Giovedì 28 maggio 2026 a Torino nel Cinema Massimo è stato conferito il Premio Stella della Mole 2026 al regista Michel Gondry.

La consegna del premio è stato solo uno degli eventi dedicati al regista, insieme alla collaborazione tra la sua Usine de Films Amateurs e la Scuola Holden per l’organizzazione di laboratori cinematografici. Dove in un solo giorno i partecipanti apprendevano come realizzare film artigianalmente divertendosi. Una retrospettiva dei suoi film e una Masterclass aperta al pubblico.
L’arrivo di Michel Gondry e di sua moglie in sala era stato accolto con emozione dai numerosi spettatori, pronti con i telefoni in mano per poter scattare foto e filmare ogni cosa.

Non si poteva evitare di avere la sensazione che il regista non fosse davvero contento delle attenzioni che stava ricevendo dai fotografi, probabilmente preferendo essere dietro la macchina da presa che sotto i riflettori.


Fortunatamente gli umori sono cambiate durante la consegna del premio, dove ha mostrato grande interesse per la curiosa forma del trofeo ed ha ringraziato per l’onore ricevuto e di aver potuto installare la sua “fabbrica di autori” in città. Da qui si è prodigato in complimenti per l’organizzazione degli eventi, la disponibilità delle istituzioni e per l’entusiasmo dei partecipanti ai laboratori.

La proiezione di uno dei corti prodotti nei giorni precedenti ha mostrato al pubblico la qualità che questi sono riusciti a raggiungere.
Subito dopo la premiazione ha avuto inizio la masterclass, che è stata moderata da Carlo Chatrian, direttore del Museo del Cinema. Che ha posto le domande al regista e mostrato scene tratte dai suoi film e videoclip.

Gondry è stato molto felice di parlare dell’organizzazione dei corsi dalla Usine. Questi sono iniziati non perché avesse intenzioni divulgative, ma perché voleva dimostrare che tutti possono creare. In questo La Fabrique è un per poterlo permettere mantenendo un modo democratico.

Gli viene chiesto se si vero che sceglie prima il titolo del film e poi inventa la storia. La risposta è che usa uno schema a piramide rovesciata, dove i partecipanti ai laboratori non partono dalla scrittura della storia ma scegliendo quale genere di film vogliono fare. Questo spinge loro a parlare di quello che succede in quel tipo di film e dei topi di personaggi. Pensando a questo si sceglie un titolo come per gioco. In seguito si inizia a inventarsi una storia per quel titolo. Si scrivono delle frasi che possono essere dette, poi si rimpiazzano le frasi con delle scene.

Con questo procedimento si evita la competizione per scegliere quale storia sia la migliore e tutto diventa divertente. Tutti sono coinvolti nella realizzazione, ridono degli errori fatti, si stupiscono di quanto tutto proceda velocemente e si c’è il senso di orgoglio di aver fatto qualcosa di bello che sembra venuto su dal nulla.
Il finale viene fatto decidere da qualcuno esterno al gruppo. Questo per evitare che la persona più carismatica di quel gruppo imponga un suo finale.

Parlando dei suoi esordi come regista di videoclip viene spontanea la domanda sul suo procedimento per realizzarli e quanto siano coinvolti i musicisti.
Il suo metodo consiste nel discuterne con due amici; uno pensa alle scenografie, lui pensa a cosa avrebbero fatto Pina Bausch, sente il ritmo della musica e inizia a immaginare quello che può succedere, mentre il terzo amico pensa alle coreografie.
Vengono mostrate immagini del video “Around the world” realizzato nel 1998 per i Daft Punk. Racconta che aveva parlato molto con i due musicisti su cosa volessero e il ritmo della musica gli dava l’idea di qualcuno che saliva le scale, così sono andati in quella direzione. Una cosa importante per lui nei video è cambiare la velocità delle scene, rendendole meno legate alla realtà.

Analizzando il suo film “Be kind. Rewind”, dove due amici pasticcioni si ritrovano a rigirare a modo loro alcuni film famosi, gli viene chiesto da dove viene la sua voglia di rifare dei film in parodia. Risponde di ritenerla una cosa molto Francese e di aver iniziato da piccolo, quando aveva usato delle registrazioni sonore se dischi della serie a fumetti, “Blake e Mortimer” per girare dei corti in Super 8 con la complicità dell’intera famiglia, con gran divertimento di tutti.
Parlando delle videoteche racconta che fu lì che si iniziò a classificare i film in base a generi, portando anche le persone a classificarli così. Ma questo non è stato un bene per i registi come lui, perché vorrebbero fare dei film che non appartengono a un solo genere.
Sulla differenze tra fare film in Europa in nord America, negli usa il budget per i film è molto più alto, ma questo non significa che i problemi diminuiscano. Bisogna impegnarsi perché gli attori restino bravi senza strafare, convinti di essere la parte più importante del film. Stesso discorso con gli scenografi e gli altri. Per i suoi film ha deve anche assicurarsi che gli effetti pratici/speciali presenti nei suo film non sembrino troppo buoni, ma restino con l’imperfezione degli artigianali.
In entrambi i continenti è importante parlare con tutti. Discutere insieme agli attori su come migliorare una scena. Parlare con i produttori per essere d’accordo su cosa fare e riuscire ad ottenere la massima libertà su come realizzare il film. Sotto questo senso lavorare al film “The Great Hornet” fu per lui poco appagante, l’attore, sceneggiatore e finanziatore con cui lavorava aveva poca voglia di cambiare la sua storia e gli respingeva quasi ogni proposta.
Continuando a parlare dei suoi film, il documentario sulla vita di sua zia “La spina nel cuore” fu un progetto a cui non aveva pensato. L’idea gli era stata suggerita dal figlio dopo che aveva sentito la prozia raccontare della sua vita di maestra tra i paesini delle Alpi. Per farlo hanno girato nelle rovine di una delle scuole dove aveva insegnato e cercato i suoi vecchi allievi per coinvolgerli nella realizzazione. La storia subì un grosso cambiamento quando suo cugino prese parte alle riprese, lui e la madre non avevano un buon rapporto e la cosa portò una tensione crescente sul set tra i due che rese la vita difficile per tutti, ma che portò alla loro riappacificazione. Tanto che sua zia ha vissuto i suoi ultimi anni di vita insieme al figlio.
Il lavorare con la Zia nei luoghi dove andava da piccolo lo riempì di idee, così tanto da finire col fare mille cose diverse, trascinando la produzione per anni e finendo con l’essere lasciato solo dalla sua troupe. Da quell’esperienza realizzò la commedia agrodolce “Il libro delle soluzioni”, che racconta la storia esagerando le parti e mettendo come protagonista un regista bipolare dal pessimo carattere, perché voleva mostrare cosa passa per la testa di una persona disturbata e il travaglio di chi deve lavorare con un regista che divaga. Michel Gondry ha assicurato tutti i presenti di essere una persona tranquilla e di non trattare chi lavora con lui come fa il protagonista del film.

Rispondendo alle domande del pubblico, Michel Gondry racconta del suo rapporto con il cinema d’animazione. Lui è stato molto influenzato dall’animazione, soprattutto da quella russa e cecoslovacca. Ma l’autore che lo ispirò più di tutti fu il pioniere tedesco Oskar Fishinger per l’astrattismo ed i suoi studi sulla musica, il ritmo e il movimento. Pensa che con l’animazione i film aumentino di valore e poesia e che la pazienza, sempre necessaria nel realizzarla, dia umiltà al regista. La sua passione per l’animazione è collega al suo rapporto con il disegno; lui ama disegnare fin da quando era un bambino e grazie al disegno può spiegare ad attori, scenografi ecc cosa vuole che accada nella scena meglio che con un testo.
A una domanda sulle musiche risponde che aiutano molto a esprimere l’idea della scena. Lui parla molto con i compositori per sviluppare le scene al meglio, ma non vuole che la musica prenda il sopravvento. Si dice molto infastidito dall’abuso che nel cinema si fa della musica e fa l’esempio delle classiche scene dove due che si baciano; anticipata e accompagnata dalla musica. Pensa che facendo così si tolga importanza alla scena e per questo lui fa partire la musica solo dopo le azioni importanti.
Parlando dei suoi futuri progetti, vorrebbe fare un film dall’inquadratura fissa. Ma metà della scena sarà uno studio di dentista, l’altra metà un commissariato e la storia andrà avanti in parallelo tra i due luoghi.

Finita la Masterclass Michel Gondry ha introdotto il suo film “Microbo e Gasolina”. Un (non) classico road movie su due ragazzini che un’estate partono per un viaggio attraversano la Francia meridionale su un automobile a forma di casa costruita da loro. Racconta che tutto è nato dai suoi ricordi e di come da studente abbia sempre fatto amicizia con i ragazzi più strani e fuori di testa della classe, perché quelli troppo quadrati lo annoiavano. Altra fonte d’ispirazione sono stati i sogni che faceva durante la scrittura della sceneggiature.
È l’unico dei suoi film che rivede sempre volentieri per la grande simpatia che gli fanno i due ragazzini protagonisti. Che durante la ripresa del film hanno davvero guidato lo strano trabiccolo/casa per chilometri ed era la prima volta che guidavano qualcosa, rendendo le loro emozioni più vere.
Dopo la presentazione Michel Gondry è sparito lasciando il pubblico al suo film. Un’esperienza resa singolare dalle interruzioni di corrente che hanno fermato la proiezione per due volte, riprendendolo ad almeno cinque minuti dopo la scena in cui si era interrotto. Lasciando ai presenti un’impressione melanconica e seccata che si legava bene al film.



