Arrivano le matite di Galantara e Scalarini

asinoIl regno dell’Italia unita aveva da poco superato i primi quarant’anni di vita quando irruppero sulla scena politica due importanti protagonisti che avrebbero infastidito a lungo la monarchia. Il primo fu l’”Asino”, un giornale satirico senza peli sulla lingua, nato a Roma nel 1892, lo stesso anno in cui nasceva anche il Partito socialista, che al settimanale satirico era in qualche modo legato, almeno ideologicamente. L’Asino visse, soprattutto all’inizio, grazie alla vena polemica e allo straordinario impegno dei suoi fondatori, Guido Podrecca e Gabriele Galantara, che scagliavano frecciate velenose, con articoli e vignette, contro la politica dei governi reazionari, conservatori, corrotti di quegli anni. Galantara con le sue vignette denunciava gli scandali (famoso quello della Banca Romana), attaccava i politici arroganti e corrotti, si batteva per il divorzio (già allora sostenuto dal PSI) e condannava l’atteggiamento della Chiesa, fin troppo sensibile alle lusinghe del potere e della ricchezza, spesso rappresentata come una sorta di gigantesca piovra che estende i suoi voraci tentacoli su Roma (erano gli anni della speculazione edilizia) e sull’Italia. L’Asino visse tra sequestri, censure, condanne fino all’avvento del fascismo. Galantara fu costretto alla disoccupazione, finì anche in carcere e poi trovò lavoro al Marc’Aurelio, il giornale umoristico uscito a Roma nel marzo del 1931: ironia della sorte, fu raccomandato da Mussolini, in nome dei vecchi trascorsi socialisti all’Avanti!. Prima di morire nel 1937, ormai ultrasettantenne, Galantara disegnò un quadro con due pensionati ai giardini pubblici che osservano alcuni passerotti che beccano molliche di pane. Lo intitolò semplicemente: “Essi mangiano”. Forse fu il suo testamento artistico, il modo migliore per ribadire l’impegno di una vita, vissuta sempre in difesa delle classi popolari. Galantara raramente mise in caricatura Mussolini, lo disegnò in qualche vignetta, col volto truce, accigliato, arrogante, quasi feroce. Anche Giuseppe Scalarini, altro grande vignettista del primo Novecento, non disegnò quasi mai il duce: preferiva denunciare le situazioni, la violenza del potere, l’arroganza degli speculatori. Ecco allora la Penisola circondata da alte mura, come un carcere, oppure l’Africa disegnata come un teschio spolpato dai colonialisti. Era il 1911, l’Italia conquistava la Libia e Scalarini cominciava a disegnare sull’Avanti!. Si era fatto le ossa all’Asino, come molti altri disegnatori, poi divenuti famosi nei fumetti, da Bruno Angoletta a Carlo Bisi, padri sul finire degli anni Venti di Marmittone e del Sor Pampurio. Prima di raggiungere questi traguardi, la satira dell’Italia unita aveva compiuto un lungo e faticoso cammino, punteggiato spesso da sequestri, condanne, arresti. All’inizio i fogli satirici ospitavano quasi solo caricature dei politici più noti, e aveva un certo rispetto per la monarchia sabauda. Non era una vera satira, anche perché chi si avventurava in quel terreno minato subiva sequestri, processi, condanne e devastazioni, come avvenne nel marzo 1860 a “La Strega”, uno dei periodici più tenacemente ostili alla monarchia piemontese, fondato a Genova da un amico di Mazzini, Nicola Dagnino. Una volta ospitò una tavola di Gabriello Castagnola, “Crocifissione”, che raffigurava Cristo tra i due ladroni (Re Bomba e Carlo Alberto), il papa che gli porgeva fiele e aceto e Cavour e Rattazzi che si giocavano a dadi le vesti del povero Cristo. Il processo fu immediato e soprattutto veloce, con tanto di sentenza di Cassazione per spiegare che il marcaureliogiornale aveva proposto “un’Italia in croce, mentre l’Italia si trova nello stato più florido che si possa desiderare”. Un altro grande disegnatore dell’epoca fu, oltre a Casimiro Teja, Silla che nel 1864 disegnò sul ”Buonumore” di Torino una “Via crucis di Giandoja” che costò una condanna al direttore Luigi Moncalvo perché ”nelle figure di Pilato, Caifa e dei Ladroni si potevano riconoscere personalità politiche viventi e ciò poteva turbare l’ordine pubblico”. Ma le repressioni e la censura non bloccavano la fantasia e la cattiveria degli autori, per esempio quelli dell’”Uomo di marmo”, giornale milanese che affrontava spesso temi legati al malcostume imperante nel mondo clericale. Ecco allora un ambizioso ed elegante pretino che corteggia una bella signora: “Se vi liberate del vostro marito, io mi libererò del collarino, e faremo buone cose insieme”. In un’altra vignetta del 1893 ecco un grasso monsignore con un sacco di monete in mano, che ignora i poveri che muoiono di fame perché deve portare l’obolo a San Pietro. Vignette analoghe anche sull’Asino, come una del 1903 con un grassoccio e ghignante fratacchione che stringe fra le braccia un povero bimbo. “L’Italia è fatta – dice la didascalia – ed è in buone mani l’educazione dei figli”. Ormai gli anni delle vecchie caricature sono lontani, la satira ha trovato la sua strada, e da un secolo ormai, svolge la sua funzione di critica e di aiuto alla democrazia. (Articolo di Carlo Scaringi).