, era uscito questo Linus dal piccolo formato, copertina orribile, rosa, ma dentro era custodito il mio piccolo gioiello, mio e di Daniele Brolli, fratello di penna che aveva firmato un testo meraviglioso e allucinato. La storia di Ralph Gianna, professione estirpatore di erbacce.

Da allora avevo raccolto le mie piccole forze per raccontare un mondo sognato da lustri, da secoli probabilmente, ed era sorto il Parador, per primo, e poi i viaggi in Giappone e in India, in Russia, a est di me stesso. Cercando il bandolo di una matassa che sembrava rigenerarsi continuamente, storia dopo storia.

Quando scoprii il racconto di Elissa Rhais, sulle pagine di repubblica, era il 26 maggio 1982. Ero al mare con Patrizia, che mi disse, “questa è una storia per te”. Lessi con attenzione la vicenda di una donna, rapita e tenuta segregata in un harem per diciassette anni. E poi, alla morte dell’aguzzino, liberata da un nipote che lei segregò a sua volta e sedusse, raccontandogli storie di prigionia, e di harem, segreti inconfessabili.

Intravidi un gioco di specchi deformanti e un labirinto di passioni che mi intrigò moltissimo. Al punto che dopo qualche mese la storia era sul mio tavolo da lavoro, e cominciava a prendere corpo. Vignetta dopo vignetta. Decisi di trasporre la vicenda in India.

Ancora oggi conservo l’articolo di giornale con tutte le mie annotazioni dell’epoca.

Leggo: “riflessioni attraverso l’occhio di vetro. Se lo leva la notte, rimane una cavità funebre. Pensa costantemente all’India, suo sogno proibito, ma la morsa di Teda è troppo forte. Lo tiene incatenato”.

Chi fosse questa Teda è notizia persa nella nebbia del tempo. Forse la stessa Apa. L’occhio di vetro che riflette e considera è abbastanza agghiacciante, per l’Igort che trent’anni dopo rilegge i propri appunti; ma tant’è, l’autore in erba deciso a conquistarsi il proprio spazio tra i narratori a quadretti non transigeva. E soprattutto non arretrava davanti all’orrido.

Il dolore, ricordo precisamente che cercavo questo, il dolore nell’esistenza, condito con spezie profumate, con i veli colorati e affascinanti, questa mi appariva la vita, all’epoca. Un territorio di racconto da indagare con spirito neo-Mondrian.

traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali., cantava Battiato.

I miei compagni di strada, amici che erano confluiti in un gruppo, che chiamammo Valvoline Motorcomics, come fosse una rock band o meglio un progetto, un gruppo di azione artistica, parafrasando le avanguardie storiche, mi stimolavano, davano la forza del confronto sul terreno fertile delle idee. Notti insonni a chiacchierare davanti a tazze di té nero cinese, sventolando visioni e dichiarazioni di amore perduto nei confronti di un avanguardia fumettistica che sentivamo di incarnare.

Case da studente, con i manifesti di Wenders appesi a testa in giù, disegni, copertine di dischi e foto dappertutto. Era una tappezzeria esistenziale, una mappa per orientarci nel mondo del racconto disegnato, che pareva ridefinire le regole dell’indispensabile.

Io sorseggiavo, declamavo idee e visioni.

Tutto era a portata di mano. E se fosse quella incoscienza o semplice ossessione, fatto sta che ci concedeva di dare del tu a giganti che improvvisamente ci parevano accessibili.

Prendevo nota, teorizzavo, influenzato dai libri sul cinema e la letteratura di Franco la Polla, poetica della violenza, del realismo, della nostalgia. Dalla letteratura ebraica di Malamud, Roth, Salinger, e più tardi di Singer. Dall’arte concettuale che metteva in crisi l’idea stessa di rappresentazione.

Fu in quel momento, credo, che imparai a volare. Sentivo che era inutile portare un sacro rispetto per i grandi. Mi pareva imbecille e tapino, togliersi il cappello. Majakovskij era al mio fianco, mentre scrivevo, ne sentivo l’alito sul collo, no?

Aprire le finestre verso nuove prospettive poetiche.

Eravamo dei bellimbusti, scemi e sognatori.

Adoravamo le attese di Nel corso del tempo, gli aforismi di Handke, le malinconie fredde di Botho Strauss.

Come fu per gli scrittori della beat generation, anche noi, spesso si andava in vacanza insieme. A mangiare pesce e litigare, scrivere e leggere. Sui mari turchesi della sardegna, o sulle alpi, in ritiro alle terme del kaiser.

Pagina dopo pagina sentendo il grattare del pennino sul foglio, scoprendo io stesso cosa l’inchiostro rivelasse man mano, Sinfonia a Bombay vide la luce. Straziata da una stampa in rotativa che bruciava e mangiava i segni senza pietà la storia apparve dal gennaio al luglio1983, su Alter Alter.

Avevo paura, lo confesso, mentre lottavo con le scadenze, per cercare di tenere il punto, di mantenere forte e viva la tensione narrativa. Cosa che non sempre accadde.

Fu allora che imparai a volare e a cadere e a rialzarmi battendomi via la polvere di dosso.

Per trent’anni ho atteso di ripubblicare questa storia, di renderla leggibile, stampata come si deve, credendo che fosse ancora una piccola cosa buona che avevo fatto. Ecco ora è rinata, ora dice quel che aveva da dire.

Aparna Tagore racconta la sua storia. Ascoltatela, prego.

Igort, Capitana estate 2013

L’AUTORE

Igor Tuveri (Igort) è nato a Cagliari nel 1958. Ha esordito su Linus nel 1981, e l’anno dopo con Mattotti, Brolli, Carpinteri, Jori e Kramsky ha fondato il collettivo Valvoline, che ha sovvertito le regole del fumetto d’avventura tradizionale. Negli ultimi anni si è dedicato in prevalenza al reportage disegnato, viaggiando a lungo nei Paesi dell’ex Unione sovietica e realizzando una trilogia che comprende i Quaderni ucraini, i Quaderni russi e Pagine nomadi. Tra i suoi libri, pubblicati in una ventina di Paesi e vincitori di numerosi premi in Italia e all’estero: Goodbye Baobab (con Daniele Brolli), Sinatra, 5 è il numero perfetto, Fats Waller (su testi di Carlos Sampayo), Alligatore: dimmi che non vuoi morire (con Massimo Carlotto), La ballata di Hambone (con i disegni di Leila Marzocchi), Parola di Chandler (tradotto da Sandro Veronesi, su testi di Raymond Chandler). Igort è stato invitato ad esporre alla Biennale di Venezia del 1994; collabora con Il Corriere della Sera e con numerose riviste nazionali e internazionali. Nel 2000 ha fondato con altri la casa editrice Coconino Press, della quale è direttore editoriale.

COCONINO PRESS

Nata nel 2000 da un progetto di Igort e Carlo Barbieri, Coconino Press è la casa editrice che ha fatto conoscere in Italia i capolavori internazionali del romanzo a fumetti. Fra graphic novel e comics d’autore, la Coconino presenta le firme più importanti del fumetto, un linguaggio narrativo diffuso in tutto il mondo. Igort, Lorenzo Mattotti, David B, Gipi, José Munoz, Jiro Taniguchi, Daniel Clowes, Davide Toffolo: il catalogo della Coconino conta circa 300 titoli ed è in costante espansione, per raccontare da vicino l’evoluzione dell’arte del fumetto.

FANDANGO LIBRI

La Fandango Libri nasce nel 1999 nell’ambito della casa di produzione e distribuzione cinematografica Fandango di Domenico Procacci. Nel 2005 diventano soci della casa editrice gli scrittori Alessandro Baricco, Carlo Lucarelli, Edoardo Nesi, Sandro Veronesi e la sceneggiatrice Laura Paolucci. Nel corso degli anni la Fandango ha pubblicato autori come David Foster Wallace e Anna Politkovskaja, John Cheever e Alessandro Baricco. Oltre ad occuparsi di narrativa e di reportage, Fandango Libri negli ultimi anni ha cominciato ad occuparsi di fumetti, con la riproposizione integrale dell’opera di Andrea Pazienza e la pubblicazione di alcuni capolavori di Will Eisner, maestro indiscusso del graphic novel. Il direttore editoriale è Mario Desiati.

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