Barnaby, un bambino poeta e sognatore

BarnabygangIl primo fu Little Nemo, ideato all’inizio del Novecento, da Winsor McCay: era un grande sognatore, che faceva viaggi pirotecnici e a colori, nel tempo e nello spazio. Poi vennero altri bambini, più o meno terribili. Infine, il 20 aprile 1942, arrivò Barnaby, creato da Crockett Johnson, uno scrittore per ragazzi che per l’occasione s’improvvisò anche disegnatore. Le storie di Barnaby – che l’autore realizzava spesso con l’aiuto della moglie – durarono appena un anno, ma il piccolo bambino ha lasciato un profondo segno nella storia del fumetto di qualità. David Johnson Levsky (questo il vero nome dell’autore) ne fece una sorta di Peter Pan che si poneva domande e cercava risposte. Era un bambino in carne e ossa, al di là della finzione, che tuttavia viveva in un universo fantastico, che forse la madre aveva contribuito a edificargli intorno. Ogni sera, prima di addormentarlo, gli narrava inverosimili fiabe in cui una Fata Madrina arrivava da una lontana stella per trasformare in realtà i suoi sogni. Barnaby s’immedesimava nel mondo creato da mammà, ma invece della fata delle fiabe, sperava di incontrare un Fato Padrino. Un giorno arrivò per davvero, si chiamava Mister O’Malley, barnabyandmromalleyed era un omino grassoccio, con due alucce dietro le spalle, goffo, magari anche timido, con un sigaro fra le dita invece della bacchetta magica delle fate. Tra i due, fra la realtà di Barnaby e l’immaginario di O’Malley, nasce subito una simpatia, diventano amici, stanno sempre insieme, sognano insieme. Un’amicizia che insospettisce i genitori di Barnaby che affidano il bambino a un funereo psicologo, il dottor A,.A. Smith, ma senza troppi risultati. Anzi, il mondo di Barnaby si allarga sempre più: arrivano Launcelot McSnoyd, un elfo invisibile, Martino, cane parlante e Gus, fantasma pauroso e timido. In questa assortita compagnia, Barnaby si trova benissimo, forse perché, come aveva scoperto lo psicologo, il bambino non aveva mai avuto grande fiducia nella figura del padre. A questo punto il discorso si fa complesso, entrano in ballo la sociologia e altre scienze, altri dubbi che forse l’autore nemmeno si era posto. Resta solo un bel fumetto, dalla vita troppo breve, insolito e originale anche nel disegno, semplice, quasi infantile, con le vignette divise da una linea che separa l’orizzonte in alto (quasi sempre bianco e vuoto, tranne che nelle scene notturne dove prevale il nero) dalla scena in basso dove si muovono – in casa, politecnicoin strada, vicino a un albero – i protagonisti di questa piccola saga familiare. In Italia Barnaby è arrivato alla fine del 1947 sul Politecnico di Elio Vittorini, una rivista di cultura che il PCI togliattiano giudicava poco ortodossa. Visse poco più di due anni (settembre 1945-dicembre ’47), ma in più occasioni dedicò spazio ai fumetti, con un articolo di Giuseppe Trevisan (Il mondo a quadretti, breve storia di un’arte povera), con un servizio sull’"officina" di Walt Disney e con esempi di fumetti di Popeye, Dick Tracy e appunto Barnaby, che sarebbe poi ritornato su Linus e in un Oscar Mondadori. Quella di Vittorini poteva sembrare una provocazione in anticipo sui tempi, e suscitò un ampio dibattito tra correnti politiche e culturali opposte. Se gli ambienti cattolici (compreso padre Gemelli, per il quale fumetti e rotocalchi erano un modo per passare pigramente il tempo e appagare "i nostri istinti e le nostre tendenze") erano ostili perché allontanavano dalla lettura, a sinistra si condannava l’ideologia violenta e talora reazionaria dei comics americani. senza immaginare che il peggio – e non alludiamo a Diabolik o Kriminal – doveva ancora arrivare. (Articolo di Carlo Scaringi).