Fievel: only an American Tale?

L’ospite più osannato all’ultima edizione di Cartoons-on-the-Bay è stato ovviamente Don Bluth, cui è stato conferito il  Pulcinella Award alla carriera, insieme al nostro Guido Manuli (la cui battuta di assegnarlo agli esordienti per revocarlo nel caso non realizzassero nulla di buono sarebbe da tenere in considerazione). Protagonista di un’affollata lezione di regia e tecniche di animazione, Don Bluth ha susucitato entusiasmo per la sua idea di realizzare il prossimo film con l’aiuto del popolo di facebook (l’ultimo, Titan A.E., è del 2000). Gli è stata anche dedicata una retrospettiva molto apprezzata, tra cui i suoi due capolavori: Brisby e il segreto del NIMH (1979) e Fievel sbarca in America (1984). Quest’ultimo nasce da una collaborazione con Steven Spielberg, il quale propone qui i germogli di quella riscoperta delle proprie radici ebraiche che culminerà anni dopo in Schindler’s List. In questo caso è limitata ad una rivisitazione in chiave disneyana di racconti in salsa yiddish sulla falsariga di autori quali Singer e Roth, così come rievoca le atmsfere del Kafka di “Amerika il titolo originale, “An American Tail” (gioco di parole tra tale=storia e tail=coda, alludendo a quella dei topi protagonisti). L’inizio fulminante catapulta nel mondo miserabile e chagalliano degli ebrei dell’Europa Orientale pre-Shoa, quella civiltà degli shtetl (villaggi) immortalata prima della sua totale distruzione nel romanzo “Storia di Tewje il lattivendolo” di Sholem Aleichem divenuto anche un eccellente musical a Broadway col titolo “Il violinista sul tetto” (Fiddler on the roof), felice allegoria del destino di un popolo che nell’invenzione della musica seppe trovare il linguaggio per tramandare la memoria delle proprie tribolazioni (il klezmer, ma anche il tango argentino ha radici ebraiche). Il signor Mouskewitz (in italiano, Toposkevich) suona il violino, strumento sacro della tradizione yiddish, per festeggiare Hannukkah (il Capodanno) e raccontare che in America, la Terra Promessa, non esistono i gatti – così come sicuramente gli ebrei askhenaziti che sognavano New York se la rappresentavano libera dai cosacchi. Ma i cosacchi arrivano, e con loro gatti col colbacco e zanne affilate: il film si apre con un pogrom, una sorta di massacro periodico tollerato e a volte promosso dallo Zar (che oltre a tartassare gli ebrei li usava come capro espiatorio del malcontento popolare). Per sfuggire alle persecuzioni, i topi si uniscono così alla folla di emigranti che lasciavano ogni anno la Santa Madre Russia per affrontare il Grande Oceano su malsicuri piroscafi senza sapere se sarebbero mai arrivati a destinazione: il piccolo Fievel cade infatti in mare durante il viaggio, ma giungerà comunque in America e, anzi, potrà conoscere in anteprima la Statuta della Libertà, futura Fata Morgana di riscatto per tanti altri disperati. I genitori hanno già accettato la sua scomparsa, come un fatto ineluttabile: nella loro stanca rassegnazione si riflette ogni generazione di emigranti, assuefatti a lutti e fatiche, il dolore un lusso che non placa la fame feroce di coloro che restano. Solo la sorella crede ancora che Fievel sia vivo, ma lei è già il futuro: non è nata in America, ma è abbastanza giovane per poterne cogliere il Sogno e dunque intuire che per quanto i Gatti ci siano (eccome!), in quel Paese si può sperare davvero che le cose migliorino. A Fievel questo concetto viene spiegato da tutti coloro che incontra, buoni o cattivi che siano, perché tutti in America hanno trovato la loro opportunità (colta o meno, è un altro discorso); ma al topino non viene risparmiato nulla, perso in una metropoli indifferente e caotica, in cui impera la guerra tra poveri (descritta in modo quasi ‘etnografico’ da Will Eisner). La morte è sempre in agguato e il regista non ha paura di evocarla (il racconto delle famiglie dei topi sterminate dai gatti) né di mostrarla (la veglia di una vittima dei gatti americani, stecchita su un tavolo – ma ricorderei in Brisby il cadavere scomposto del vecchio Cornelius affiorante dal fango) riuscendo a sdrammatizzarla senza toglierle dignità (i topi dopo aver pianto i parenti cantano la loro speranza di essersi finalmente liberati dal pericolo; si ironizza sulle origini irlandesi del defunto): anche questo è un retaggio della cultura yiddish, la consapevolezza che per sopravvivere in un mondo che ti deride e perseguita l’unica via è imparare a ridere con esso. Per non parlare delle scene ambientate nell’ufficio immigrazione, ove sfilano in parallelo i disperati uomini e topi; a capo chino, privati anche dell’ultimo residuo di identità dopo la ‘naturalizzazione’ del nome e consegnati brutalmente a una società onnivora e matrigna nella quale molti di loro scompariranno: esemplare, in tal senso, la sequenza in cui Fievel smarrito per New York viene attirato da un grammofono da cui proviene la voce di un violino, la voce di suo padre? Di colpo, crudelmente, la melodia famigliare lascia il posto ad una marcetta yankee fracassona che inghiotte e risputa il topolino restituendolo alla torma dei reietti senza patria e identità. Mi fermo qua, invitando tutti a vedere o ri-vedere questo piccolo-grande film che dimostra quante tematiche importanti e difficili si possono toccare grazie al particolare linguaggio dell’animazione, capace di creare mondi fantastici in cui però sentimenti e valori sono gli stessi di quello cosidetto ‘reale’. “An American Tail” resta comunque un film per bambini, il protagonista lo è e l’impianto generale non è certo quello di un film ‘adulto’: eppure riesce a parlare di morte, paura (quanta ne esprime Fievel smarrito, invocando papa e mama nella propria lingua di origine), povertà, sfruttamento dei minori, addirittura accenna alla politica (i topi hanno un Partito Democratico!) e lo fa senza didascalismi, con pudore e umorismo. Negli USA, in cui la maggioranza delle famiglie non ha origini autoctone e la comunità ebraica è molto importante, un film con tanti riferimenti alla cultura yiddish è sicuramente più ‘comprensibile’ che da noi, tuttavia sarebbe da prendere da esempio su come proporre ai più piccoli storie e tematiche che siano anche educative…mi ricollego allo special TV targato RAI Fiction,“Giovanni e Paolo e Il mistero dei pupi” (cui peraltro auguro di essere un successo perché grazioso e ben fatto): resto dell’idea che ridurre la mafia ad una favola in cui i buoni vincono sempre e i malvagi sono mostri in-umani (estranei, in fondo, alla società) sia da una parte un’operazione troppo prudente per ottenere risultati concreti laddove il fenomeno è più radicato e dall’altra non aggiungerà nulla nell’immaginario di chi è già stato educato alla legalità tramite esempi ben più concreti. Oltre che premiare e osannare i grandi artisti come Don Bluth dovremmo forse prendere spunto dalle loro opere per ritrovare quel coraggio e profondità narrativi che non vanno a discapito dell’intrattenimento ma, anzi, lo rendono fruibile da ogni tipo di pubblico…se la storia è bella sincera e coerente, se il film cioè possiede un’anima, il messaggio che trasmette diventerà universale e giungerà nel cuore e nella mente di chi ne ha bisogno spontaneamente, senza bisogno di indicargli la strada. Come la musica di un violinista sul tetto.