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Annecy 2025: cortometraggi in gara programma 4

Quarto appuntamento con gli articoli sui cortometraggi in concorso al Festival di Annecy 2025.

Giovedì undici giugno nel ristorante La maison si è tenuta la quarta P’tits Dej du court. Le interviste si sono aperte con “Shadows, corto documentario a disegni animati fatto da Rand Beiruty per la Francia.

 

Il corto è l’animazione di un’intervista ed inizia con la voce di una ragazza che chiede di essere disegnata in un aeroporto perché il suo sogno è diventare una hostess, dopo inizia a raccontare la sua vita. Lei ha quindici anni ed è nata in Iraq, rimasta orfana di madre ha tredici anni è stata obbligata a sposare un ragazzo violento da cui ha avuto un figlio. Dopo mesi di maltrattamenti e l’aver saputo che, finito lo svezzamento, le avrebbero tolto il figlio ha colto la prima occasione per scappare e emigrare in un altro paese, anche se il ricordo del figlio lasciato lontano la fa soffrire.

Un cortometraggio che mostra la presa di coscienza su un ingiustizia intollerabile e la volontà di liberarsi, nonostante i rischi e i sacrifici che questo possa comportare. L’aspetto artistico scelto è realizzato simulando la pittura su vetro. Le sue trasparenza accompagnano la narrazione con delicatezza e con figure simboliche; come il cervo blu.

Nonostante la storia sia triste la voce narrante non assume mi un tono disperato, ma mostra una grande fiducia nel futuro e la determinazione di farcela. Non si mostrano scene violente, ma la cattiveria di chi assiste ai fatti, non fa niente per fermarli e parla alle spalle. Un cortometraggio dal grande coraggio.

L’idea del corto venne all’autrice quando stava lavorando a un documentario sulle giovani immigrate e tra queste ha incontrato la ragazza protagonista di questo cortometraggio. All’epoca era appena arrivata e tanto giovane, non se la sentì di includerla nel documentario, decidendo di aspettare.

Convinta che si debba essere amici con quelli di cui si parla nei documentari ha continuato a tenersi in contatto con lei e quando iniziò a fare il corto volle che la protagonista venisse in studio per coinvolgerla nello sviluppo. Come registro si bilancia tra il trauma passato e le speranze del futuro e pensa che l’animazione sia un modo meraviglioso per arrivare meglio al topic, usando i colori per dare più rilievo al soggetto.

Le hanno fatto notare che nel corto ci sono molte figure simboliche, ma mentre lo facevano lei non ci pensava; il suo solo proposito era ricreare l’abuso senza mostrare scene dirette. L’unica figura simbolica voluta è stato il cervo, perché la ragazza aveva detto di sentirsi come l’animale circondato dai lupi.

Landi Beiruty conclude dicendo di aver studiato animazione, ma dopo il diploma non aveva più usato la tecnica. Questo è il suo primo corto d’animazione e lo ha fatto con l’aiuto di grandi artisti.

Come la protagonista anche lei ammira le hostess e ama gli aeroporti perché sono luoghi altamente organizzati. Lei vorrebbe che il corto non si limitasse alla diffusione nei festival e che possa essere visto da chi sta vivendo situazioni simili e possa trarne aiuto.

La seconda intervista è stata su “Sulaimani” realizzato in Stop Motion e disegno animato da Vinnie Ann Bose per la Francia.

Viaggiando sulla metrò di Parigi la giovane studentessa di origine indiana Alia vede una donna indiana che sembra della sua città e istintivamente la segue. Questa è Neena, che lavora come badante e sta andando al ristorante Sulemani, specializzato nella cucina dalla regione dell’India dove entrambe sono nate. Sentire gli odori e i sapori dei cibi con cui è cresciuta la fa tornare nel passato. Ricordi piacevoli alternati a tristi in cui il padre poteva decidere per lei e il giudizio degli altri rendeva impossibile realizzare i suoi sogni, una vita da da cui si è allontanata. Nello stesso momento Neena telefona ai figli e ricorda una vita in cui è stata costretta a sposare un uomo che non le interessava e poi a emigrare per poter mantenere la sua famiglia. Pur non raccontandosi niente, tra le due nasce una grande affinità che le avvicina.

Un cortometraggio struggente che da una forte sensazione di nostalgia e di conflitto per una casa che si ama ma in cui non si poteva più continuare a vivere. La bellezza della cultura si scontra con la sua parte meno apprezzabile lasciando l’amaro in bocca. Alla fine la grande consolazione è l’incontro con altre persone simili a te che possono offrire una versione ideale del paese che ami.

L’autrice spiega il perché di questi ricordi che partono dal cibo. In India la cucina è completamente diverso da regione a regione e le piacerebbe che a Parigi ci fosse un ristorante della sua regione come quello del corto. Purtroppo non c’è, quindi lo ha inventato.

Fin dall’inizio voleva realizzarlo in due tecniche, ma non sapeva come finché non ha provato a intervallate le scene a pupazzi per il presente con quelle con dei disegni colorati ad inchiostro per i ricordi, ottenendo un risultato che gli è piaciuto. Alia, la studentessa, è ispirata a lei mentre Neena, la lavoratrice, è ispirata a molte delle donne emigrate per bisogno che conosce. Due donne forti che partono per ragioni differenti, ma col desiderio comune di fare la loro vita.

Il corto ruota sulla studentessa e il problema con la sua identità che doveva affrontare. Era molto importante per lei che le loro vite apparissero vere e che facessero sentire il pubblico vicino ai personaggi.

La parte del loro incontro in metrò è stata fatta perché il corto è ambientato a Parigi. Lì col metrò si arriva ovunque ed essendo un mezzo che viene preso da tutti, era qualcosa che poteva unire le due protagoniste.

L’autrice ha portato con se i pupazzi e gli studi fatti per i personaggi dipingendo a inchiostro. Sono molto belli da vedere e racconta che i pupazzi li ha fatti con materiali semplici, coprendo lo scheletro metallico con sparatrap e poi della carta.

Si passa al corto “At night” realizzato a disegni animati da Pooya Afzali per l’Iran.

In una notte di bombardamenti una coppia è in un rifugio sotterraneo. Nel buio assoluto una mano accende tre volte dei fiammiferi per osservare il volto di una donna, sempre più spaventata dal rumore delle bombe che cadono. Le stesse mani usano i fiammiferi per disegnare quel volto sul muro. Alla fine la coppia può abbracciarsi su un prato fiorito in cui le bombe non possono entrare.

Un cortometraggio molto breve che non ha parole, ma fa un grande uso di suoni e musica per emozionare gli spettatori. La scena finale sarebbe gioiosa, ma il vedere che i due sono i soli disegnati in bianco e nero dentro un prato colorato fa pensare che sia una scena onirica e che uno, o entrambi i personaggi, siano in realtà morti nel bombardamento.

L’autore è stato accompagnato da Afshin Azizi, compositore delle musiche che si è offerto di fare da traduttore. Tramite lui racconta che il corto è ispirato alla poesia “Paris at Night”di Jacques Prévert,

(Trois allumettes une à une allumées dans la nuit

La première pour voir ton visage tout entier

La seconde pour voir tes yeux

La dernière pour voir ta bouche

Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela

En te serrant dans mes bras.)

Ha conosciuto l’opera del poeta da piccolo grazie a suo zio, che oltre a essere stato suo professore di letteratura è tra i poeti iraniani contemporanei più famosi.

Gli ha sempre fatto leggere poesia da tanti paesi e quando gli lesse questa gli spiegò che Prévert la scrisse in tempo di guerra, ispirato dalla paura di attirare cecchini e bombardieri con la luce di un fiammifero.

Sono anni che l’autore fa cortometraggi ispirati da poesie, è interessato a tirare fuori il meglio da entrambe le forme artistiche e mostrare il contrasto tra il mondo reale e quello, migliore, dei sogni.

Racconta al pubblico delle difficoltà di realizzare animazione in Iran a causa della situazione che il paese vive. Un clima complicato che capì la prima volta che dovette affrontare la censura, quando ha proposto il suo lungometraggio animato “Dracula a Teheran”, uscito nel 2014 dopo anni di realizzazione.

In seguito a quell’esperienza, per sottostare il meno possibile alla censura, decise di far diventare i suoi corti ancora più brevi e di autofinanziarseli. Lavorando ad altre cose per raccogliere i fondi.

L’autore si lascia andare ad una triste considerazione. Per lui è a causa di questo che gli animatori iraniani emigrano; ma in questo modo è difficile trovare qualcuno che sappia come animare e non si può sviluppare un industria con una produzione regolare. Per questo è molto felice di lavorare con i suoi collaboratori, persone fantastiche che sono suoi amici personali.

In quel momento era partito un applauso ed un passerotto, entrato chissà come, era volato verso l’autore, divertendo tutti per la visione simbolica.

Chiudono l’intervista le parole del musicista del corto Afshin Azizi, autore anche delle musiche dela cortometraggio, candidato all’Oscar 2024,“The shadow of the Cypress”. Collegandosi al discorso dell’amico racconta che anche per loro musicisti ci sono pochi soldi. Sul suo lavoro con i corti ha dichiarato che è davvero difficile fare musica che si accordi con il ritmo dell’animazione.

Quarta intervista della giornata è stata sul corto “Hairy Legs”, realizzato in tecniche miste da Andrea Dorfman per il Canada.

Il corto racconta la relazione tra l’autrice e la depilazione delle gambe dall’inizio dell’adolescenza all’età adulta. A tredici anni, dopo aver visto la sua amica del cuore scorticarsi una gamba tentando di radersi, la protagonista decide di non farlo. Alle superiori faceva parte di una gang di ragazze artiste e spericolate che consideravano il non radersi un gesto naturale di libertà. Tutto cambiò all’università, dove a non farlo erano le sportive, le hippie e le femministe, da qui si avvicinò al femminismo e il non radersi divenne una presa di coscienza. Ma dopo l’università è possibile continuare a non integrarsi nei canoni richiesti dalla società?

Un cortometraggio divertente che sa raccontare una storia personale importante con grande abilità. La ricerca della protagonista di essere se stessa appassiona e il suo stile, semplice e artistico, aiuta il racconto e sottolinea il desiderio di continuare a sentire la libertà che si aveva durante l’infanzia, tenendosi alla larga dalle rigide regole degli adulti. Non nasconde la difficoltà del farlo, ma il tono positivo riempie di speranza.

 

L’autrice racconta al pubblico che il corto è basato su quello che è stato il suo primo gesto femminista, fatto quando ancora non conosceva cosa questo fosse. Una di quelle storie che senti dentro e pensi che sarebbe bene farci un film.

Con estrema franchezza dice di aver iniziato a fare animazione perché è più economica di fare film dal vero e ha imparato ad animare da sola seguendo tutorial su YouTube, divertendosi nel farlo.

Quando fa un corto l’aspetto su cui si impegnata di più è la storia, chiede agli altri cosa ne pensano della sceneggiatura e prende note. È un processo che può richiedere anni, ma quando finalmente è sicura inizia ad animare sentendosi libera e senza limiti.

Aggiunge che la parte più difficile non è scrivere la storia, ma capire quanto questa possa interessare agli altri trovando il giusto modo per raccontare. Anche per questo motivo “Hairy Legs” ha una tono diverso dai suoi corti precedenti, ha deciso di staccarsi dell’ironia in cui si stava perdendo sempre di più.

Vuole essere molto trasparente sull’aspetto tecnico perché ha imparato tutto da tutorial sul web e spera di mostrare che anche chi non fa scuole di cinema può riuscire.

Nel corto usa molte tecniche, ritagli di carta, disegni a tempera animati con una camera a piani multipli digitale per fare i livelli e altro.

Chiedendosi perché abbia fatto questo corto è giunta alla risposta che voleva fare un film sul porre in questione le convinzioni sociali e trovare se stessi. Adesso che lo ha fatto si sente più forte che mai. Dal pubblico c’è chi la ringrazia per il corto, aggiungendo che le sarebbe piaciuto vederlo da ragazza.

Il quinto corto della mattina è stato “Sappho” (Safo) cortometraggio realizzato con tecniche varie: usando una camera a piani multipli, dipingendo su vetro, usando ritagli di carta e animando sabbia, foglie e oggetti da Rosana Urbes per il Brasile.

L’autrice torna ad Annecy dopo aver vinto il Crystal per il miglior cortometraggio nel 2015 con il corto “Diva”. Racconta di aver finito “Safo” due settimane prima e che la proiezione avvenuta il giorno precedente è stata la prima volta che lo ha visto sul grande schermo e con un pubblico. Non pensava davvero che sarebbe riuscita a finirlo in tempo.

Il motivo per cui ha fatto un corto su Saffo sta nel fatto che da bambina fu colpita dalla mitica autrice, perché era considerata una delle più grandi poetesse dell’antichità e per secoli è stata l’unica voce femminile della poesia. Un tempo era famosa al pari di Omero, ma la storia è stata attenta a cancellarla.

Crescendo diventare diffondere notizie su Saffo è diventata la sua missione e mentre realizzava il film ha capito quanto questo parlasse anche della storia delle donne nell’antichità.

Delle sue poesie rimangono solo pochi frammenti, ed è triste perché si sa che aveva un corpus gigantesco. Chiedersi perché avessero voluto distruggerlo divenne pressante e mentre faceva il corto è entrata in terapia, parlando di Saffo col terapeuta per tre anni. I ragionamenti fatti durante le sedute sono stati così importanti da farle includere il terapeuta nei titoli di coda.

Ha passato gli ultimi anni a chiedere a tutti quelli che incontrava se conoscessero Saffo e ricrearla nel suo corto divenne per lei sempre più importante. Per dare l’aspetto poetico ha usato diverse tecniche d’animazione usando una camera a piani multipli a sei vetri, realizzando tutto in analogico perché doveva dare l’impressione di archeologia. Ma anche per il suo desiderio di usare quelle tecniche che aveva ammirato mentre studiava. In Brasile non c’è una cultura del corto e di solito gli autori passano direttamente a fare lungometraggi. Questo le dispiace molto.

Le chiedono a cosa si è ispirata per rappresentare Saffo. Risponde che in realtà c’era molto materiale da usare come modello. Immagini di Saffo dell’antichità provenienti da monete antiche, affreschi, vasi e statue. Perché nonostante la società ufficiale la stesse cancellando, gli artisti l’hanno tenuta in vita per secoli.

Voleva fare una storia chiusa ma il terapeuta le ha detto che forse non c’era una chiusura e ha capito che aveva ragione.

Oltre a questi quattro corti c’è stato un quinto il cui autore non era presente alla colazione. Si trattava di “The Gnawer of Rocks” (Mangittatuarjuk), realizzato in Stop Motion da Louise Flaherty per il Canada.

La storia racconta una leggenda Inuit su due ragazze che, mentre cacciavano in una zona che non conoscevano, entrano in una grotta dove vive un essere malvagio con l’aspetto di una donna anziana, ma che in realtà è una sorta di demone che cattura e mangia esseri umani. Le due dovranno riuscire a trovare un modo per scappare e liberare il villaggio dal pericolo continuo della creatura.

Un cortometraggio di grande qualità, che riesce a tenere col fiato sospeso gli spettatori e portarli a emozionarsi per la sorte delle protagoniste. La rappresentazione degli ambienti tradizionali è stata realizzata con la massima cura e si capisce quanto l’autrice ci tenesse a questo. Questo cortometraggio è tratto da una graphic novel scritta dalla stessa regista e rientra nella recente fioritura di prodotti cinematografici realizzati da nativi canadesi con il supporto del NFB/ONC, che ha già visto la loro partecipazione al festival di Annecy negli scorsi anni e di cui fa parte anche il lungometraggio “Endless cookie”, che proprio quest’anno ad Annecy ha vinto il Crystal come migliore lungometraggio nella categoria Contrechamp.

Questo cortometraggio in stop motion rientra nella scia aperta dalla regista e animatrice Amanda Strong con il suo studio Spottef Fawn Production da oltre dieci anni racconta la realtà e i miti dei popoli nativi del Canada e il loro diritto di esistere e rappresentare la propria identità tramite libri e film.

La scelta della stop motion come tecnica favorita è emblematica e rende possibile rappresentare con maggiore accuratezza l’arte e la vita dei popoli descritti. Si spera che il NFB continui a supportarli e che gli autori continuino a realizzare film  nonostante le difficoltà. È stato un vero peccato che l’autrice non fosse presente.

Questi sono stati i corti in concorso del quarto gruppo di Annecy

Un gruppo frizzante che si è fatto guardare volentieri, pieno di grande arte e storie emozionanti.

Appuntamento al prossimo articolo sul quinto gruppo.


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