Giovedi 12 giugno durante il Festival d’animazione di Annecy, Marcel Jean ha presentato la Masterclass di Raphael Bob Waksberg, autore della serie animata più famosa e rivoluzionaria di Netflix, “Bojack”.

Marcel racconta di aver provato per anni a farlo venire al festival, ma non aveva mai avuto successo. Fino a qualche mese prima, quando Netflix ha reso possibile l’incontro. Complice la nuova serie animata che l’autore ha sviluppato per loro.
Raphael Bob Waksberg entra sul palco della Grande Sale sorridendo felice e la Masterclass inizia con la spiegazione di come abbia deciso di diventare uno sceneggiatore. Quando andava alle medie seguiva un programma radiofonico molto famoso con protagonista un attore che gli piaceva. Purtroppo questo attore morì tragicamente e la radio gli rese omaggio trasmettendo i discorsi commemorativi e le lettere che i suoi colleghi avevano scritto in sua memoria. Fu sentendo quelle lettere che scoprì l’esistenza di persone che scrivevano i testi agli attori.

Dopo le medie si iscrisse a una scuola di recitazione, ma si accorse presto di trovare più facile la scrittura e arrivato al college si iscrisse a un serio corso di teatro serio. Ma dopo le lezioni lui e gli altri andavano a fare sketch comici molto stupidi e questo gruppo era formato da attori di massimo livello.
Queste esperienze gli fecero decidere che nelle serie non avrebbe dovuto essere divertente, ma parlare di emozioni. Cosa che fece con la storia di un cavallo goofy (mostra un’immagine di Bojack Horseman).
Fa notare come sia incredibile che tutti si sentissero coinvolti dalla sua vita, perché non sono cavalli parlanti ex protagonisti di un telefilm anni ’90. Per ottenere questo risultato bisogna far sentire al pubblico quello che i personaggi sentivano, riuscire a fare questo è magnifico.

Presentare un personaggio facendo capire subito che non è un buono ti da la possibilità di andare in varie direzioni. Voleva che questi sentisse di essere responsabile di qualcosa, così che il pubblico potesse identificare in lui.
La serie “Bojack” è nata dalla sua amicizia con l’artista, illustratrice e fumettista Lisa Hanawalt, che ha sempre amato disegnare animali umanizzati. Quei disegni gli piacevano tanto che voleva usarli per una serie. Così provò a immaginarsi le personalità di alcuni di quei personaggi, ci fece una storia e andò a proporla a Netflix.
Gli chiedono se Bojack sia tratto da esperienze personali. Risponde che quando fece la storia lui viveva a Los Angeles in coabitazione in una casa sulla collina, affittando una camera minuscola. In questa stanza c’era una porta sempre chiusa, che un giorno scoprì portare a un’altra stanza dove coltivavano marijuana. Come scrittore guadagnava pochissimo, ma nonostante questo era felice.

Evidenziata l’enorme differenza tra lui e i personaggi, continua dicendo che il grande problema nel fare la serie era proprio non sapere come fosse essere ricchi, ma era divertente immaginarlo.
Alla domanda su come abbia trovato il tono per Bojack, Raphael Bob Waksberg risponde di essere andato avanti cercando sempre nuove cose intorno a lui di cui parlare. Dicendolo si sdraia per terra e inizia a trascinarsi in avanti e a rotolare verso varie “nuove cose intorno a lui”, la scena ipnotizza la sala imprimendo il concetto per sempre nella memoria.
Questo cercare li ha portati a fare anche cose che sono considerate da evitare del tutto, stiracchiandosi oltre il consentito dall’animazione statunitense; cose come episodi senza dialoghi o basati su un monologo che dura più di venti minuti.
Probabilmente pensando all’animazione statunitense rivela che lui vorrebbe fare una Annecy negli USA. Qualcosa che abbia la stessa rilevanza e con la stessa energia creativa, piena di animatori di ogni età da tutto il mondo che condividono idee.

Dopo questo attimo decide di spiegare come abbia fatto il peach per Netflix. Lui non sapeva cosa loro volessero, ma voleva dare loro quello che li emozionasse. Aveva visto tutti gli show che stavano postando sulla piattaforma e gli piaceva come questa consentisse di vedere gli episodi in ordine e rivederli. In questo modo era possibile raccontare storie migliori.
Pensa che siano stati impressionati soprattutto dalla convinzione con cui presentò la storia. Stava vendendo più se stesso che la serie e loro vollero lavorare con lui.
Sono passati cinque anni dalla fine di Bojack, se deve pensare a cosa gli ha lasciato, deve dire che non lo sa. Può solo dire che ha fatto cose che non erano mai state fatte, allargando le possibilità per chi è venuto dopo.
Tra queste una cosa che non sopporta, la convinzione di molti che l’animazione per adulti sia rivolta solo a un pubblico maschile. Spera che Bojack sia per tutti.

Dopo Bojack ha sceneggiato la serie animata per Amazon Prime “Undone”. Realizzata usando il rotoscopio e avendo tra gli attori Katy Perry.
Hanno realizzato la serie in contemporanea alla serie animata di Lisa Hanawalt“Tuka & Bertie”. Nelle due serie lui aiutava a fare tutto, come il capitano di una nave spaziale, con l’obiettivo di proteggere la loro visione.
La nuova serie animata che ha sviluppato per Netflix si intitola “Long Story Short” anche questa ha il character design di Lisa Hanawalt ed è stata postata su Netflix venerdì 22 agosto, esattamente undici anni dopo il debutto di “Bojack”.

Il 12 agosto era stato mostrato il primo episodio in esclusiva e l’impressione che aveva dato al pubblico era stata più che positiva.
Il soggetto è la vita di tre fratelli attraverso il tempo e su quanto si cambi e si resti uguale. Viene mostrata la famiglia nel passare degli anni, saltando in diversi periodi della loro vita apparentemente senza motivo. Facendoli passare dall’adolescenza irrequieta a un’età adulta problematica con una storia che probabilmente sarà possibile capire interamente solo a stagione finita. Già da quello che si è visto si capisce che il viaggio sarà sofferto e drammatico, ma con grandi momenti di assurdità e umorismo legato alla famiglia. Ci si sente subito in sintonia con i cinque membri di questa famiglia ebraica che vorrebbe essere felice, ma sembra non poter evitare i problemi.

Forse per togliere dei dubbi al pubblico, Raphael Bob Waksberg ci tiene a precisare che gli autori della serie non avevano cattivi genitori. Sostiene che questo in realtà è scomodo, perché così non possono dargli la colpa dei loro problemi. Pensa che avere genitori non perfetti, ma nemmeno male, sia più impegnativo da rappresentare.

La Masterclass si è chiusa con un consiglio rivolto ai giovani autori. “Fa quello che pensi possa piacere, ma cerca un modo per far entrare le tue cose in quello che piace agli altri.”
E con questa perla di saggezza chi scrive invita tutti a vedere “Long story short”. Che non sarà Bojack, ma promette di essere qualcosa in grado di emozionare allo stesso modo. Magari anche di più.

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