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Annecy 2026, cortometraggi in gara numero 1.

Anche quest’anno al festival di Annecy è stata proposta una selezione cortometraggi eccezionali.

Martedì 23 giugno si è tenuta la prima Petit Dej du Court alla presenza di degli autori dei sette cortometraggi proposti nella prima selezione che, da quest’anno, ha trovato un nuovo, spazioso spazio dedicatole all’interno della Citè. Rendendo tutto più facile e piacevole.

Sfortunatamente Henri Veermäe, autore del primo cortometraggio in selezione, non era presente questo si intitolava Uka- uka”, realizzato in Stop Motion per l’Estonia, raccontava la strana giornata di un bambino nell’Estonia degli anni 80 che, per vincere la noia di un pomeriggio estivo, decide di seguire il nonno organizzatore di funerali nascondendosi nel portabagagli la sua macchina. Una volta lì dentro inizierà a guardare il mondo attraverso il buco della serratura del portabagagli restando colpito da quello che vede. La strana avventura lo porterà a voler continuare a vedere il mondo attraverso l’obbiettivo di una cinepresa.

Un cortometraggio realizzato con una Stop Motion eccellente e in grado di evidenziare la stranezza del mondo, visto da un punto di vista differente, e di mischiare la normalità della vita di ogni giorno ad un senso del grottesco molto accentuato e scene bizzarrei che colgono di sorpresa gli spettatori.

Sfortunatamente, anche gli autori del secondo cortometraggio erano assenti. Questo si intitolava Two Ice Cream please”. Realizzato da Jasmine Elsen per la Francia anche questo in Stop Motion, con personaggi e scenografie realizzate in plastilina dai colori molto vivaci, e sequenze surreali disegnate.

Raccontava la disavventura di due amiche in vacanza in una foresta del Sud America. Una delle due  corre dietro ad una scimmietta, uscendo dal percorso indicato, costringendo l’amica a correrle dietro per fermarla e finendo col perdersi entrambe nella foresta. La ragazza che era corsa dietro la scimmietta continua a sdrammatizzare la situazione, convinta che tutto sia una grande avventura. Poi la fame le farà avere delle visioni di gelati e continuerà a peggiorare la situazione trascinando l’amica in un incubo dal finale tragico e beffardo.

Un cortometraggio che racconta una storia tragicomica che sembra voler ricordare che bisogna scegliere bene gli amici con cui andare in vacanza. L’animazione dei personaggi e la realizzazione dei paesaggi è di alta qualità e le scene a disegni animati delle allucinazioni sono divertenti. Mentre in quelle in plastilina la tensione cresce inarrestabile durante tutto il corto, con grande abilità registica.

Fortunatamente l’autrice del terzo cortometraggio era presente, si trattava di Zsuzsanna Krief, autrice del bel cortometraggio “Adgwa-Ata”, realizzato per l’Ungheria mischiando disegni animati e Stop Motion.

Il corto racconta la storia di due tribù di donne che vivono in una foresta tropicale. La prime è composta da guerriere Amazzoni che sono vestite con abiti esagerati e che adorano il serpente, in grado di connetterle con un universo mistico. La seconda Tribù è formata da ragazzine. Periodicamente le amazzoni rapiscono alcune delle ragazzine per sottoporle ad un rito d’iniziazione che, se non le uccide, le metterà in contatto con la dimensione mistica rendendole amazzoni. Ma una delle ragazze rapite instaura un rapporto diverso con il serpente e riesce a opporsi alla violenza e a cambiare per sempre il rapporto tra le due tribù e le entità sovrannaturali.

Un cortometraggio dallo stile psichedelico e ipnotico che porta gli spettatori in un mondo che unisce violenza e spiritualismo. Talmente pieno di simbolismi, legati alla maturazione sessuale e spirituale, che si potrebbe vedere più volte trovando sempre cose nuove. Riuscendo anche ad avere un messaggio positivo. Davvero ottimo.

L’autrice definisce il suo corto un viaggio psichedelico nella giungla, racconta che tutto è partito facendo disegni senza pensare, lasciando fare al suo inconscio. Ottenendo così un corto con uno stile libero con forti contrasti di colori e che risente di influenze inconsce di artisti che ama per il surrealismo e l’uso dei colori.

Cominciò a disegnare donne che abitavano della giungle e più andare avanti, più voleva sapere di più su di loro. Disegnava anche molti serpenti, così venne fuori l’idea del rituale. La trama si sviluppò diventando la rappresentazione di due tribù molto diverse tra loro. Ma mentre disegnare le Amazzoni è stato facile, perché dovevano essere esagerate, disegnare le ragazze è stata difficile perché voleva farle simpatiche senza farle sembrare principesse Disney.

All’inizio della storia le amazzoni catturavano solo una ragazzina, ma poi ha capito che era meglio mostrare diverse reazioni al rito dei serpenti, rendendo la storia più complessa. Nel finale il rituale cambia per mostrare che le due tribù si uniscono grazie alle ragazze, che trovano un modo per condividere i loro spazi con le amazzoni.

Il pubblico in sala fa domande e le chiede come abbia scritto le scene psichedeliche. La risposta è che lei aveva scritto tutto con cura, ma poi tutto è stato cambiato improvvisando. La produttrice non era molto felice, ma per lei era necessario. Le chiedono anche se la sua intenzione fosse mostrare che la ritualità può essere cambiata per diventare un mezzo d’oppressione. La risposta che ha dato è che le religioni possono farlo.

Il quarto cortometraggio di cui si è parlato stato “Black Box”. Realizzato da Anton Dyakov per la Norvegia mischiando disegni animati e fotografie antiche.

La storia racconta di un anziano fotografo che nel suo negozio, l’unico palazzo antico in mezzo a una via moderna, apre una scatola con le fotografie della sua giovinezza e tenta di ricordare chi siano le persone che aveva ritratto. I ricordi tornano nei momenti più inaspettati della giornata, soprattutto quando va in bici in campagna o cammina per la città. La sua morte segnerà la fine di un epoca di cui restava tra i pochi testimoni e che verrà prontamente rimossa dalla memoria della città moderna.

Un cortometraggio riflessivo e dai ritmi lenti, che grazie al piacevole bianco e nero riesce subito a far entrare gli spettatori in un mondo antico. Il senso di perdita dovuto alla morte del protagonista viene inserito in uno scorrere del tempo che lega gli uomini alle abitudini e ai luoghi che frequentano, dando come risultato un cortometraggio struggente e in grado di generare molti pensieri, sulla vita è sulla morte, a cui non ci sono risposte.

L’autore descrive il suo corto come una storia sulla memoria e su come questa funziona. Racconta che iniziò a pensarlo dopo la morte di suo nonno, quando cominciò a guardare le sue vecchie foto e capì che non sapeva niente delle persone ritratte. Purtroppo sua nonna stava perdendo la memoria e non poteva dirgli nulla di loro. Venne così colpito dall’importanza della memoria e di come sia fragile. Gli viene chiesto a che punto il film non è stato più sul vecchio, ma su qualcosa di più grande. Lui aveva scritto una sceneggiatura lunga, ma avendo poche risorse ha deciso di accorciarla e renderlo più poetico. Così da far diventare le azioni del vecchietto non azioni, ma fasi nel tempo.

Gli viene fatta notare la differenza tra questo corto e i lavori precedenti più divertenti, chiedendogli cosa sia importante che i suoi corti dicano. La sua risposta è stata che ognuno di loro è differente perché fatto in un’epoca diversa. Le cose cambiano con l’età e la situazione contemporanea gli fa pensare che questo non sia un tempo per fare battute.

La tecnica di mischiare immagini e foto l’aveva già usata in un altro cortometraggio. Lui ama le fotografie e negli anni ne ha raccolte tante. Ma a lui non piace copiare dalle foto, perché lui sa disegnare. Quindi preferisce inserirle, disegnandone altre inventate da lui.

Però realizzando questo corto qualcosa è successo nella sua mente, portandolo ha usare il bianco e nero e a mettere Noise Effects nelle immagini, per ricreare, senza imitarle, l’effetto di sbavatura e granulosità delle vecchie foto.

Ci tiene a precisare che il corto è sulla perdita della memoria e che voleva indicare come si stia perdendo la memoria del passato. Che anche la tecnica fotografica sta andando persa e che voleva parlare di come perdiamo qualcosa ogni giorno.

Gli viene chiesto come fare un corto che sia incentrato su un personaggio. La domanda lo ha preso di sorpresa, risponde che lui mischia immagini e foto e che non sa rispondere, anche perché non pensa che sia importante rispondere. Perché non gli piace fare qualcosa che può capire completamente, preferendogli qualcosa che gli faccia cercare significati.

Racconta che il giorno precedente, guardando il suo corto, si è chiesto chi lo ha fatto ed è stato molto felice di come la musica, fatta dal suo amico Alexey Gallyamov, funzionasse bene.

L’ultima domanda e stata sulla crescita della produzione di film biografici contemporanea, chiedendogli se li conosce, cosa ne pensa e quale sia, secondo lui, il modo migliore per per farli. Risponde che gli piacciono quei film, ma non pensa di essere capace di farli. In passato aveva fatto un corto autobiografico, lo ha mostrato agli amici e che, dal modo impaccieato in cui gli parlavano, ha capito che era una m****. Quindi i documentari biografici non sono per lui, Black box è un’eccezione perché non racconta di lui, ma della sua famiglia.

Sfortunatamente anche gli autori Quinto cortometraggio non erano presenti questo si intitolava “God is Shy” realizzato a disegni animati da Jocelyn Charles per la Francia in uno stile colorato e dalle forti esagerazioni facciali che ricordano i lavori dello studio 4°C.

La storia raccontava di una coppia che in treno si divertiva a disegnare delle scene tratte dai loro incubi peggiori. La cosa prende una strana piega quando entrambi si rendono conto che questi loro incubi avevano come protagonista una donna che sembrava essere la stessa, peggiorando quando questa persona compare per sedersi accanto a loro. Da lì inizia a raccontargli una storia spaventosa, che porterà i loro incubi a divenire realtà in un modo angosciante è privo di ogni la possibilità di salvezza.

Un cortometraggio dal buon ritmo e che racconta una storia del terrore con tempi perfetti e molti colpi di scena. L’eccessivo numero di colori contrastanti presenti riempie la scena dandole un senso di horror vacui opprimente, riuscendo a rendere bene l’angoscia provata dai protagonisti. Ma anche a rendere tutto talmente caricaturale da mitigare la tragicità del finale.

Il cortometraggio ha vinto il Crystal come premio del pubblico, ed è un vero peccato che l’autore non sia venuto a parlarne.

Il sesto cortometraggio presentato si intitolava “Danse macabre” ed è stato realizzato da Hisko Hulsing per i Paesi Bassi usando fondali dipinti a olio e personaggi in CG.

La storia ha come colonna sonora il brano omonimo di Shostakovich e racconta della fine del mondo, che inizia con il risveglio di migliaia di militari morti che, nonostante siano scheletri, si alzano per andare alla distruzione del mondo. Utilizzando carro armati, fucili e bombe di ogni tipo realizzano la completa distruzione del genere umano in un crescendo di follia e violenza che non ha alcuna spiegazione ed è impossibile da fermare.

Il cortometraggio è stato realizzato in uno stile che risulta fortemente influenzato dal disegno accademico francese di fine Ottocento e dallo stile stile accademico contemporaneo del nord ed est Europa. Sfortunatamente questo lo rende molto pesante da vedere è la mancanza di qualsiasi premessa sul perché cominci questa distruzione non aiuta. Nonostante ciò, il senso di orrore per le violenze della guerre è l’inumanità delle azioni compiute dai soldati e la presenza di scene memorabili, come gli scheletri ubriachi che danzano sui cadaveri o l’esecuzione degli angeli, sono scene memorabili.

il corto aveva scatenato polemiche in sala il giorno prima, una contestazione forte del pubblico che sosteneva fosse stato realizzato interamente utilizzando l’intelligenza artificiale. Cosa che aveva provocato una reazione di rabbia nel suo autore, che secondo molti confermava il sospetto.

Probabilmente per questo motivo, prima di sedersi, ha messo in bella vista uno dei quadri ad olio realizzati come studio, dicendo che altri 39 erano in esposizione in una galleria di Annecy.

Racconta che l’idea per il corto è nata all’inizio delle ostilità tra Russia e Ucraina, quando si rese conto che i media sembravano evitare di parlarne. Questo lo fece pensare alle crescenti nostalgie per lo stalinismo in Russia e al ritorno del fascismo nel resto del mondo e voleva parlarne.

Gli venne in mente il brano “Danse Macabre”, una melodia che Shostakovich compose negli anni del terrore staliniano. Quando, temendo l’arresto, aveva vissuto per anni con una valigia piena vicino al letto per essere sempre pronto a scappare.

Ha impiegato 11 anni a fare il corto, realizzando 69 quadri a olio per questo corto, per spiegare agli animatori quello che voleva ottenere. Questo cortometraggio è stato prodotto con la collaborazione di quattro studi in quattro nazioni diverse.

Gli scenari sono presi dai suoi dipinti a olio e i personaggi sono realizzati in 3D e poi resi simili allo stile dei suoi quadri tramite un filtro creato apposta. Non hanno usato rotoscopio, ma filmati di attori come referenza alle animazioni e hanno usato un software sviluppato apposta per lui da una machine learning caricando tutti i quadri che aveva fatto negli ultimi 30 anni, per creare un filtro che rendeva il 3D animato simile allo stile dei suoi quadri. Lui ha iniziato a fare animazione quando tutto era ancora fatto a mano dipingendo su acetati e lo odiava. Per questo ha sempre accolto con gioia tutte le nuove tecnologie.

Gli chiedono cosa pensa dell’AI, risponde che la stanno incorporata in tutto e lo sarà sempre di più. Sì può protestare, ma non se ne andrà e che capisce la paura che sta suscitando, lui ha fatto storyboard per anni e adesso ha perso il lavoro per colpa delle AI. Ma dice di non aver paura perché se si Impara a disegnare si avranno sempre i mezzi per sapere come lavorare. Si dice convinto che in quest’epoca gli artisti possano solo lavorare nell’animazione.

Segue la domanda di uno che dice di odiare l’IA e che sostiene che col suo corto lui non è differente dai disastri che stanno facendo le Big Tech. La sua risposta è stata che nel giro di pochi anni non ci saranno più questo genere di discorsi e che tutto l’odio attuale sia dovuto alla forte presenza di IA slop, ma le cose cambieranno miglioreranno e verrà vista come una possibilità come altre.

Per spiegare il processo di realizzazione ha mostrato un filmato documentario, ma a causa delle continue domande che gli stavano facendo pensava di farne un altro per spiegare scena per scena come sia stato fatto il corto e far capire che niente è stato generato dal nulla in AI, ma c’è dietro il lavoro di decine di animatori che hanno utilizzato After Effects e TvPaint.

All’ennesima accusa di usare l’AI, l’autore sbotta dicendo che sperava in una discussione intellettuale sull’uso dell’arte per denunciare le violenze ed è molto rattristato dal fatto che nessuno sia interessato a quello.

Il settimo e ultimo cortometraggio presentato è stato “Paper Trail”. Realizzato da Don Hertzfeldt per gli Stati Uniti modificando disegni fatti su carta.

Il corto inizia mostrando un foglio in cui appaiono delle macchie. Da quello si passa ad altri fogli in cui le macchie si evolvono in ghirigori e poi in disegni. Si intuisce così di stare assistendo all’evoluzione di una persona attraverso i segni che ha lasciato sui fogli vedendo la crescita del suo modo di rappresentare il mondo. Si passa al suo apprendere a leggere, scrivere e fare di conto ed ai suoi studi dalle elementari fino al college. Centinaia di fogli di verifiche e di test intervallati da lettere alle persone amate per poi passare alla vita lavorativa, con centinaia di firme apportate sui documenti.

Un cortometraggio stupefacente completamente muto ma accompagnato da una colonna sonora eccezionale che riesce ad aumentare la poesia del racconto visivo. La visione di un’evoluzione costante che parte dai primi anni 80, proseguendo oltre il nostro tempo e segnando la crescita e l’invecchiamento di una persona durante la sua vita. Un corto che riempie gli spettatori di emozioni e da la sensazione di assistere alla nascita di un altro modo di raccontare le storie.

Nonostante i suoi lavori siano stati selezionati al festival di Annecy per anni Questa è stata la prima volta che Don Hertzfeldt sia venuto, provocando una forte emozione anche nel moderatore.

Racconta che idea per questo cortometraggio sia nata quando ha dovuto firmare molti documenti, questo gli ha fatto pensare che la sua firma doveva essere cambiata negli anni e si è chiesto come sarebbe stato animarla.

Ha parlato di come gli animatori hanno un rapporto differente col tempo. Che nei film che vedeva da ragazzo, tipo “Frank’s film”, gli autori avevano tentato non solo di sperimentare con l’animazione, ma di trovare nuovi modi di raccontare una storia e che lui vuole seguire questa strada.

Lui fa storie con uno stile minimal quando la gente vede Paper Trail gli chiede come sia la vita del protagonista al di fuori dal lavoro e se sia felice o no e gli piace che glielo chiedano.

Molti dei disegni infantili del corto sono suoi, perché sua madre ha conservato tutto quello che ha fatto. Altri sono del Figlio di un amico che adesso ha 10 anni. Si dice convinto che non si possano falsificare i disegno dei bambino perché lo si nota subito.

Racconta che il Cortometraggio sia stato animato usando la gomma, ovvero cancellando il segno della penna fotogramma per fotogramma. Per riuscire a farlo sostiene di aver dovuto creare un set tridimensionale nella sua mente, una sorta di Stop Motion camera, con cui immaginare le scene. Ne approfitta per dire che secondo lui il suo compositore, Naomi Alligator, ha composto alcune delle colonne sonore migliori mai fatte per dei corti animati.

Secondo lui ogni d’arte è sempre una conversazione con gli artisti. Ci si può emozionare vedendo quadri antichi o film di cent’anni che ci fanno avere un dialogo con i loro autori. Alla domanda del pubblico su come scrivere buone storie, risponde che per scrivere bene bisogna imparare a sentire. Gli chiedono anche come fa a fare emozionare così tanto con i suoi film. Lui non lo sa. ma quando ha un’idea e vuole realizzarla si fa trascinare dalle sue emozioni ed è questo che il pubblico vuole, emozioni. Tutto il resto è noioso.

Questo cortometraggio ha vinto il Crystal come miglior corto di Annecy 2026. Un premio meritato che ha però suscitato alcune perplessità in chi vedeva il corto più adatto alla selezione Off Limits. Ma che ha permesso al pubblico di sentire il bellissimo discorso fatto da Don Hertzfeldt dopo aver ricevuto il premio, in cui si sentiva tutta la sua modestia e quanto sia profondamente in cerca di un modo per spingere oltre la narrazione e la tecnica del cinema d’animazione.

Questi sono stati i cortometraggi del primo gruppo al festival di Annecy. Una selezione che comprendeva i vincitori dei Crystal e realizzati cercando nuovi mezzi espressivi. Ma che è diventato il gruppo di corti di cui si è parlato di più a causa della polemica su l’uso del IA.

Chi scrive assicura che anche i cortometraggi presenti nelle altre selezioni fossero di altissimo livello e continuerà a parlarne con altri articoli d’approfondimento.

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