DISNEY – www.afnews.info segnala che il volume si trova qui: https://amzn.to/4tKUHWs
“Prosegue la serie di volumi creati ad hoc per valorizzare i dialetti e le lingue locali con il titolo che celebra il torinese nei fumetti di Topolino. Due le storie con dialoghi in lingua affidati a docenti universitari e specialisti di linguistica, entrambe con testo a fronte in italiano: Topolino e il ponte sull’Oceano (già pubblicata con successo su Topolino) e Paperen e la crema fortuita, inedita nella traduzione. Arricchiscono il volume approfondimenti redazionali su lingue e dialetti, su Torino e il Piemonte nelle storie a fumetti e su geografia, cultura e tradizioni locali. Prefazione d’autore.”
Ulteriori dettagli su https://www.torinotoday.it/attualita/topolino-volume-fumetto-dialetto-torinese-panini-aprile-2026.html
NOTA per turisti fumettistici: No, non potete fare uno scatto identico alla copertina di questo volume. Vi allego qui un mio scatto, giusto per farvi notare che da quel punto di Piazza Vittorio Veneto non si può vedere la Mole Antonelliana in quel modo (doveva essere una Sinagoga, ma i costi lievitarono troppo e divenne altro, vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Mole_Antonelliana). Inoltre da quel punto de centro della città di Torino NON si vede la esteticamente assai discutibile Torre Littoria con bandiera italica (che nella piacevole copertina di Pisapia ha una bella bandiera rossa), costruita ovviamente durante la dittatura fascista (peraltro, IMVHO, lo stile razionalista di quella torre c’entra, in questa zona, come i cavoli a merenda).
Per fortuna, non si può vedere, perché è completamente fuori stile, rispetto al resto degli splendidi dintorni storici. Non so come mai abbian dato a Blasco Pisapia anche la foto di quella torre da disegnare nella copertina… ma vabbè. Però, voi turisti, sappiate che lì proprio non c’è (e ne sarete lieti, perché c’è molto altro di decisamente più bello). Per il resto i caffè ci sono eccome, così come il classico bicerin (che Brigitta sembra gustare più di Paperone) e molto altro di gran qualità.
Ah, naturalmente da quel punto (livello strada) non potete nemmeno vedere le montagne, ovvio, bisognerebbe essere un po’ più in alto. La copertina ha ovvie licenze estetiche. Allego foto odierna a chiarimento foto-turistico:

Quanto alla vexata quaestio dei “dialetti”. Sì, la lingua franca dello Stato italiano è “l’Italiano standard”, che io, ahimè, parlo come prima lingua, proprio come lingua madre, quella degli attori di teatro per capirci (siamo rimasti in pochi a usarlo nel parlato e la cosa rientra nella normalità delle mutazioni incessanti delle lingue parlate (vive), tutte soggette a naturali cambiamenti costanti e continui). Comunque sia, è la lingua ufficiale (quindi amministrativo burocratica, con tutte le varianti specifiche settore per settore) dello Stato italiano, Stato costruito ad arte distribuendo violenza guerresca per tutta la penisola per rendere più ricco e potente il regno dei Savoia, alla faccia dei tanti popoli, della loro “libera autodeterminazione” che all’epoca manco se ne parlava, e delle tante lingue e culture e Storia che la costellavano da secoli. Artefatto Stato poi “cementato” con ulteriori violente sopraffazioni e prevaricazioni dal regime fascista. Lingua in un certo senso artificiale. Vedi il Manzoni, per dire, e il lavorone fatto dalla/con la sua consulente esperta di Firenze, Emilia Luti, per sviluppare una lingua “ad hoc” per il suo nuovo libro, che, partendo dal lombardo (sua lingua madre), avrebbe così potuto raggiungere un gradimento internazionale maggiore appoggiandosi al fiorentino, che era all’epoca assai apprezzato oltralpe, e che, in effetti a sua volta, aveva i propri grossi debiti culturali e linguistici con la lingua madre e pure letteraria di certi autori siciliani assai graditi a Dante e amici.
Lingua franca peninsulare, quell’italiano, che, a differenza delle naturali lingue locali, aveva inizialmente magari più che altro finalità amministrative, burocratiche (e poi nazionaliste), e non ha mai soppiantato davvero, ovviamente (nonostante venisse forzata sulle genti italiche), i cosiddetti “dialetti” (leggiti per bene la definizione completa su https://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto per capire di cosa si parli), che, in realtà, sono per la maggior parte (se non tutti) ben precedenti all’italiano standard e direttamente derivati dal latino, o da altre lingue più antiche (come il francese, nel caso del torinese, lo spagnolo, il tedesco, ma anche il greco ecc.) e hanno quindi una dignità popolare ben più stratificata e ricca di quella che l’italiano standard dovette costruirsi in seguito, sfruttando le fortune di grandi scrittori e poeti che seppero modellarla a proprio modo.
Lingua standard che si è impianta davvero solo con l’avvento della Televisione (quindi con la Repubblica antifascista) e che certo è meno artificiale dell’Esperanto, ma comunque si può considerare “costruita a tavolino”, con intenti letterario-editoriali, e non per le strade, dove la gente vive le esperienze vere ogni giorno trasferendole con naturalezza nelle proprie lingue madri.
Certo, le lingue “volgari” sono altra cosa, più “vitali” in un certo senso e ricche di un lessico enorme e storicamente stratificato. Forse alcune con meno letteratura scritta rispetto ad altre (più fortunate da questo punto di vista), ma comunque “volgare” in questo caso non è un insulto, anzi. E’ solo una definizione che indica la natura di lingua parlata dal volgo, dal popolo, quindi quella viva, quotidiana e storicamente evoluta e sempre in evoluzione con il contributo della gente comune. E va ricordato che “l’italiano”, rispetto al latino, era ovviamente anzitutto una lingua volgare (con una infinità di varianti locali, anche molto diverse fra loro). Forse proprio per la arricchente frammentazione dei popoli italici (che comunque comunicavano abbondantemente fra loro, parlando più di una lingua locale e di altre nazioni), l’italiano standard ha tardato ad attecchire come lingua pan-peninsulare. Tutt’altra storia forse hanno lingue magari più antiche chissà, come il francese, lo spagnolo ecc. (verifica tu stesso), dove le velleità letterarie hanno fatto presa molto prima, ma dove in ogni caso le varianti locali sono sempre tantissime e ricche.
Ma di questo magari se ne chiacchera un’altra volta, per oggi a va bin parèj...
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