Kung fu: ben fatto

Pare che molto spesso la molla che avvicina una persona alle arti marziali sia la necessità di difendersi dai violenti, il fatto di sentirsi inermi di fronte alle aggressioni. Decisamente comprensibile. Poi, in una buona palestra, si impara che quel che queste discipline possono dare è ben altro che imparare a fare a botte. Anzitutto, imparare a evitare di combattere, per dire, che è sempre l’unica mossa vincente (cit. Sun Tzu).

Per me, curiosamente, la molla è stata un’altra.

Un dì, passando in macchina sul lungo Dora, a Torino, con la mia prima moglie a fianco (anni ’80 del secolo scorso), vedo, sul marciapiede a destra, lato fiume, un energumeno che maltratta pesantemente la moglie (le urla spiegavano il rapporto fra i due). Di fermarsi non se ne parlava, ma avrei voluto intervenire. Fra me e me mi son detto qualcosa del tipo “Ma se anche potessi intervenire, come potrei difendere quella signora, se mi stendono al primo pugno?“.
Abbiamo cominciato una ricerca sulle arti marziali, giacché decenni di Raja yoga non sembravano utili allo scopo di difendere le persone dai violenti. Ero orientato per l’Aikido, che mi sembrava più nelle mie corde. Ma, manco a farlo apposta, proprio in quel periodo, al Maestro Chang Dsu Yao era stato chiesto di aprire un corso nella nostra città. La notizia mi giunse da persone di un ambiente nonviolento che conoscevo, per cui mi garantirono che non si trattava di invasati picchiatori decerebrati alla Cobra Kai, ma di un maestro di scuola buddista shaolin et similia… Ti risparmio i dettagli, poco rilevanti: all’epoca non avevo ancora le idee ben chiare sul mondo variegato del kung fu. Per me era importante solo che fosse in linea coi miei principi morali ed etici e che potesse darmi la sicurezza di cui pensavo di avere bisogno. E così partecipammo all’inizio di quella scuola a Torino.

Furono anni (tanti!) entusiasmanti e faticosi. Shaolin chuan, Tai chi chuan ecc… Una scoperta e una meraviglia.

Ok.
Ma ho mai avuto modo di usare quegli insegnamenti (e quell’allenamento, che, all’epoca, era “alla cinese tradizionale”… pesantuccio, insomma, per me che ero stato rimandato in ginnastica alle superiori) per aiutare qualcuno?

Io ho ricevuto parecchio dal kung fu, in effetti, soprattutto a livello mentale, direi (e, all’epoca, anche a livello fisico). Ero già stato aggredito da bambino una volta, quando facevamo guerre tra bande.
Avevo circa 7 anni al massimo, inizio anni sessanta. Dove abitavo coi mie genitori, a Torino, c’era ancora campagna, bialere (ruscelli per l’acqua dei campi), pecore che venivano a pascolare sotto casa, lucciole estive, qualche fattoria che di lì a poco sarebbe stata venduta ai palazzinari che avrebbero in men che non si dica riempito di palazzoni tutto il circondario. Noi bambini (io ci arrivai a 6 anni, verso la fine del 1960, se la memoria non m’inganna) vagavamo per i campi, per le bialere, in mezzo ai bassi boschetti di canne e alberelli, frugando nelle discariche a cielo aperto per trovare tesori… Poi ci infilavamo, la domenica, nelle cantine ancora da sistemare dei palazzi (comunicanti fra loro, quindi lunghissime e misteriose), nei cantieri deserti dei palazzoni in costruzione, facevamo rifugi dentro agli ammassi delle assi da costruzione, raccoglievamo mattonelline scartate… Tetano? Oh, sicuramente, purtroppo, qualcuno l’avrà preso: non mancavano fili spinati arrugginiti e altre simili pericolose amenità con cui giocavamo. Graffi e ferite di ogni tipo erano all’ordine del giorno: eravamo sempre in giro come cani randagi.
Le guerre territoriali si scatenavano senza preavviso, o forse pianificate dai capi banda (quella di cui ero a capo io era di piccoli  come me…), per avere diritto di transito su questa o quella discarica, o solo per gioco. Ci si costruiva archi e frecce, usando un po’ di corda da pacchi, le canne delle bialere e i rami degli alberi flessibili. In punta alle frecce piazzavamo del filo di ferro arrugginito con relativa punta. Pazzesco eh? Era l’assoluta  normalità in quelle che allora erano periferie (oggi sono solo la prima cintura del centro e i prati, anzi le praterie, sono sparite solo qualche anno dopo la nostra infanzia, con quei palazzoni di cui sopra). Morti e feriti? No, ch’io ricordi. Avevamo tutti una pessima mira, suppongo. Ma ritengo che qualche dramma (e forse qualche tragedia) ci sia stata.
Fatto sta che non mi ero mai fatto male e nessuno mi aveva fatto del male. Un giorno, però, io e un mio amichetto cademmo in una imboscata e venimmo catturati. Ecco, lì un po’ di botte e qualche tortura da bambini sadici, avrebbero potuto esserci. La salvezza fu la fuga improvvisa.

Fu solo attorno ai 15 anni che dovetti affrontare una banda di ragazzi più grandi di me. Arrivavano dalla estrema periferia (oggetto di paurosi racconti) con lo scopo di fare a botte e rubare soldi. Mi circondarono e mi chiesero soldi. Cioé, mi ordinarono di dar loro tutti i soldi che avevo (non sapevano che, come sarebbe stato per tutta la mia vita, di soldi veri non ne avevo appresso, forse giusto una moneta per sbaglio). Brutte facce che non lasciavano alcun dubbio. Dai racconti citati sapevo come sarebbe andata a finire: mi avrebbero massacrato e poi avrebbero raccolto eventuali monetine… Usai l’unica arma che avevo a mia disposizione: la meravigliosa arte della parola pronunciata con una voce ben impostata. Come sarà andata a finire?

Qui ci vuole uno stacco per favorire la suspense (francese) e le tue ipotesi sull’imprevedibile finale…

Disegno di Giorgio Cavazzano per la copertina dell’albo contenente la versione in francese della mia storia Disney dei Tre Samurai.

Fatte le tue ipotesi?

Ok.

Procediamo.

Rintronati da fluenti discorsi apparentemente tranquilli e logici, straniti, forse persino un po’ affascinati dal suono della voce e dalla scelta dei termini… i lestofanti han perso tempo cercando un improbabile approccio dialettico. Nel frattempo i miei amici (ben più grandi di me e di loro), che da distante avevano notato qualcosa di strano, arrivano dall’oratorio in gran numero e li allontanano.
Fiuuuu!… Scampata. A quel punto, scaricando la tensione (diciamo pure la paura) dissimulata fino a quel punto dalla recita messa in atto, ho persino gettato per terra davanti al loro boss, sciocca gradasseria inutile, una moneta da 100 lire, e mi pare ch’io tremassi. 100 lire che mi sono ripreso quando sono spariti, mi sa. Non ricordo bene, ma è possibile.

E allora? Quando ho usato il kung fu per il motivo per cui l’avevo intrapreso?

Moltissimi anni più tardi. Ormai da tempo al mio secondo matrimonio, ormai con una certa età, tornando dalla farmacia vedo in lontananza quattro giovani energumeni palestrati con capelli a spazzola che se la prendono con una signora anziana (dicesi vecchietta). Il cervello entra in funzione: ipotesi 1 – sopravvivenza dell’individuo – posso attraversare, passare all’altro marciapiede e far finta di non vedere nulla; ipotesi 2 – sopravvivenza dell’umanità – continuo diritto e vedo di dare una mano alla vittima.
Quale ipotesi avrò seguito?

Suspense (sempre francese)!…

Vado avanti convinto. Valuto rapidamente che “sono solo quattro – uno per lato – dovrei farcela a gestirli – io parlo – se si muovono mi muovo, se non si muovono… meglio“. Ok, lo so: il mio cervello ha i suoi limiti.

Arrivo in un amen a passo deciso ma senza correre. Sento la discussione, sento che la vecchietta ha paura ma reagisce in modo isterico carica di adrenalina e la cosa diverte moltissimo gli energumeni che l’hanno già costretta contro il portone di casa e si apprestano a fare non so cosa.
Che succede?“, dico, manco fossi un poliziotto… I quattro non mi considerano (un anzianotto cicciotto non fa molta impressione a gente da palestra) e continuano a minacciarla per non so cosa, sventolando pugni sotto il naso, allora mi metto fra lei e loro, e ora sono costretti a guardarmi. Parlo, parlo, parlo, con calma, lentamente, deciso, convinto, senza un cenno di paura (avrei dovuto averne, eccome, hai ragione: ma l’ho già detto com’è il mio cervello, vero? Al momento ero concentrato su altro e non riesco a pensare troppe cose insieme… sono solo un maschio), mentre studiavo di non lasciarmene andare uno alle spalle e di tenere d’occhio anzitutto il boss, e li guardo uno a uno negli occhi spiegando loro perché non sia proprio il caso di prendersela con una persona debole. Cose del tipo “Non è il caso di mettersi nei guai per una sia pur disdicevole diatriba con la signora, che magari avrà commentato in modo sgradevole il vostro interessante look“, mi pare.
Contemporaneamente spiego pacatamente alla signora, che mi saltella dietro, che non è il caso di continuare ad aizzarli e che è meglio entrare in casa. Fra me invece pensavo “Entra, in casa, per la miseria! Entra dentro! Se continui a starnazzare così, qui salta tutto!
Riluttante (ora la vecchietta si sentiva spalleggiata e avrebbe voluto fare la gradassa per rivalsa, immagino, nonostante i suoi pochissimi chili), entra. La porta si chiude. Restiamo noi cinque.
Non mi muovo. Continuo a guardarli con calma. Loro mi guardano spaesati. Non è andata come pensavano e sembra non sappiano più cosa fare… Abbassano lo sguardo, si girano, si allontanano borbottando. Andranno a cercarsi un’altra vittima, o forse per oggi basta così e ci si fa una birra, chissà…
Quando li vedo ben lontani, riprendo a camminare col mio sacchettino della farmacia da pensionato e vado a casa.
Fine del circo, fine della recita. Il combattimento non c’è stato. Abbiamo vinto tutti, direbbe Sun Tzu.

Che culo, eh?
Se il boss dei quattro mi avesse sparato subito un papagno sul grugno all’inizio, io sarei finito steso a terra, magari cadavere (e, nella mia zona, non sarei stato il primo a fare questa fine, credimi), questo è quel che ho pensato. Dopo. A casa.

Che storielle, mh? Mi auguro che questo abbia chiuso il ciclo del motivo per cui ho studiato il kung fu. Che tra l’altro, in fondo, vuol dire solo “cosa fatta bene, ben fatto”. Per cui “Tutto è bene quel che finisce bene!” – “E l’ultimo chiuda la porta.” (cit. Nick Carter).

Nick Carter di Guido De Maria e Bonvi.