Il Console di Syldavia segnala una doppia recensione di Guido Vogliotti:
Sono usciti contemporaneamente a fine 2024 questi due volumi di Blake e Mortimer, motivo per cui ho deciso di recensirli insieme, anche se si tratta di lavori molto diversi.
Partiamo con La minaccia atlantidea, 31° volume della serie iniziata da E.P. Jacobs nella seconda metà degli anni 40 del secolo scorso e oggi portata avanti da diversi team di autori. Questo volume (sceneggiatura di Sente e disegni di Van Dongen) costituisce un sequel a L’Enigma dell’Atlantide, avventura pubblicata da Jacobs su Tintin nel 1955-56 e poi in albo nel 1957. Analogamente alla storia di Jacobs, l’albo si divide in due parti, la seconda delle quali si svolge nel mondo atlantideo. La prima parte inizia invece ad Amburgo, dove troviamo il Dr. Grossgrabenstein (uno dei protagonisti del Mistero della Grande Piramide) intento a condurre scavi archeologici nel mare del Nord. Contemporaneamente, a Londra Mortimer è stato incaricato dal governo britannico di redigere un rapporto sul futuro approvvigionamento energetico del Regno Unito. Le idee di Mortimer al riguardo sono all’avanguardia, nonché di grande attualità (utilizzo delle energie “pulite” e della geotermia in particolare) e per fare ricerche sulla geotermia va in missione in Scozia, proprio nella zona in cui Grossgrabenstein conduce una spedizione archeologica navale al centro dell’area in cui sono avvenuti strani fatti in mare (uno tsunami, morie di pesci e di marinai morti soffocati). In seguito allo tsunami vengono anche trovati su una spiaggia scozzese cadaveri mummificati vecchi di 10.000 anni, che Mortimer ritiene possano provenire dal Doggerland, antico scudo continentale che, quando il livello dei mari era molto più basso, collegava le isole britanniche al continente europeo. Mortimer e Blake si recano sulla nave di Grossgrabenstein per sapere se dalla sua posizione privilegiata, proprio dove si è originato lo tsunami, abbia potuto raccogliere qualche elemento utile per capire cosa sia successo in mare, ma non ne cavano nulla. La visita lascia Mortimer molto sospettoso a causa della presenza di numerose maschere antigas che ha visto a bordo della nave, motivo per cui decide di tornare sul luogo con un piccolo sommergibile insieme a Blake per indagare meglio. I due scoprono così sul fondale un mezzo sottomarino alieno che ricorda le astronavi usate dagli atlantidei per lasciare la terra alla fine di L’Enigma di Atlantide. Blake e Mortimer vengono presto catturati dallo strano vascello e si risvegliano (proprio come avviene ne L’Enigma dell’Atlantide) distesi su due lettini irradiati da enormi “lampade”. Di qui in poi l’avventura costituisce un vero e proprio seguito della storia originale di Jacobs che non intendo qui rivelare, ma che ripropone ambienti e personaggi della storia originale.
Ritengo che questo albo sia molto ben riuscito, sia per la sceneggiatura, che riesce a raccontare bene una storia complessa senza il minimo problema di comprensione da parte del lettore (cosa niente affatto scontata) e sia per il disegno di Van Dongen (direi maturato rispetto al suo precedente lavoro insieme a Teun Berserik), che riproduce fedelmente il mondo di Jacobs fin nell’architettura delle tavole, equilibrate e simmetriche come quelle del maestro, caratterizzate da corposi testi inscritti nei balloon, come è giusto che sia in una serie “letteraria” come Blake e Mortimer. Mi pare che questo proseguimento di una storia di Jacobs sia serio e privo di quelle “sbandate” poco o nulla jacobsiane che si erano viste in precedenti riprese di Blake e Mortimer. Questo non vuol dire che non ci sia qualche pecca. A volte Blake e Mortimer (ma soprattutto Blake) appaiono eccessivamente magri (ad esempio nell’ultima vignetta di p. 21). Le “comparse” della storia (ad esempio gli abitanti del villaggio scozzese in cui si trova Mortimer) hanno a volte caratteristiche fisiche che si staccano parecchio da quelle che utilizzava Jacobs, ma questo è quasi inevitabile, fa parte di quelle poche libertà che il disegnatore può concedersi in un ambito peraltro strettamente regolato dai canoni iconografici jacobsiani che queste storie devono rispettare. Altri “difetti” sono di tipo più culturale: la vignetta 8 di p. 14 mostra una scena conviviale in un pub, ma si vede una cameriera che porta ai tavoli un vassoio carico di birre, come succederebbe in una birreria tedesca. Questo è assolutamente impossibile, dato che nei pub del Regno Unito la gente va a prendersi le bevande al bancone, le paga, e poi se le porta al proprio tavolo. Non c’è nessuna cameriera che faccia questo servizio. Anche i boccali che vediamo non sono i tipici bicchieri da pint che si usano in Inghilterra, ma hanno un aspetto decisamente tedesco. Noto infine che questo errore era comparso tale e quale anche a p. 14 di L’ultimo Espadon, sempre disegnato da Van Dongen.
Un altro punto criticabile può essere l’aiuto che Mortimer offre agli Atlantidei per lo sfruttamento della geotermia sul loro nuovo pianeta (penultima vignetta di p. 60). È un po’ difficile credere che una civiltà tecnologicamente avanzatissima, in grado di effettuare viaggi intersiderali, abbia bisogno di farsi insegnare da uno scienziato (per quanto all’avanguardia) degli anni 50 come sfruttare la geotermia. In effetti anche la preoccupazione che Mortimer esprime per l’uso di carbone e petrolio con le sue nefaste conseguenze e il suo sostegno all’energia pulita stride un po’ con l’ambientazione rétro della storia. Evidentemente, pur mantenendo il periodo “classico” delle storie di Blake e Mortimer, si vogliono inserire in esse elementi di attualità, presumibilmente per attirare anche un pubblico più giovane dei 60/70enni che costituiscono la base dei lettori storici. L’intento è comprensibile, ma non so fino a che punto possa avere successo.
Nell’albo si possono anche cogliere alcuni alcuni interessanti riferimenti culturali. A p. 7 Théodos giunge a Londra al n° 57 di Wimpole street: non è un indirizzo casuale, si tratta della casa in cui vivevano gli Asher e in cui Paul McCartney fu a lungo ospitato durante il periodo del suo fidanzamento con Jane Asher negli anni 1963-64. Qui vive invece Magon (sotto falso nome Mogan!), anche lui ospitato come Paul in una soffitta dell’immobile. Un ulteriore riferimento a questa famiglia si trova a p. 32, dove vediamo il dottor Richard Asher con la figlia Jane e suo fratello Peter, il quale aprirà in seguito, insieme a Barry Miles e a John Dunbar, la galleria/libreria Indica Gallery, dove si incontreranno John Lennon e Yoko Ono.
Ma il riferimento ai Beatles c’era già sin dalla prima pagina di questa storia: nell’ultima vignetta di p. 3 Grossgrabenstein si dirige verso la Reeperbahn, e precisamente al n° 64 di Große Freiheit, sede dell’Indra Club, il primo locale in cui si esibirono i Beatles ad Amburgo nel 1960.
Per quanto riguarda invece il volo in verticale di Théodos sempre a p. 7 (v. 7), il riferimento più evidente (fattomi notare da Andrea Sani) è quello all’androide di Mortimer a Tokyo, che raggiunge la camera di Blake in Le 3 formule del Prof. Satō vol. 2 (p. 25). Ma a mio parere ce ne potrebbe anche essere un altro meno lampante. Penso a Spring-heeled Jack (Jack dai tacchi a molla), diabolica figura leggendaria nella letteratura popolare della prima metà dell’Ottocento che terrorizzava le strade di Londra ed era in grado di fare salti straordinari grazie ai suoi tacchi a molla. Il contesto in cui lo vediamo è perfetto, ma non ho alcuna conferma che gli autori abbiano effettivamente pensato a questa singolare figura.
Infine, nel frontespizio dell’albo, Peter Van Dongen ringrazia la vedova di Yves Chaland per l’autorizzazione ad usare alcuni elementi tratti dall’albo La Comète de Carthage. Si tratta dell’onda di tsunami che si vede a p. 18 e della barca visibile alle p. 17 e 18 col nome Lombard (chiaro riferimento a Freddy Lombard di Chaland). Ma evidentemente non si può non pensare anche alla famosa “Grande onda di Kanagawa”, di Hokusai.
Passando a La doppia esposizione, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente diverso. L’albo fa parte di una collana iniziata nel lontano 1998 col volume di Didier Convard e André Juillard dedicato a Blake e Mortimer, L’aventure immobile, ma pubblicato in Italia (L’avventura immobile) da Alessandro Editore soltanto nel 2014. La collana era Le dernier chapitre e, oltre al primo volume su Blake e Mortimer, in cui il racconto era svolto in forma epistolare, annoverava altri tre volumi (Barbe-Rouge, Les Pieds Nickelés, Johan et Pirlouit) usciti tra il 1998 e il 1999 e tutti illustrati da Juillard nei quali si immaginavano questi eroi dei fumetti nella loro vecchiaia. Parliamo sempre di racconti illustrati, non di fumetti. Poi più nulla fino al 2020, quando usciva La fidanzata del Dr. Septimus di François Rivière con illustrazioni di Jean Harambat, questa volta in contemporanea con l’edizione francese. La collana si trasformava però in Le nouveau chapitre, indicando quindi che qui si immaginavano nuove evoluzioni della serie, uno sguardo al futuro insomma.
Questo allontanamento dalla forma originale fumettistica di Blake e Mortimer consente una maggiore libertà di immaginare storie e situazioni che nella serie a fumetti non sarebbero proponibili, in quanto il fumetto deve essere la diretta continuazione dell’opera di Jacobs, nel rispetto di canoni che non possono essere messi in discussione. Questo che andiamo ad esaminare è quindi il terzo volume (o il sesto, se si considerano anche i volumi non dedicati a Blake e Mortimer citati sopra) della collana. Gli autori sono James Huth, regista britannico naturalizzato francese, e Sonja Shillito, sua moglie e co-sceneggiatrice/produttrice. È stato Laurent Durieux a proporre ai due autori di scrivere una storia con Blake e Mortimer, proposta prontamente accettata. Tutto il lavoro grafico di Durieux è fortemente legato al cinema, quindi la sua associazione con due registi non sorprende. In effetti il racconto sembra quasi la sceneggiatura di un film di fantascienza, un susseguirsi serrato di colpi di scena con al centro il tema della miniaturizzazione di esseri umani. Non mancano precedenti di questo tipo nella storia cinematografica, come La bambola del diavolo (The Devil Doll, 1936), Il Dr. Cyclops: il mostro atomico (Dr. Cyclops, 1940), Viaggio allucinante (Fantastic Voyage, 1966), fino a Vivere alla grande (Downsizing, 2017) per citarne alcuni. La storia offre numerosi agganci alle precedenti avventure di Blake e Mortimer, troviamo così Miloch, Septimus, il dottor Voronov e una schiera di replicanti di Olrik. Per quanto riguarda le illustrazioni, l’eccellente lavoro di Durieux riproduce molto fedelmente i personaggi di Jacobs, pur nel suo tipico stile da grafico pubblicitario, più a misura di poster che di vignetta, forse anche grazie alla sua precedente esperienza con François Schuiten su L’ultimo faraone, albo fuori dalla serie normale in cui aveva colorato i disegni di Schuiten. A differenza del volume precedente di questa serie (La fidanzata del Dr. Septimus) in cui i disegni di Harambat erano decisamente lontani dalla grafica abituale di Blake e Mortimer, qui il disegno è molto meno spiazzante, e direi che tutto sommato questa inusuale trasposizione grafico-letteraria riesce a non tradire il mondo e le convenzioni di Blake e Mortimer.
Yves Sente e Peter Van Dongen, Blake e Mortimer, La minaccia atlantidea, Alessandro Editore, € 18,90 – l’albo si trova qui https://amzn.to/4jq94M1
James Huth, Sonja Shillito, Laurent Durieux, Blake e Mortimer, La doppia esposizione, (Blake e Mortimer fuori serie 13), Alessandro Editore, € 24,90 – il volume si trova qui: https://amzn.to/4pnajNa

Scopri di più da afNews Fumetto e dintorni dal 1995 non profit journalism
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









