Iran e animazione: un altro punto di vista possibile

A Cartoons-on-the-Bay oltre alla Cina, paese ospite e già proficuamente inserito tra i più importanti partners commerciali, abbiamo avuto l’occasione di fare conoscenza con l’animazione iraniana. Inutile dire come alla luce dei difficili rapporti diplomatici tra Iran e resto del mondo la conversazione e, soprattutto, le domande della platea siano scivolate spesso e volentieri dall’aspetto tecnico-artistico a quello meramente politico. E’ stato divertente assistere ai vani tentativi di giornalisti e addetti ai lavori di cavare dichiarazioni anche solo vagamente polemiche dagli ospiti presenti: talvolta mi sono chiesto se addirittura la traduttrice non volgesse sistematicamente la domanda in termini edulcorati per non innervosire l’intervistato! Le risposte evitavano accuratamente il nocciolo della questione, concentrandosi su particolari insignificanti o secondari, il tono gentile ma fermo smontava sul nascere qualsiasi discussione e se capitava una voce più insistente nel ribadire la propria domanda (lo spunto di molti era l’uscita di un film iraniano, “Gatti persiani”, che tratteggia la vita e le tribolazioni di un gruppo rock nella Teheran di oggi) la conclusione era, inesorabile: – “quella è l’opinione di quel regista. Io vivo in Iran e quello che vedo io è diverso“. Concetto ribadito con forza dall’autore di “Teheran 2121″ (primo vero lungometraggio realizzato in Iran nella cinquantennale storia del suo cinema d’animazione, solo per questo già importante), Bahram Azimi il quale, col consueto tono pacato, ci ha anche ricordato come un tempo l’immagine dell’Italia ricavabile dai film circolanti in giro era quella di mafiosi e immorali. Naturalmente, si è usciti da questi due incontri con impressioni abbastanza negative e financo il direttore Genovesi nell’introdurre il successivo incontro con lo showcase di una produzione egiziana commentava che si sarebbe conosciuto un modello più liberale di produzione animata in Medio Oriente… infatti la Rubicon Group è una holding che ha intrecci commerciali con mezzo mondo e il suo stile palesemente filo-occidentale ha messo d’accordo subito tutti. Applausi e risate per il disinvolto relatore, così distante dai rigidi e controllati iraniani, e per la serie presentata in anteprima, “Ben & Izzy”, con tanto di filmati di televisioni varie che incensavano l’evento: un inno all’amicizia e alla tolleranza (le avventure di un ragazzo yankee e uno giordano). Alla fine, il livello medio dell’animazione in 3D non era molto più alto di quello di “Teheran 2121”, e nonostante si sia parlato di marketing più che di arte nessuno ha fatto domande imbarazzanti del tipo: “cosa ne pensa dell’arresto di Magdi El Shafee nel vostro paese? L’autorità egiziana vi fa delle pressioni?” oppure “Come mai non c’è anche un ragazzino ebreo israeliano?” – provocazioni cui il brillante speaker probabilmente avrebbe risposto, ma visto il clima conviviale perchè turbare l’atmosfera? Si vede che pur passando il tempo a criticarle, in fondo le multinazionali danno sicurezza. Battute a parte, io credo che i delegati iraniani ci abbiano dato una grande lezione di ‘comunicazione sotto dittatura’: negli spazi tra una frase di circostanza e l’altra ci hanno, secondo me, raccontato parecchie cose di se stessi e della loro situazione. Ripetendo “io vivo in Iran, e per me l’Iran è bellissimo” hanno sottolineato la volontà di restare a casa propria per costruire qualcosa, e ciò ovviamente comporta l’adeguarsi alle direttive – o, meglio, allo ‘standard’ – deciso dalle autorità. Credo che nel periodo in cui qualsiasi squadraccia poteva entrare nelle case dei nostri nonni e picchiarli e fargli chiudere bottega, si finisse coll’aderire al regime, almeno sul piano formale, per poter continuare a portare avanti dei progetti: e io credo che in Iran sia la stessa cosa. Nei festival del cinema tradizionale si presentano i film di denuncia degli esuli, anche il film tratto da ‘Persepolis’ di Marjane Satrapi è diventato un cult perchè ci ha ‘aperto gli occhi’ sulle storture della rivoluzione islamica… giusto, doveroso, necessario. Ma quando gli artisti presenti a Rapallo rispondono “quella è la visione dell’Iran di una persona che ha avuto problemi”… io credo che non intendano meramente liquidare la cosa per paura e omertà. Penso, e magari mi sbaglio, che li considerino uomini e donne che non hanno resistito e hanno deciso di abbandonare il loro Paese, preferendo parlarne male dall’estero, restando in un certo senso al sicuro: ma – potrebbero chiedersi –  se tutti se ne andassero altrove, cosa resterebbe alla nostra società? I moti e le rivoluzioni scuotono le civiltà ma i veri cambiamenti culturali sono lenti e sotterranei, operati da coloro che nell’oscuro lavoro quotidiano spostano ogni giorno di un millimetro la prospettiva delle masse. Poter lavorare sui propri progetti è già molto, e come ha sussurrato Bahram Azimi, la speranza è che altri seguano l’esempio e producano altri lungometraggi: in questo modo – sottinteso – il circuito di idee si allargherà e più sarà ampio più il regime avrà difficoltà a controllarlo. Puntano molto sull’educazione, sul linguaggio popolare che arrivi alla gente: ovviamente in questa fase passerà propaganda a iosa ma in “Teheran 2121” io ho visto anche un’apertura all’immaginario occidentale (nessun riferimento esplicito ma il regista non ha negato di conoscere il cinema americano di genere), segno che la metabolizzazione sta avvenendo ma sarebbe rischioso dichiararlo in modo esplicito. Eppure ha voluto rappresentare un mondo futuro in cui uomini e macchine si innamorano, in cui “le cose belle sono rimaste, le brutte sono scomparse, ma in sostanza il popolo iraniano è rimasto lo stesso di sempre”: segno di immobilismo, di incapacità autocritica? Forse solo di affetto profondo per la propria gente e la propria cultura, pur continuando a sognare un mondo migliore. Oltretutto, stiamo parlando di un film d’animazione, principalmente rivolto a un pubblico giovane: noi edulcoriamo pressocchè ogni prodotto rivolto ai ragazzi e pretendiamo che loro siano trasgressivi? Che facciano ‘outing’ politico per darci soddisfazione? Ma nel loro contesto un film di genere come questo potrebbe portare bambini al cinema, far loro sognare nuovi mondi e, chissà, convincere molti di essi a dedicarsi all’animazione contribuendo al suo sviluppo e trovando linguaggi e modalità espressive sempre più audaci e, inevitabilmente, rivoluzionarie. I regimi passano, l’arte non ha scadenze. Mi incuriosirebbe molto sapere quanto e come vengano coinvolte le donne nella nuova animazione iraniana: forse se ne occuperà col solito entusiasmo Matilde Tortora nella prossima edizione de “Le donne nel cinema di animazione”, opera meritoria (esce lunedì per edizioni Tunué) in cui si racconta il fondamentale apporto dato al settore dall’altra metà del cielo; sarebbe importante per capire quanto e come stia cambiando in realtà l’Iran, al di là dei tanti modi in cui ci viene rappresentato e vogliamo rappresentarcelo.
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