afNews 18 Dicembre 2023 17:25

Ma ancora si parla di questa prefazione?!

Nella francofonia ancora si continua a parlare (e ciascuno vuol dire la sua) della doverosa prefazione che è stata inserita nel volume Tintin in Congo. Non l’albo della serie regolare, no, ma la ristampa in cofanetto (insieme a Tintin e i Soviet e Tintin in America) nella serie “i colorati”, cioè gli albi delle avventure che furono pubblicate, in prima versione, in bianco e nero e ora sono ripresentate a colori. Albi che, come dicevo altrove, in Italia non sono mai stati tradotti, perché vecchi e decisamente “superati” da diversi punti di vista, mentre sono state pubblicate le avventure solo nella versione più recente (ben diversa dalla prima).
Qui in Italia potrebbe sembrare una questione di lana caprina, in effetti, interessante solo per ricercatori ed eruditi. Ma nella francofonia (e non solo) Tintin è così radicato che qualunque cosa lo riguardi diventa una notizia.
In Italia dovremmo mettere prefazioni contestualizzanti su una pletora di fumetti che seguivano il “pensiero comune” di quegli anni terribili che precedettero la Seconda Guerra Mondiale e anche su alcuni che la seguirono.

Razzismo, colonialismo, omofobia, sessismo, maschilismo, culto della forza, della violenza e della prevaricazione, disinteresse per i diritti umani, culto della personalità, culto della superiorità razziale (il DNA era di là da venire e ancora non si sapeva che non esistono razze umane, ma solo una specie umana), scarso rispetto per le persone, ignoranza generalizzata, analfabetismo, povertà in crescita, omologazione, xenofobia, aggressività, competizione invece di solidarietà, propensione a credere a tutto ciò che i Poteri (politici, religiosi, economici) o alle persone che urlavano più forte affermavano, moralismo ipocrita e disumano, autoritarismo, antisemitismo e compagnia brutta erano diffusi trasversalmente nei popoli d’Europa (e non solo).
Come in Italia, anche nella francofonia i fumetti vivevano di stereotipi (anche i peggiori e quelli che si sarebbero poi dimostrati i più pericolosi) ed era piuttosto raro che a un qualunque autore di fumetti venisse in mente di metterli in discussione o anche solo di rifletterci su. Come alla maggioranza delle persone.
Ci volle molta sofferenza, molto sangue, molto terrore, molti morti e drammi e tragedie, molte lotte, molta riflessione sui propri errori, perché le coscienze cominciassero a svegliarsi almeno un poco e riflettessero infine sul pensiero di chi, già allora e ancora prima, aveva intravisto l’orrore avvicinarsi favorito proprio dal rilassamento delle coscienze delle persone.
Per essere malvagi basta davvero poco, basta lasciarsi andare al peggio che abbiamo dentro. Per scegliere e lottare per il contrario della malvagità occorre invece uno sforzo costante. E nulla di ciò che di positivo si raggiunge con questo sforzo, è mai scontato per sempre: va difeso e incrementato ogni giorno, col proprio comportamento personale, con l’azione concreta, col proprio pensiero positivo rivolto a un mondo umano migliore.

Niente di nuovo, in realtà. Nulla che non si stia continuando a sperimentare ancora oggi, purtroppo, nel bene e nel male.
Per cui può stupire che una semplice prefazione storica, su una versione di un fumetto per collezionisti, non certo per il grande pubblico, scateni tanti commenti e tante analisi. Ma, come accennavo, Tintin è Tintin e noi italiani non abbiamo un termine di paragone altrettanto forte, nemmeno Pinocchio, che è il personaggio italiano più famoso nel mondo, e non è un fumetto.

Sia come sia, ieri, di questa prefazione, ne ha parlato anche Pierre Assouline e lo segnalo, as usual, per dovere di cronaca:


… La prefazione, lunga sedici pagine, è firmata da Philippe Goddin, Tintinologo e Hergeologo storico, ex segretario generale della Fondazione Hergé e attuale presidente dell’Associazione Les amis d’Hergé…
– In Congo ne abbiamo riso [di Tintin in Congo] e ne ridiamo ancora perché, come scriveva la rivista Zaire (n. 73, 2 dicembre 1969): “Offriva il motivo per prendersi gioco dell’uomo bianco che [i neri e gli animali] li vedeva [in modo] così [ingenuo]!“ –

A 23 anni, George Remi (vero nome di Hergé, pseudonimo basato sull’inversione delle sue iniziali R.G.) non aveva mai messo piede in Africa. La sua documentazione era costituita [solo] da foto ufficiali degli archivi coloniali, dal Museo Coloniale di Tervueren per oggetti e canoe e, per gli animali, dai disegni di Benjamin Rabier. Ha esaminato le foto e le ha utilizzate senza il minimo spirito critico riguardo ai loro aspetti paternalistici e colonialisti, come era normale nel suo ambiente, la destra cattolica e conservatrice del quotidiano Le XXème siècle, guidata da padre Wallez; tanto più che, scout nell’animo, Hergé è stato e resterà a lungo un artista privo del minimo senso politico…


Come dicevo, purtroppo “era normale” non solo “nel suo ambiente” di destra cattolica conservatrice, ma praticamente ovunque. Davvero poche erano le persone umane che si indignavano (o anche solo che si rendevano conto che ci si sarebbe dovuto indignare) per gli stereotipi, all’epoca. Hergé, è noto, ne venne poi fuori, da quegli stereotipi, ma gli ci vollero anni, come a molti altri, nella francofonia, in Italia, in Europa e altrove.
Fossero state la maggioranza, le persone che negli anni 30 già avevano la giusta sensibilità e comprensione umana (e per questo venivano derisi e isolati, se non peggio), magari ci si evitava una seconda guerra mondiale, il fascismo, il nazismo, lo stalinismo ecc., chissà.

Leggi il resto su: Tintin décolonial, Hergé blanchi – La République des livres

Tintin in Congo, prima versione, ma colorata e con adeguata prefazione

 


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