Continua l’approfondimento sui cortometraggi in gara al Festival d’Animazione di Annecy 2024.
In questo articolo si analizzeranno quelli contenuti nel secondo gruppo di cortometraggi in concorso. Un gruppo fortunato, con ottimi corti realizzati da autori tutti presenti durante la “P’tits Dej du court” di mercoledì 12 giugno nel piccolo bar “El pueblo”, poco lontano dal Bonlieu.

il primo corto è stato “Maybe Elephants”di Torill Kove realizzato a disegni animati per il Canada.
Il cortometraggio rientra nella serie autobiografica dell’autrice, dove lei racconta della sua famiglia tra gli anni ‘60 e ‘70. La storia è incentrata su sua madre e il suo senso di insoddisfazione.
Nei primi anni settanta, nella tranquilla cittadina norvegese dove abitavano, sua madre sentiva la monotonia della vita come un peso e aveva momenti dove voleva stare sola e spariva per ore. Un giorno annunciò alla famiglia la sua idea, andare a vivere in Kenya per alcuni anni. Le tre figlie adolescenti erano inizialmente contrarie, ma si adattarono presto alla vita allegra della gioventù di Nairobi. Purtroppo anche lì la madre tornò a sentire il peso della monotonia, così decise che avrebbero fatto un safari. In quell’occasione la madre scacciò un branco di elefanti che sostavano lungo la loro strada, ma questo ricordo non è certo; una delle sorelle sostiene fossero giraffe e l’altra non lo ricorda affatto. Proseguendo il viaggio finiscono col perdersi nella savana, senza benzina e con due genitori che sembrano pensare che tutto sia una grande avventura e non avere alcun senso del pericolo.

Un cortometraggio molto personale che con una bella linea chiara riesce a descrivere sia la Norvegia che il Kenya, sia le notti allegre di un gruppo di adolescenti che un safari nella savana. La storia raccontata continua il precedente corto “Me and my Mulon” e approfondisce il ritratto dei genitori “originali a ogni costo” dell’autrice. Dandoci l’immagine spoglia di una madre anticonformista, con grandi problemi d’umore e un padre pronto a fare di tutto per renderla felice. Un amore così grande che sembra mettere in secondo piano le figlie. Che se ne rendono conto, ne soffrono e vorrebbero solo avere una vita normale con scuola e amici. Spesso sembrano essere loro a badare ai genitori. Un corto che parla anche della memoria e quanto cambiano i ricordi col tempo. Il tutto raccontato senza nostalgia, ma con sentimento.
L’autrice ci tiene a chiarire che la struttura della storia è ispirata a fatti veri, ma ha portato dei cambiamenti. Ha aumentato l’età di lei e delle sue sorelle perché voleva fare un trio di adolescenti ribelli e ha cambiato alcune cose per non far fare una figura troppo brutta ai suoi genitori (momento di silenzio tra gli astanti). Descrive sua madre come una donna energica e davvero capace, che veniva da un’infanzia difficile che le aveva lasciato grandi ferite. Una volta cresciuta il rapporto tra loro fu complicato e pieno di discussioni.
Racconta di sperare che il ricordo di sua madre che scaccia gli elefanti sia vero, perché sarebbe una cosa degna del suo carattere. Ma dice anche che, in realtà, il fatto che sia vero o no non cambia le cose.
Un’altra cosa che vuole dire è che una parte molto importante del corto sono le musiche. Il compositore è stato Luigi Allemano, che ha voluto che fosse coinvolto un musicista del Kenya nella realizzazione. Per questo hanno cercato per tutto il nord America, finendo col trovare un ottimo musicista kenyano a Stoccolma, con cui hanno registrare tutto da remoto. Si dice soddisfatta del risultato.
Le viene chiesto se fare film sulla sua famiglia abbia mai generato dei conflitti con le sue sorelle. L’autrice risponde che ci tiene alla loro opinione e ha discusso con loro sulla storia, ma le hanno detto che questo era il suo film e la sua storia e che sarebbero state felici di vedere la sua rappresentazione.
Chiude dicendo che adesso sta scrivendo un romanzo sulla loro vita in Kenya. Nel libro approfondirà delle parti che nel corto non sono state trattate, ma anche questo non sarà una rappresentazione fedele della realtà. Nella storia ha inserito un fratello, ne ha sempre voluto uno e dice di essere davvero felice di poter immaginare come sarebbe stato averlo.

Il secondo corto del gruppo è stato “Circle” di Yumi Joung realizzato a disegni animati per la Corea del sud.
La storia racconta di una bambina che, per gioco, disegna un cerchio sulla strada. Tutte le persone che passano per la strada iniziano a fermarsi dentro al cerchio. Lo spazio diventa sempre più affollato, ma tutti si stringono e nessuno sembra essere infastidito.
Un cortometraggio in bianco e nero disegnato con un tratto chiaro che nella sua semplicità mostra la disturbante capacità umana nel conformarsi agli altri senza protestare per l’aumento di una situazione scomoda a cui ci si adatta con indifferenza.

L’autrice conosce il suo lavoro e sa che le riflessioni sullo spazio sono uno dei suoi temi ricorrenti. È un argomento che la incuriosisce e quando stava facendo il corto ci pensava molto. Gli viene chiesto se il cerchio sia il limite che ci si impone e se gli unici che non sono bloccati siano i bambini e gli animali. La risposta è che i limiti sono le scelte che si fanno e dipendono dai cliché e i pregiudizi che ci bloccano.
Un’altra domanda le chiede se per lei il cerchio è lo spazio pubblico che si deve rispettare per tutti. La risposta è negativa, per lei il cerchio è dove i personaggi fermano la loro vita.
Alla luce di tutto ciò, viene naturale chiederle sulla situazione sociale in Corea del sud e come lei l’abbia rappresentata nel corto. L’autrice ammette che la culture coreana/asiatica è molto rigida con il comportamento e le popolazioni sono più abituate a seguire in silenzio, ma in il discorso è più ampio. Riguarda il concetto che, in realtà, tutti gli umani non possono liberarsi dei pregiudizi che li limitano.
Per chiudere l’autrice ha risposto a una domanda sull’uso del B/N e se il film sarebbe potuto esistere a colori. Lei fa film in b/n perché lo sente neorealista, ma a fatto anche cose a colori utilizzando uno stile meno semplificato e più realistico. Tutto dipende dalla storia.

Il terzo corto del gruppo è stato “Percebes” di Alexandra Ramires e Laura Gonçalves realizzato a disegni animati per il Portogallo.
Il corto è formato da una serie di interviste fatte agli abitanti di una città costiera della Galizia, diventata una nota località turistica, a cui chiedono di raccontare il loro rapporto con il mare, il cibo e il turismo. Questo viene messo a confronto con la pesca dei Percebes, i pregiati crostacei che danno il titolo al corto (da noi noti come “Artiglio del diavolo”), che prolificano sugli scogli del luogo e che fanno parte della cucina tipica. Si viene a creare un colorato affresco di opinioni fatte dai i commenti dei commercianti e degli albergatori. Interviste che mettono in evidenza come l’importanza del settore turistico stia monopolizzando l’economia cittadina, impedendo la nascita di altre attività e favorendo il declino di altre. Una situazione che porta molti a emigrare per cercare altre opportunità.
Un cortometraggio dai bei colori acquerello e un tratto elegante che racconta un tema spinoso che viene spesso ignorato. Un’analisi rigorosa sul turismo di massa nella vita di un paese e quanti danni questo gli arrechi. Chi scrive non è stato troppo stupito quando questo corto ha vinto il Cristal come miglior cortometraggio.

Le autrici dicono di aver voluto realizzare un omaggio al Portogallo, in particolare alla Galizia, dove i Percebes sono crostacei tipici, usandoli per simboleggiare la relazione della popolazione del posto con il loro paese. Una delle registe è di quella città e ha visto come la gente sia cambiando enormemente nel giro di pochi anni e come loro stessi ne siano consapevoli. A causa del lavoro frenetico stanno diventando sempre più scontrosi, sono seccati dal numero enorme di turisti e sono scontenti che il settore turistico sia diventata l’unico sbocco lavorativo nella loro città.

Le autrici ci tengono a precisare che loro non sono contro il turismo, ma volevano raccontane l’altro lato. Sperano in una regolamentazione per diminuirne l’impatto, convinte che questa possa portare benefici sia ai luoghi visitati che ai turisti.
Viene fatto notare che c’è una continuità con il loro corto precedente, “Água mole”. Dove avevano fatto interviste alla gente che viveva in un paese spopolato e rispondeva a domande sui problemi del luogo. Sembra che questo sia il loro stile.
Gli viene chiesto se fanno degli storyboard o si basano solo sulle interviste, rispondono che loro hanno ascoltato le interviste e poi hanno lavorato al visual e alla musica.
Per chiudere dicono che lavorano sia in coppia che separatamente e la loro collaborazione continuerà perché si trovano bene a lavorare insieme.

Il quarto corto del gruppo è stato “Flower Show” di Elli Vuorinen realizzato a disegni animati per la Finlandia.
Il cortometraggio è ambientato nel XIX° secolo in una maestosa villa dove una giunonica duchessa, bellissima ma dall’aria torva, comanda i suoi aggraziati valletti per la preparazione della grande caccia. Allo stesso tempo una ragazzina, probabilmente sua figlia, è ignorata da lei e costretta a seguire le direttive di un’anziana severa e ad aiutarla nella coltivazione delle piante. La ragazzina ignora il fatto che i valletti della duchessa inizino a osservarla con interesse. Quando il Flower show apre le porte al pubblico, la duchessa mostra il suo potere e giudica i suoi ospiti, mentre la ragazzina tenta di fuggire dalle attenzioni dei vecchi, viscidi nobili che la toccano e sembrano valutarla come futura moglie. Una situazione asfissiante e insostenibile dove la sola soluzione che la giovane sembra vedere è nel fiume che costeggia la villa.
Un cortometraggio tragico, in grado di dare allo spettatore una tensione crescente e realizzato in uno stile artistico che ricorda le caricature ottocentesche. La sensualità della duchessa domina la scena, contrastata dall’inadeguatezza della ragazzina appena adolescente e il suo crescente sentirsi prigioniera. Costretta a seguire le rigide regole che l’anziana donna le impone freddamente e che sceglie una via di fuga estrema, mentre la duchessa sembra ignorarla del tutto e pensare solo a se stessa e i suoi amori. Un atto di accusa contro una società che costringere gli altri a seguire degli schemi e il ritratto di tre generazioni di donne, per indicare come i traumi vengano trasmessi in famiglia.

L’autrice dice che il film è una dichiarazione politica con metafore di donne che allevano donne, fatte con le piante coltivate in serra. L’ambientazione è un’età vittoriana che, per quanto sia ispirata a dei romanzi, ancora esiste nella società contemporanea, con le sue fissazioni morali e di ceto e le sue costrizioni.
Lei ama fare giardinaggio e quando ha iniziato a pensare se avere figli ha unito la generazione di figli al coltivare le piante. Con queste riflessioni in testa ha iniziato il corto nello stesso periodo in cui era rimasta incinta. Per far capire quanto sia stato lungo il processo ci dice che adesso la figlia, che era con lei nel bar, ha 2 anni.
Parlando della storia dice che la contessa è un simbolo di fertilità, ma non sembra essere capace di sostenere quel ruolo e ha dubbi. Le viene chiesto se abbia voluto intenzionalmente dare un aspetto gracile e effeminato ai giocatori di cricket per fare un contrasto con la forte contessa e la ragazzina con l’aspetto di maschiaccio. Lei sorride alla domanda e risponde che voleva farlo perché la divertiva e voleva fare molti charachter design, per tanti personaggi diversi. Lei considera i corti come un campo giochi dove divertirsi, per questo le piacciono e dice che non vuole fare un lungometraggio (che scrive si chiede se glielo abbiano proposto e lei abbia rifiutato).
L’ultima domanda del pubblico è stata sulla relazione tra la contessa, la bambina e l’anziana, la somiglianza tra le tre fa chiedere se in realtà non fossero lo stesso personaggio visto in diverse età della vita. Lei non da una risposta, ma sorride e dice che potrebbe essere.
Per chiudere l’autrice fa una considerazione, dice che la gente vuole immergersi in un passato nostalgico, ma per lei il passato è tossico ed è sbagliato avere un atteggiamento simile.

Il quinto corto del gruppo è stato “[S]” di Mario Radev realizzato unendo animazione di sabbia, pixillation e disegno animato per il Regno unito.
Il cortometraggio inizia con uno strano macchinario in una stanza piena di sabbia. Un uomo, di cui vediamo solo un braccio e i piedi, inizia a girarne la manovella e le ruote di bici e i tubi di cui è composta iniziano a ruotare, battono ripetutamente su una barra e fanno aprire una finestra posta sul muro davanti alla macchina. Dentro questa finestra dei fogli disegnati iniziano a susseguirsi in rotazione. Si inquadrano questi fogli e si vede che su di essi è disegnata un’animazione a matita di altissima qualità, movimenti di forme molli che potrebbero essere descritti come le contrazioni di liquidi e cibo dentro un organismo vivente. Forme informi che pulsano di vita.

L’autore spiega che, come visto all’inizio del corto, il titolo “S” è stato usato perché la lettera posta in orizzontale assomiglia al simbolo dell’infinito. In sala il corto è salutato dagli esperti come un’autentica celebrazione dell’animazione, ma per l’autore è una celebrazione dell’essere vivo e quanto sia bella la vita. Realizzare il cortometraggio a richiesto due anni di lavoro ed è cominciato con il costruire la macchina per animare. L’ha costruita per essere collocata in un museo, funziona davvero e la si può usare per vedere la stessa animazione del film, lui la chiama una Flipbook Machine.
L’idea della macchina è nata perché voleva costruire qualcosa in grado di realizzare un loop infinito, questa macchina potrebbe andare avanti per secoli.
Lui ha voluto costruire una macchina che sembra fragile, ma è semplice e può essere gestita dagli altri. Chiude raccontando del rapporto con il musicista autore della colonna sonora. La musica è importante per il corto e ha curato molto il rapporto suono-immagini nell’editing.

Il sesto corto del gruppo è stato “Gina Kamentsky’s Pinocchio in 70MM” di Gina Kamentsky realizzato dipingendo su pellicola e incollandoci sopra fotogrammi di pellicole Super8, per gli Stati Uniti.
Il corto racconta la storia di Pinocchio e mostra il burattino scontrarsi con la società e le sue regole e attraversare tutte le metamorfosi ben note del romanzo, ma interpretate secondo un’ottica originale che porta a una spiegazione delle sue avventure come un percorso di presa di coscienza e di chi si sia veramente come individui e cosa si vuole essere.
Artisticamente originale, strabordante, scoppiettante e sperimentale, ma allo stesso tempo divertente e semplice unito a un sonoro fatto di rumori e versi che divertono e danno ritmo. Davvero un ottimo corto dipinto, per divertire e riflettere.

L’autrice cattura subito il pubblico con la sua esuberanza e racconta di aver deciso di fare questo corto perché ha pensato che c’è il Pinocchio di Disney, quello di Del Toro, quello di tanti altri grandi registi e quindi voleva farne uno suo. Ha comprato una pellicola 70mm su ebay dalla Russia (probabilmente un filmato di propaganda), l’ha trattata chimicamente nel suo bagno per farla diventare nera e poi ha iniziato a scarabocchiarci sopra. Ha fatto una serie di ragionamenti su Pinocchio e ha concluso che un finale dove lui decide di diventare una bambina sarebbe stata una conclusione ovvia per la storia.
Gli chiedono se vuole fare altre parodie da Disney, perché sarebbe divertente. Lei risponde che, in realtà, si è annoiata presto nel fare questo corto e che la scena del bimbo che diventa asino nel Pinocchio classico era stata traumatica per lei. Adesso sta lavorando a un corto intitolato “My dead name is killing me”, che sarà basato su riprese che farà di se e di altre persone.

Settimo e ultimo corto del gruppo è stato “Drizzle in Johnson” di Ivan Li, realizzato mischiando CGI, con riprese dal vero e parti realizzate usando l’AI per il Canada.
Il corto racconta di un uomo che, con l’ausilio di una strana macchina, fa dei calcoli su una lavagna in una stanza sorvegliata da tre inquietanti clown. Quando la macchina smette di funzionare l’uomo inizia a cercare un pezzo di ricambio girando per luoghi malfamati. Dopo aver ucciso e probabilmente rovinato la sua salute riesce a trovare il pezzo, far ripartire la macchina e a trovare la risposta all’equazione, ma ormai sia il macchinario che la sua mente sono contaminati. Il macchinario attira nubi oscure e l’intera megalopoli si ritrova sotto una violenta tempesta di peni giganti, che investe la popolazione ignara e non accenna a diminuire. In quel clima disastrato l’uomo deve fuggire dai tre clown, che vogliono ucciderlo. Tutto questo con continui rumori sgradevoli, inquietanti e ad alto volume.
Il cortometraggio è una provocazione estrema e prolungata. Dura quasi venti minuti e chi ha resistito rimanendo in sala lo ha fatto soprattutto perché si chiedeva dove l’autore volesse andava a parare. Sembra che ogni elemento serva a recare disturbo; dalla grafica distorta ai colori acidi e le riprese sfocate. Ma tutte queste stranezze rendono questo corto unico. Con un finale che diventa sia esilarante che epico per quanto sia estremamente assurdo.

La prima cosa che viene chiesto all’autore è come lavora la sua mente, la domanda è fatta con un tono più preoccupato che curioso. Questo diverte Ivan Li, che risponde tranquillizzando il moderatore. Gli viene chiesto se quando fa un corto ha mai dei blocchi nell’insultare la gente, risponde che lui va avanti, ma sembra che sia consapevole di quanto possa essere pesante. Per questo ha inserito se stesso nel corto, è il tizio che, quando inizia la tempesta di peni, alza la testa al cielo venendone investito. Dice che quello è stato il suo modo per scusarsi con il pubblico, costretto a vedere il suo cortometraggio.
Racconta anche che non va mai a assistere alle proiezioni dei suoi corti, soprattutto perché avvengono molto lontano da dove abita. Una persona del pubblico si dice entusiasta del fatto che lui sia un artista che non è spaventato dall’usare la AI per fare film e di parlarne. Lui risponde limitando l’importanza del fatto. L’ha usata, ma non avrebbe avuto problemi a fare il corto senza, visto che l’AI è solo uno strumento.
Facendo un ragionamento sul suo corto, pensa che il pubblico dei festival horror potrebbe essere il migliore a cui mostrarlo. Tutta la storia dietro al corto viene riassunta col fatto che voleva provare a fare qualcosa di più lungo del solito, questo è tutto. Un autore provocativo fino all’ultimo.
Questi erano i corti del secondo gruppo. Una selezione di alta qualità e molto varia, talmente vari che ti fa chiedere se esista un criterio per mettere insieme i corti e come venga deciso quale corto sia destinato alla competizione normale e quale a quella off-limits. Una domanda a cui sarebbe bello avere una risposta.
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