Dall’otto al quattordici giugno si è svolto in Francia il Festival di Annecy.
La grande novità dell’edizione 2025 è stata la volontà di rimettere al centro il cortometraggio d’animazione. Un’idea molto apprezzata, sopratutto perché da alcuni anni si aveva l’impressione che questi fossero passati in secondo piano rispetto ai lungometraggi.
Per questo motivo, domenica otto durante la serata d’apertura è stato proiettato il primo programma di cortometraggi della selezione ufficiale.
Che la motivazione fosse davvero questa o meno, è stato piacevole poter godere della visione di cortometraggi all’apertura. Quest’anno il numero dei gruppi di corti in concorso è anche aumentato da cinque a sei.

Prima della proiezione Marcell Jean ha chiamato sul palco gli autori chiedendogli di presentare i loro corti, la cosa è stata sia interessante che divertente e ha dato occasione a questi grandi artisti di brillare quanto meritano.
La mattina di lunedì si è svolta la prima delle ormai tradizionali P’tit dej du court, il mitico evento dov’è possibile incontrare gli autori dei corti, sentirli raccontare di come lavorano e fargli delle domande. Con grande felicità di chi scrive il luogo è cambiato passando dal bello, ma piccolo, bar “El Pueblo” al più grande ristorante “La Maison”.

La prima intervista è stata con gli autori del corto “The Girl Who Cried Pearls” realizzato in Stop Motion da Chris Lavis e Maciek Szczerbowski, per il Canada. I due animatori sono dei pilastri del NFB, realizzatori di numerosi cortometraggi e vincitori di molti premi.
La storia è il racconto che un nonno fa alla nipotina riguardo a come venne in possesso di una perla bianca custodia nel suo studio. Da bambino era orfano e viveva per le strade della Montreal d’inizio novecento. D’inverno si riparava in un appartamento abbandonato e passava il tempo a spiare la vita dei suoi vicini, una famiglia povera dove la matrigna maltrattava sempre una bambina della sua stessa età. Una notte sentendola piangere vide che le sue lacrime si trasformavano in perle, ma la bambina non sapeva cosa fossero e le gettava. Lui iniziò a raccoglierle e venderle al proprietario di un banco dei pegni, che lo pagava poco e lo spingeva a procurarsene di più. Il fatto di stare diventando ricco sulle sofferenze di una bambina di cui era innamoratolo iniziava a tormentarlo, ma questa potrebbe essere solo una storia raccontata per fare capire alla nipote una lezione molto dura sulla società e sugli uomini.
Un cortometraggio affascinante e poetico che colpisce per il colpo di scena finale. Con molto dialogo, quindi diverso dai celebri corti muti realizzati dalla coppia, ma sempre ambientato in un’epoca passata vista alternando dura realtà e magia.

I due autori raccontano che la realizzazione è iniziata nel 2018 ed ha richiesto anni di lavoro non solo per la complessità tecnica, ma perché inventavano la storia mentre la realizzavano e non sapevano come farla finire.
Considerano la loro storia una fiaba post-moderna (dove la parte post è maggiore di quella moderna) e sono convinti che sia nella natura dei pupazzi quello di portarti a raccontare una storia su di loro e basta farsi guidare per farlo.
Uno dei tanti aspetti che sorprende è l’ambientazione nella Montreal del 1913, invece che a Parigi o altre metropoli più famose. La ricerca storica è stata affidata a Brigitte Henry, direttrice artistica del corto che loro conobbero sette anni fa e subito ammirarono per le atmosfere che sa realizzare.
Anche questa volta la musica è stata realizzata da Patrick Watson, che ritengono fondamentale per i loro corti. In questo caso gli hanno chiesto di realizzare un’atmosfera romantica, dopo anni di colonne sonore fatte di suoni lugubri da fantascienza. Per ottenerla hanno registrato ore di improvvisazioni al pianoforte, scegliendo le migliori.

Un altro problema che hanno avuto riguarda il montaggio. Dopo aver passato anni ad animare e inventare la storia, alla fine delle riprese si è dovuto mettere insieme tutto e si sono accorti che c’erano dei problemi. Sono dovuti tornare indietro e riadattarla, togliendo alcune parti e usando la musica per dare più importanza ad altre.
Chi scrive è piuttosto impressionato dal sapere che anche lavorando in Stop Motion si possa andare avanti per istinto e aggiustare tutto col montaggio. Ma il risultato è un cortometraggio emozionante, che funziona perfettamente dando l’impressione di essere stato pensato in quella forma fin dall’inizio.

La seconda intervista è stata per il cortometraggio “Carcassonne-Acapulco”, realizzato in Stop Motion da Marjorie Caup ed Olivier Héraud per la Francia. Il corto è una storia comica surreale che racconta di due piloti del volo di linea del titolo.
Ambientato negli anni sessanta e con riferimenti all’estetica e alla moda di quel periodo i due piloti, dai grossi baffi e uniformi appariscenti, sono intenti a rilassarsi nella cabina di pilotaggio quando vengono interrotti dalla hostess dalla pettinatura audace. L’informazione che qualcuno stia bussando alla porta dell’aereo getta i due piloti nel panico. Inizia una lunga discussione sull’aprire la porta o no, con voli pindarici da un argomento all’altro, continui ripensamenti, complimenti che il comandante fa a se stesso e adulazione del copilota. In tutto questo la hostess vorrebbe solo capire se aprire o no la porta e comincia a non poterne più dei due. Il tutto chiude con un inserto musicale da cantare con il pubblico.
Un cortometraggio divertente e dai dialoghi brillanti. Ogni dettaglio della cabina di pilotaggio e dei personaggi riflette lo stile degli anni sessanta in una maniera che rende il tutto ancora più comico. Il dialogo assurdo tra i due piloti evidenzia una paura verso l’altro presente sia allora che oggi. Arrivando a conclusioni, purtroppo, sempre attuali. Una magnifica commedia satirica.

Gli autori descrivono il corto come una fantasia su cosa può succedere quando ci si imbarca nello scrivere una sceneggiatura. Dicono che fare una storia comica in Stop motion non è facile, ma sapevano che avrebbe funzionato grazie al timing ed al rigore che questa tecnica esige e che porta a fare scelte che non possono essere cambiate nel montaggio. Sostengono che quando si fa stop motion all’inizio c’è spontaneità, ma poi devono trovare come continuare a essere spontanei perché l’energia e il ritmo è dato soprattutto da quella. Il corto era stato scritto già alcuni anni prima di iniziare la produzione e fin dall’inizio i personaggi erano stati immaginati con quel look anni ‘60.
Olivier Héraud racconta che l’ispirazione per la storia viene dalle opere teatrali di autori come Samuel Beckett e Harold Pinter, lui li ammira e ha tradotto il loro modo di fare commedia dell’assurdo dallo stile inglese a quello francese, facendo una commedia sul ridicolo dove si ride per empatia. La personalità dei personaggi è stata ottenuta con i capelli, i baffi e gli occhiali. Cose molto caricaturali, ma capaci di descriverli. Riguardo al comportamento tra pilota e copilota gli autori dicono di essersi ispirati ai film catastrofici americani.

Una delle domande che nascono spontanee è quanto il loro amore per il karaoke abbia influenzato il cortometraggio. Gli autori ammettono di non sapere se fosse una buona idea inserire la canzone con la traccia cantabile, ma il loro compositore l’aveva realizzata ed gli era piaciuta così tanto che sarebbe stato triste non condividerla con il pubblico.
Non può che colpire il contrasto tra il modo di pensare la Stop Motion tra gli autori di questo e del corto precedente. Completamente opposte tra di loro con l’improvvisazione degli uni e il procedere seguendo una storia studiata in ogni suo aspetto degli altri. In entrambi i casi l’entusiasmo e la spontaneità sono viste come essenziali.

Si prosegue con “La Vie avec un idiot” realizzato a disegni animati fatti con inchiostro e acquarello da Theodore Ushev per la Francia. L’autore in vent’anni d’attività ha realizzato un numero stupefacente di cortometraggi e tutti questi sono passati da Annecy, facendogli ottenere un record di presenza personale.
Prima della proiezione Theodore Ushev ha usato parole inequivocabili per condannare la stupidità dei politici che approfittano del potere per commettere ingiustizie, facendo nomi e cognomi.
La storia è ambientata ai tempi dell’Unione sovietica e viene raccontata in prima persona dal protagonista, a cui un giorno viene ufficialmente notificato di non lavorare abbastanza e obbligato a prendere in casa un idiota. Viene organizzata una gran festa con tutti i suoi amici a fargli complimenti e dopo si presenta in un manicomio. La scelta ricade su un uomo della sua stessa età che sembra agire solo per istinto e non sa parlare. All’inizio la moglie del protagonista non è felice della situazione, dopo si innamora dell’uomo e del suo essere semplice e diretto. Ma quando questo inizia una relazione anche con suo marito ignorandola parte la gelosia che porta a un finale tragico e dall’interpretazione aperta.
Un cortometraggio forte e diretto che racconta una storia dura con grande ironia e qualche accenno di sarcasmo. La vita monotona della coppia viene sconvolta dall’arrivo dell’idiota, che riesce a farli uscire dall’indifferenza e a fargli provare sentimenti tanto forti da finire col perderne il controllo sfociando nella violenza. Il risultato è la condanna alle restrizioni imposte dalla vita sociale, soprattutto in paesi in cui si vuole controllare tutto. Seguita dall’antica domanda su chi sia davvero un idiota nelle società organizzate.

Il corto inizia con una potente invettiva contro le dittature e la scena del corridoio del manicomio con i busti marmorei dei dittatori di ogni colore politica degli ultimi cento anni mette questi tra i matti.
La storia è tratta da un’opera teatrale omonima di Viktor Erofeev, che fu la prima ad essere rappresentata in unione sovietica durante la perestroyka. Lui vide lo spettacolo da ragazzo al teatro Bolshoi e lo colpì molto. In seguito lo dimenticò finché l’arrivo di Putin gliela fece tornare in mente.
All’opera lui ha aggiunto il tema della violenza coniugale, che è provata crescere durante il fascismo perché tutti i dittatori sono misogini. Ha anche aggiunto la scena della doccia, che non c’è nell’originale.
Dal suo punto di vista un idiota è un emarginato che non segue le regole ed è quindi naturalmente odiato dalle dittature.

Ushev si chiede spesso se le storie che racconta siano troppo forti per il pubblico. Ne ha paura perché non vuole insultare la gente e per essere sicuro così pareri ad un amico. Per questo corto ha anche scritto la sceneggiatura in francese per poi chiedere se fosse corretta.
L’ispirazione narrativa viene da “L’idiota” di Dowstojesky, mentre per tempi e inquadrature si è ispirato a Pasolini e Hitchcock.
Il corto è stato realizzato ad acquarelli, tecnica a cui lui non si era mai stato interessato. Ma avendo pochi soldi, una storia lunga e nessun finanziatore aveva deciso di puntare al risparmio.
La violenza della storia gli ha dato molti problemi a trovare un produttore. Poi ha trovato MIYU Production che ha avuto il coraggio di finanziarlo, i tre acquarelli preparatori sono diventati la tecnica del film e lui ha scoperto le grandi possibilità che quella tecnica offriva.
Quando anima un film non guarda al disegno precedente ne cura ogni particolare perché gli interessa il disegno in movimento e non il singolo fotogramma. Pensa che questo crei una sensazione spiacevole in chi guarda che rimane anche dopo la fine del film. Riguardo all’usare scene piuttosto estreme di violenza o volgarità per lui la cosa più importante è l’aspetto estetico, l’estetismo è infatti una dominante in ogni suo corto.
Pensa che tutti abbiano un idiota dentro, è quello che ci fa andare contro le regole e se si passano le porte del manicomio è difficile tornare indietro.

È seguita l’intervista per il corto “9 Million Colours” (“9 milionů barev”) realizzato in Stop Motion da Bára Anna Stejskalová per la Repubblica Ceca.
Il cortometraggio di ambientazione sottomarina racconta di una canocchia pavone sadica che ama uccidere e terrorizzare le altre creature marine. Un giorno vede dei delfini maltrattare una strano pesce e li affronta per poterlo uccidere. Ma quando si accorge che il pesce non ha occhi e non ha paura di lui inizia a condurla in giro, gli impianta gli occhi di un granchio e le mostra la vita nei fondali. Tutto va bene tra i due, finché il pesce non capisce che per la canocchia pavone uccidere gli altri sia un divertimento, ne è spaventata e scappando viene presa da un gabbiano. Per la tristezza la canocchia pavone perde la voglia di vivere e tutti quelli che ha maltrattato vogliono vendicarsi. Il finale è una sorpresa.
Un corto tecnicamente meraviglioso con una storia teatrale, drammatica e piena di umorismo nero. Il colore è usato per mostrare la personalità dei personaggi e sottolineare l’umore delle parti della storia. Una prova che l’animazione di pupazzi nella Repubblica Ceca continua a evolvere.

L’autrice racconta di aver deciso di fare il film dopo aver scoperto che la canocchia pavone sia in grado di vedere nove milioni di colori.
Ci sono voluti due anni di produzione e la prima parte venne sviluppata durante un workshop artistico organizzato dalle scuole d’animazione (che raccomanda agli studenti) in cui chi partecipa ha la possibilità di passare due settimane in varie università d’animazione d’Europa. Una cosa che fa davvero aprire gli occhi.
Parlando di come abbiano potuto realizzare i movimenti di creature marine tanto bene racconta che si è trattato di una grande sfida, affrontata studiando molto e facendo tanti test. Ma l’ambientazione sottomarina ha aiutato perché da l’occasione di inventare molte cose.

Inizialmente il corto sarebbe dovuto essere un musical e voleva mettere una sirena che cantava la storia. Ma volendo essere realisti si accorse subito che cantare sott’acqua avrebbe fatto emergere più il suono delle bolle che della voce. Da questo si è passati alla sola musica.
Il film parla dell’amicizia, lei lo ha fatto pensando a un pubblico di bambini ricordando che, contrariamente a quanto si dice, a questi piacciono storie con scene violente e con personaggi non del tutto positivi.
Animare la canocchia pavone è stato difficile, ma il pesce ha richiesto più lavoro per esprimere le sue emozioni. Visto che, non avendo occhi, tutto è stato ridotto all’espressività della bocca.

Ha chiuso la prima mattina delle colazioni l’intervista sul corto “Star Wars: Visions “Black”, realizzato in disegni animati da Shinya Ohira per il Giappone.
La storia segue la vita di uno Stormtrooper dell’impero durante le battaglie a cui ha preso parte, molte delle quali coincidono con quelle note della saga. Scene cruente e con continui pericoli si alternano a ricordi della sua vita privata. Paesaggi incantevoli, una relazione d’amore, momenti di felicità che contrastano con la crudeltà della guerra. L’odio per i ribelli sembra sparire negli ultimi istanti della sua vita.
Una narrazione sincopata e molto coinvolgente che rende bene il panico della battaglia, immergendo gli spettatori in continui cambi di prospettiva, tanti da far venire il mal di mare e confondere. L’animazione è di qualità altissima mentre l’accompagnamento sonoro è costituito da musica e esplosioni. Probabilmente uno dei migliori corti del progetto Vision.

L’autore spiega cosa sia il progetto Vision. Sono dei corti fatti ispirandosi all’epopea di Guerre stellari e vengono realizzati da piccoli studi in ogni angolo del mondo, tutti con storie originali. La Disney sceglie i progetti, li finanzia e da grande libertà nella realizzazione. Il suo è il primo realizzato in Giappone.
La storia gli è venuta in mente pensando che quando si parla di guerre stellari tutti pensano ai duelli con le spade laser. Lui voleva parlare di chi non le usa, gli stomtrooper.
Realizzare un corto come questo è stato difficile, ma gli animatori amano le sfide e lui desiderava tanto animare un corto così complesso insieme ai suoi colleghi.
L’idea iniziale era di fare una sorta di videoclip lungo con musica jazz, un genere che difficilmente viene collegato alla fantascienza. Col passare del tempo l’idea del videoclip è stata abbandonata, ma non la musica. Per farla coincidere con le immagini ne hanno fatta comporre una appositamente per il corto.

Al momento delle domande del pubblico viene chiesto se ha fatto il corto spinto dall’empatia per gli stormtrooper o se si senta simile a loro. La risposta è stata un secco “NO!”, in realtà ciò che lo ha spinto è stato il desiderio di animare un personaggio di mezz’età. Di solito negli anime i protagonisti sono adolescenti e voleva provare a animare un personaggio più anziano, così da poterne studiare i movimenti, diversi da quelli dei giovani. Gli è piaciuto molto poterlo fare e si diceva sicuro che gli servirà in futuro.
Questi sono stati gli incontri durante l’apertura del festival di Annecy e durante la prima delle Colazioni dei cortometraggi. Uno degli appuntamenti più importanti del festival che dal primo giorno ha attirato tantissimi studenti allettati dall’idea di poter sentire e incontrare professionisti di grandissima abilità e esperienza.
Seguiranno altri articoli per raccontare degli altri cinque programmi. Restate con noi.
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