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Annecy 2026 cortometraggi in concorso 2.

Mercoledì 15 giugno si è svolta ad Annecy la seconda P’tits Dej du court. In quell’occasione si è parlato dei seguenti cortometraggi.

Il primo è stato “Invisible Harvests” cortometraggio realizzato in Stop Motion e con manipolazioni della pellicola realizzato da Stephanie Dudley, per il Canada.

Il cortometraggio parte mostrando delle note scritte da qualcuno che racconta d’aver ricevuto delle lettere in eredità da una parente. Queste lettere contenevano ricette, accompagnate da riti scaramantici per favorirne la cottura. Tutto viene raccontato mostrando una signora in cucina che affetta un cavolo, lo mette a bollire e fa altre cose. L’alternarsi delle immagini al testo, le alterazioni delle immagini nella pellicola, le macchie colorate, le sovrapposizioni d’immagini e l’uso di musica inquietante rendono l’atmosfera lugubre e densa di mistero. Facendo della cucina una parte importante della memoria personale e familiare, impossibile da separare dal ricordo di una persona.

Un cortometraggio ipnotico, che indica un altro modo di vedere il mondo e che stupisce per la sua atmosfera misteriosa. Tutta l’azione si svolge in una cucina e assume l’aspetto di essere un rituale magico. La presenza si immagini sfocate, che sembrano prese da vecchi filmini familiari, da l’impressione di stare guardando la storia di un’intera vita. Riassunta nelle azioni che la protagonista compie cucinando, perfezionate da anni di esperienza, che mostrano la trasformazione degli elementi tramite un raffinato processo chimico di cottura. Il tutto inscritto in un contesto di tradizioni, memoria e simbolismi. Le deformazioni ottenute dalle manipolazioni su pellicola rendono ancora più forte l’affinità con il cucinare.

L’autrice è tornata al cortometraggio a quindici anni dal precedente. In questo periodo ha lavorato molto nel fare slide per telegiornali e programmi scientifici e voleva fare un corto su qualcosa di scientifico. Ha filmato la scena in digitale e in pellicola per poterla far fermentare, bollire e modificarla. Così da legarla ancora di più al tema della storia e al metodo scientifico.

Racconta che l’ispirazione per questo corto nasce dal vedere sua madre avere difficoltà a ricordare le ricette che ha fatto per anni. A cui si aggiunge il suo amore per la sperimentazione su pellicola. La storia che racconta è tratto da un poema canadese e per spiegare le sue scelte narrative, cita la sua convinzione che il cavolo sia un vegetale importante nella cucina, ma non ha la fama che meriterebbe.

Lei ha una grande passione per fare le conserve e la fermentazione l’ha sempre affascinata, tanto da farle decidere di renderle una metafora della funzionamento della memoria. Con questo corto ha deciso di celebrare le azioni e le persone che spesso sembrano invisibili, perché trova che ci siano molte cose che vengono urlate e altre ignorate.

Afferma di aver riempito il cortometraggio di note scritte a mano perché queste danno l’opportunità di leggere con lentezza, mentre i social sono guardati in fretta.
Le chiedono come sia fare corti in Canada, nel rispondere dipinge uno scenario ideale e consiglia a tutti di provare a fare collaborazioni.

L’ultima domanda riguarda la sua opinione sull’importanza dello scrivere a mano. Lei ama farlo, scrive ancora lettere e le piace leggere quelle della sua famiglia, come ama leggere le ricette di famiglia.

Il secondo cortometraggio presentato è stato“Balconada”, realizzato a disegni animati da Iva Tokmakchieva per la Bulgaria.

Il cortometraggio racconta di una flautista  che, durante un caldo giorno d’estate, decide di uscire sul balcone, dove inizia a guardare gli altri intorno a se. Nota un vicino di casa che ha il balcone pieno di piante e passa il suo tempo a curarle e a spiare, dietro di esse, un altro vicino, atletico, che sul balcone si allena. Una ragazza ascolta della musica mangiando un po’ troppe fragole sotto spirito mentre, nel palazzo di fronte, una signora stende il bucato e cerca di impedire all’irrequieto figlio di fare disastri e di guardare la musicista, che fuma in mutande. Tutto procede con monotonia, fino a quando non arriva un’improvviso temporale a sconvolgere la vita del quartiere e inspirare la flautista nel fare una suonata tanto appassionante che nessuno può ignorarla.

Un cortometraggio molto poetico, dallo stile semplice e con pochi colori. Ma in grado di suscitare grandi emozioni e portare a provare una grande simpatia per la musicista dalla vita incasinata e i suoi vicini di balcone.

L’autrice racconta di aver iniziato il cortometraggio durante il lockdown. Passava il tempo facendo disegni, che poi inviava alla sua produttrice. Questa vide un disegno con un tizio che faceva ginnastica in balcone e gli suggerì di continuare seguendo quell’ispirazione. Solo da quel momento lei ha davvero iniziato a osservare i vicini dal balcone.

Mentre cercava modi per raccontare la storia gli suggerirono di smettere di scrivere e di iniziare a fare direttamente degli animatic, cosa che gli ha permesso di concentrarsi nel trovare l’armonia dell’immagine. Quando ha iniziato la produzione è partita una collaborazione con gli altri artisti coinvolti nella produzione del corto, che l’ha ispirata molto. Soprattutto quella con il suo Sound Designer Amin Goudarzi, anche lui bulgaro. Lei sa che la musica rilassa la gente e pensa che quando ci sia qualcosa da fare aiuti a rendere tutto più calmo.

Per lei è stato molto importante poter incontrare chi collaborava al suo cortometraggio di persona, anche se erano sparsi per l’Europa perché la sua produttrice cerca sempre di aprire i progetti alle produzione internazionali. Per chiudere dice che l’è piaciuto lavorare a tanti personaggi insieme e che si sente connessa a tutti loro. Il moderatore fa notare come questo cortometraggio, su della gente che ha caldo, sia probabilmente il corto a cui ci si può relazionare di più durante i caldi giorni del Festival di Annecy.

Il terzo cortometraggio di cui si è parlato è stato “Lumi saadab meid” (Winter in March), cortometraggio in Stop Motion realizzato da Natalia Mirzoyan per l’Armenia.

Il cortometraggio è tratto dalle interviste a una giovane coppia di origine russa che raccontano come hanno lasciato il loro paese, affrontando un difficile viaggio per attraversare la frontiera. Durante il tragitto la fragilità e le forze dei due emergono e la coppia inizia a sgretolarsi, sotto la pressione delle preoccupazioni e degli interrogatori a cui deve sottostare.

Un cortometraggio che offre il punto di vista di qualcuno costretto a lasciare il proprio paese e che mostra il grande contrasto che c’è tra chi emigra e chi decide di restare. Mostrati come persone indifferenti a quello che gli accade intorno o ostili a chi parte. I personaggi sono stati realizzati con semplici pupazzi di stoffa su cui venivano ricamate sopra decorazioni, che sottolineavano i loro pensieri e gli stati d’animo attraverso la loro aggiunta o la loro sfilacciatura. Questa semplicità ha dato la possibilità di realizzare una vasta gamma di emozioni, molto adatte al racconto drammatico.

L’autrice racconta che tutto iniziò in un periodo in cui la tensione che sentiva, a causa della guerra tra Russia e Ucraina, le aveva fatto venire una forte depressione. Per riprendersi aveva cominciare a registrare le sue conversazioni con gli amici. Non aveva l’intenzione di usarle per fare un cortometraggio, ma dopo aver sentito storie impressionanti e aver visto che la gente scappava dalla Russia nonostante fossero nel pieno dall’inverno, ha pensato che bisognava documentarlo.

La sua decisione è stata quella di farne un cortometraggio che raccontasse delle donne che si sono trovate ad affrontare sia grandi pericoli che il crollo emotivo dei loro partner. Decidendo di farlo in Stop Motion perché da tempo pensava di sviluppare una tecnica dove potesse utilizzare la stoffa. Così da giocare  sul fatto che, in Russia, i sostenitori di Putin vengano chiamati cotone. Dando al paesaggio che si ricopre di “neve” tutto un altro significato.

Parlando della tecnica utilizzata ha assicurato che è molto facile da fare. Le scene di scucitura erano ottenute usando lo scotch, mentre le espressioni facciali dei pupazzi sono state tutte aggiunte in post produzione. Un’altra curiosità riguarda come ha ottenuto la sensazione di pressione e di tremore, fatta muovendo la camera e non i pupazzi.

Il quarto cortometraggio della mattina è stato“Alkotás” (Creation) realizzato e in Animazione 3D che simula la pittura da Béla Klingl, per l’Ungheria.

Sulla superficie bianca di una tela in uno studio di pittura compare una macchia di colore, questa assume forma umana e riempie lo spazio di colore a ogni suo movimento. L’essere inizia a muoversi libero e felice riempiendo la tela. Ma da un angolo si alza un’altra creatura, bianca, che con i suoi movimenti cancella quelli dell’altro. Inizia così una sorta di danza tra i due, mossa dalla tensione crescente che uno possa distruggere l’altro.

Un cortometraggio dai colori brillanti ed una storia semplice, ma in grado di appassionare e che porta a chiedersi se creature completamente opposte possano essere in grado di condividere lo stesso spazio, senza distruggersi a vicenda.

L’autore si è presentato raccontando che lui lavora da anni come tecnico degli effetti speciali. Un compito che lui descrive come lungo, noioso e privo di creatività. Per questo lui vorrebbe passare all’animazione, che permette di essere creativi. Il cortometraggio lo ha realizzato da solo lavorandoci per tre anni. Ma avendolo fatto nel suo tempo libero non può dire con esattezza quante ore di lavoro siano state necessarie per completarlo.

 

Racconta che il titolo originale ungherese usa una parola che può indicare sia il processo di creazione che il prodotto finito, ma non trovando una traduzione soddisfacente ha dovuto usare una che non rende totalmente l’idea. Per realizzare questo cortometraggio ha sviluppato un programma che rendesse i personaggi 3D simili alle sue pitture digitali e potesse simulare il movimento del colore sulla tela. Dopo averlo fatto ha iniziato a muovere i personaggi sullo schermo, ha visto che l’effetto era bello ed ha continuato seguendo quell’ispirazione.


Alla domanda se sia la metafora di una storia d’amore e se uno dei personaggi alla fine muoia aveva risposto che lui non voleva sapere niente di tutto ciò. Inizialmente aveva pensato di farli protagonista e antagonista, ma alla finito aveva scelto di evitarlo per suggerire l’idea che potessero essere amici o amanti. Il significato del cortometraggio lo ha voluto lasciare aperto.

Il quinto cortometraggio è stato “When the Sea Was Calm”, realizzato in Stop Motion da Mamuka Tkeshelashvili per la Georgia.

La storia racconta di un’estate in una città di mare nella Georgia degli anni Ottanta. Il protagonista è un ragazzino che si divertiva ad andare in bici con il suo migliore amico, gioca a calcio con gli altri ragazzi del quartiere e vive la sua prima cotta per la ragazza della casa davanti alla sua. Tutta questo scomparve improvvisamente una notte, quando iniziarono i bombardamenti aerei russi. Il ragazzo vede gli adulti andare in panico e tutti i suoi amici partire di corsa con le loro famiglie. Alla fine anche lui è costretto a imbarcarsi, con la madre, su una nave piena fino all’inverosimile di persone spaventate. Il corto si chiude portandoci nel contemporaneo e mostrando il protagonista, ormai quasi sessantenne, visitare la sua vecchia città in rovina. Guardando tutto con espressione intensa.

 

Un cortometraggio realizzato con un abilità sorprendente che colpisce fin dai primi secondi, in cui i due ragazzini scappano in bicicletta tra le vie affollate davanti al mare. I pupazzi realizzati in plastilina in uno stile ruvido danno una sensazione di realtà fortissima, simile a quella che da vedere delle fotografie di famiglia degli anni Ottanta.

L’atmosfera dell’epoca è ricreata con grande cura e l’inizio dà la sensazione di essere il racconto di un’estate spensierata, fino a quando guerra non cambia tutto irrimediabilmente. Il momento in cui il protagonista può solo guardare il suo migliore amico andarsene o quello in cui riesce a recuperare il cane e ad abbracciarlo sulla barca diretta verso un futuro incerto colpiscono emotivamente, rendendo perfettamente l’emozione della perdita violenta di qualcosa. Lo sguardo con cui il protagonista, ormai adulto, guarda quella che fu la sua casa e la sua città possono essere interpretate sia come un segno di speranza che come un segno di una perdita che non potrà mai essere curata. Per chi scrive si è trattato del cortometraggio in Stop Motion migliore di quest’edizione.

La prima cosa che viene chiesta all’autore E perché abbia voluto tornare a quel periodo storico della Georgia. L’autore racconta che quando era piccolo la sua famiglia passava l’estate in quella città ed era un posto bellissimo, finché non è arrivata l’estate dal 1986.

Adesso tutti parlano dal conflitto in Ucraina, ma secondo lui tutto è iniziato in Giorgia nel 1986, dove ci furono più di 200.000 persone costrette ad andarsene, che ancora oggi sognano di poter tornare a casa. Il conflitto in corso gli ha fatto pensare che fosse il momento giusto per ricordare.

Nel suo cortometraggio c’è molto amore e tenerezza, che contrasta con la violenza delle ultime scene, ma questo era esattamente ciò che lui voleva ottenere. Voleva tornare alla sua infanzia ricreando l’atmosfera di quell’epoca, tanto differente dalla nostra, per mostrare come la guerra distrugga tutto. Il pubblico in scala è rimasto colpito dalla bellezza dei movimenti camera e chiede come abbia fatto a realizzarli. La risposta è stata che per lui era necessario arrivare a quella qualità perché, alla fine del corto, mostra dei filmati dell’epoca e voleva ricreare la libertà di movimento che ha una videocamera portatile, come quelle usate per le riprese dei filmini familiari o dei telegiornali.

Per realizzare le riprese hanno costruito set di diverse dimensioni e pupazzi alti dai cinque ai settanta centimetri. Un altra domanda riguardava l’importanza che il cortometraggio dedica ai cani. Un’altra cosa che sentiva doverosa perché ricordava quanti ce ne fossero in giro, spesso abbandonati dalle famiglie in fuga o scappati a causa dei bombardamenti.

Per finire, l’autore garantisce che per quanto il cortometraggio sia lungo e complicato, è stato realizzato quasi interamente solo da lui.

Il sesto cortometraggio è stato“Cosmonautas” realizzato in disegni animati da Leo Černic per la Slovenia.

Il corto racconta di una crociera intergalattica per single in cerca d’amore. Tra le centinaia di persone mostrate vengono raccontate in particolare la vita John, un timido energumeno vestito da dominatore sadomaso in cerca dell’amore romantico. Del capitano della nave spaziale, che vorrebbe non essere da solo al posto di comando. Di un’addetta alla polizia della nave, che vorrebbe avere il coraggio di unirsi gruppi di innamorati festaioli e di un burbero ricercatore, che sostiene di essere salito solo per poter osservare meglio una cometa, di cui in realtà è follemente innamorato. Tutto procederà nel modo più folle e romantico possibile.

Un cortometraggio talmente pieno di idee grafiche eccellenti e personaggi che per poterlo gustare appieno bisognerebbe vederlo almeno dieci volte di seguito. La storia continua piena di colpi di scena per ognuno dei personaggi ed ha un finale che potrebbe essere incredibilmente felice, ho assolutamente tragico, a seconda di come lo si voglia vedere.

L’autore è salito sul palco indossando una pin dell’astronave sulla maglietta ed ha raccontato come la storia sia nata dal contrasto tra l’epicità del viaggio intergalattico e la solitudine dello spazio. Che lui vede simile alla solitudine delle persone che praticano particolari tipi di sesso estremo. Questi sono visti come figure dalle caratteristiche precise e fisse. Cosa che non gli va e che spiega parlando di uno dei suoi personaggio. Delfino, che è vestito come un King e dovrebbe essere violento. Ma, Leo Cernic assicura, in realtà possono essere molto romantici e anche timidi.

Racconta che il cortometraggio è stato realizzato in animazione tradizionale fatta quasi interamente da lui e colorata da bravi aiutanti, a cui sarà sempre grato. Gli viene chiesto perché abbia deciso di raccontare questa crociera degli Outsider. Risponde che voleva e illustrare la voglia di sentirsi soddisfatti di’ se, ma anche la sensazione dell’essere soli nello spazio. L’ultima domanda riguarda il Sound desig molto particolare del corto. Lui risponde che anche in quell’aspetto si sono divertiti a giocare sui contrasti tra il tanto e il minimo, cercando di trovare l’armonia.

È felice di aver potuto fare un cortometraggio che gli abbia dato la possibilità di realizzare tantissimi personaggi diversi, tutti inseriti tra l’immensa folla dell’equipaggio, così da poter mostrare il maggior numero di rappresentazioni dalla comunità possibile.

Il settimo e ultimo cortometraggio della mattinata era “Fille de l’eau” (Water Girl) realizzato ha disegnati animati da Sandra Desmazières per la Francia.

Il cortometraggio racconta la vita di una donna dell’Asia che lavora come pescatrice in apnea, immergendosi ogni giorno nell’oceano insieme alle sue compagne. Viene mostrata la sua vita attraverso gli anni, passando dall’essere un’adolescente che vive con la madre ad essere una giovane adulta sposata e poi un’anziana pensionata. Ci sono i suoi sogni, i suoi amori, il suo personale dramma nel vedere tutte le sue amiche avere figli mentre lei non riesce ad averne e il raggiungimento della tranquillità grazie all’amore del marito. Alla fine del corto lei e le sue anziane compagne sono costretta ad abbandonare la pesca subacquea, ultime rimaste in un ambiente dal forte inquinamento costiero e molte navi da pesca intensiva all’orizzonte.

Un cortometraggio basato sui sentimenti e le atmosfere. La sua storia si concentra su un personaggio per raccontare una società dove esisteva un forte senso di comunità, ma di cui ormai non ci sono più eredi. Nonostante ciò la protagonista riesce a guardare tutto e ad essere felice, pensando ai momenti belli della vita passate con le colleghe ed il marito e continuando ad amare il mare, anche quando è rimasta da sola. La tecnica utilizzata è una delicata pittura ad acquerello, con cui l’autrice riesce a ricreare un mondo tropicale sospeso tra esotismo, realismo e il fascino dei ricordi. Ottenendo una sensazione di realismo poetico struggente e molto piacevole.

La prima cosa che viene chiesto all’autrice è come sia nata l’idea del film. La risposta stupisce un po’, perché racconta che la necessità di fare questo cortometraggio nasce per raccontare una questione personale, iniziata quando sua nonna venne ricoverata all’ospedale e lei andava a visitarla. Non poteva fare quasi più nulla da sola e le raccontava la storia della sua vita. Nello stesso periodo stava tentando di rimanere incinta e i tanti tentativi fatti andati a vuoto la stavano deprimendo molto. Voleva raccontare queste sensazioni in qualche modo e un giorno vide un documentario sulle pescatrici Ama del Giappone, che pescano in apnea e formano gruppi di sole donne caratterizzati da forti legami personali, dove non contano le differenza d’età. Dopo averlo visto, decise di mettere tutto insieme.

Nel cortometraggio vediamo il passaggio del tempo nei palazzi costruiti e dal progressivo inquinamento del mare, un particolare che lei lega al discorso sulla fertilità della protagonista. Ma l’autrice afferma che mostrare i cambiamenti del luogo non era il focus del corto, ciò che davvero voleva era mostrare la relazione tra la protagonista e il marito. Mostrando il cuore della donna e il suo desiderio di avere figli.

Gli viene chiesto se per realizzare il cortometraggio ha utilizzato l’animazione digitale. Risponde di aver realizzato parte del cortometraggio a matita e acquerelli, mentre altre cose le ha realizzate con TV Paint. Oltre ad avere usato il digitale per fare il compositing e per cambiare le luci delle scene. Racconta che non è la prima volta che realizza un film a mano, ma che in passato non ha usato acquerelli, ma colore ad olio diluito più una tecnica, per lei importante, che ha utilizzato anche in questo cortometraggio perché ama l’effetto che dà. Il caffè diluito usato insieme agli altri colori.

Come ultima domanda le chiedono se, secondo lei, nella la società francese contemporanea con sempre meno bambini, le donne senza figli avranno una vita più dura. Per rispondere racconta che sua madre, i parenti e tutti gli altri le chiedevano sempre quando avrebbe avuto figli, quindi è innegabile che ci sia una forte pressione sociale che spinga ad averne.

Questi sono stati i cortometraggi del secondo gruppo al festival di Annecy. Una selezione varia, che mostra soprattutto le gradi capacità espressive della Stop Motion e del racconto poetico.

Chi scrive assicura che anche i cortometraggi presenti nelle altre selezioni fossero di altissimo livello e continuerà a parlarne con altri articoli d’approfondimento.