afNews 12 Maggio 2023 17:14

La Mole delle Meraviglie: la masterclass di Stefano Bessoni

Venerdì 12 maggio presso la sala Blu del Rettorato di Torino si è svolta la masterclass di Stefano Bessoni organizzata in collaborazione con il Museo del cinema di Torino, Scuola Holden e l’Università degli Studi di Torino in relazione alla mostra alla Mole Antonelliana intitolata La Mole delle Meraviglie.

L’artista romano, regista affermato di film live action e stop-motion, nonché illustratore e romanziere, ha raccontato la sua carriera dinnanzi ad un pubblico giovane e curioso di imparare di più su questa forma di animazione poco navigata nel Bel Paese.

Tra i suoi lungometraggi ci sono Roma Macabra, Krokodyle e Imago Mortis, e ovviamente innumerevoli libri illustrati: Pierino Porcospino, Alice Sottoterra, tra cui l’ultimo, sulla storia di Maria Adriana Prolo, la fondatrice del Museo del Cinema di Torino.

 

Bessoni si descrive come artista in senso lato: mira a costruire il suo mondo utilizzando tutto ciò che ha a disposizione. È quindi sia cineasta, che pittore, illustratore ma anche scrittore.

La sua formazione è di stampo pittorico con un’ansa naturalista e di zoologia, per poi comprendere che l’arte era il motore che guidava le sue intenzioni. Scopre autonomamente il cinema: Fassbinder, Wenders, Erzog e se ne innamora, soprattutto di Peter Greenway. Bessoni trova nell’audiovisivo la forma espressiva prediletta poiché la generazione del movimento prima dell’impressione della parola lascia all’artista molte più libertà espressive.

Il film per lui è un contenitore di oggetti e vi riversa dentro costantemente illustrazione e prosa, ma la libertà è limitata dal momento in cui bisogna scendere a patti con i committenti, che siano privati o piattaforme di distribuzione. Qui la libertà del creativo viene dunque recintata, nonostante il film, soprattutto quello animato, si ponga come mezzo espressivo privo di redini.

L’immaginario di Bessoni è a detta di molti poco italiano seppur il suo lavoro negli ultimi tempi sia rivolto principalmente alla recupero della fiabe nella loro forma originale. La Disney, spiega, ha fatto grandi capolavori dell’animazione mondiale ma per rendere le opere appetibili ad un grande pubblico ha finito per edulcorare le narrazioni originali, piene di mostri, morti ed eventi tragici. La major americana non porta dunque a compimento lo scopo primario della fiaba, quello di istruire, narrare un primo rito di passaggio all’età adulta tramite la percezione traumatica (ma controllata) delle sfide e delle difficoltà dell’avvenire. Nel mercato dell’intrattenimento è vietato traumatizzare, ma attenzione: il problema non è solo dell’oggi e non è limitato alle grandi major o piattaforme streaming. Si sappia che anche Collodi si scontrò con il medesimo problema quando volle pubblicare l’originale Pinocchio che prevedeva la morte per impiccagione del burattino in una terra di fantasmi. L’editore si rifiutò e lo scrittore nostrano dovette riconsiderare il capolinea della sua storia. Il medesimo discorso deve essere fatto per Alice nel Paese delle Meraviglie, originariamente chiamato Alice sotto terra. Il lavoro di Bessoni, dunque, non è di riscrittura o reinterpretazione, bensì di recupero.

L’artista sottolinea come il lavoro fatto dalla cinematografia per la rivisitazione patinata delle due fiabe sopracitate è stato parecchio coraggioso: la struttura narrativa di Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie è episodica e mal si adatta alla ritmo drammatico della cinematografia. Quindi è stato necessario aggiungere dell’altro per farlo diventare appetibile.

Che poi è il discorso che fa Guillermo Del Toro con il suo ultimo Pinocchio, che assieme al Labirinto del Fauno e La Spina del Diavolo, va a concludere la trilogia sul fascismo. Nel suo film possiamo vedere anche un paragone con la teoria cristiana a cui forse aveva pensato già Collodi a suo tempo: quando Pinocchio assiste ai fedeli che pregano davanti al crocifisso in legno, si domanda come mai quell’oggetto è venerato mentre a lui, del medesimo materiale, nessuno crede.

Si passa a parlare dell’arte della stop-motion, una delle tre forme di animazione con quella disegnata a mano e quella in grafica digitale. Bessoni pratica puppet animation, l’animazione di pupazzi costruiti artigianalmente ed egli racconta come capita che tra “burattinai” e creature si vengano a creare degli strani attaccamenti, come se il pupazzo fosse un alter-ego del creatore.

La stop-motion è molto antica, legata addirittura al pre-cinema: un’arte dalle connotazioni fortemente materiche e reali. È una tecnica che rimane a lungo nell’ombra ed è per questo che Bessoni l’apprezza particolarmente; è una forma di animazione che dona vita a qualcosa che fisicamente ne è privo. I primi pionieri hanno puntato su questo tipo di animazione, o forse sarebbe meglio dire di “rianimazione”, come se stessimo parlando della creatura di Frankenstein di Mary Shelley. Ladislas Starevich, entomologo polacco poi trasferitosi in Francia, ha compiuto esattamente questo percorso: è partito dalla volontà di ricreare artificialmente degli habitat per coleotteri e cervi volanti sperando si comportassero come in stato di natura, ma l’illuminazione delle lampade cui li sottoponeva finiva per bruciarli vivi. Venne a scoprire dunque di questa magia chiamata “cinema” che poteva essere anche creata da zero, creando e montando in sequenza fotogramma dopo fotogramma. Ecco che i cadaveri delle sue creature divennero marionette con la quale egli riuscì a ottenere dei piccoli diorami di vita di sottobosco, fino a iniziare a raccontare storie con insetti protagonisti.
Sviluppò così la sua tecnica d’animazione e creerà Una volpe a corte, cortometraggio animato cui si ispirò anche Wes Anderson con Fantastic Mr. Fox del 2009.

Si vede dunque come la stop-motion sia molto realistica e oscura: si parla letteralmente di ridare la vita ai morti e per questo venne a lungo evitata, sicché vista di cattivo occhio.

La stop-motion ha poi molte sotto-categorie di realizzazione: puppet animation, claymotion, pixillation e così via, ma è anche vero che negli anni Ottanta non si poteva andare a scuola di animazione, nessuno era in grado di insegnare quel tipo di arte. Non ci fu, dunque, un grande proliferare di scuole ma è innegabile quanto sia stata importante per lo sviluppo della storia del cinema. Prendiamo in considerazione Segundo De Chomòn e il suo lavoro in “La guerra e il sogno di Momi” (1917) di G. Pastrone, regista pioniere del cinema muto e del linguaggio filmico. Nel film De Chomòn realizza le animazioni in stop-motion che fanno da supporto all’intera pellicola girata con attori in carne ed ossa.

Solitamente gli effetti speciali sono associati al cinema di Meliés ma Segundo De Chomòn è stato un caposaldo del loro sviluppo; tant’è che in America questa tecnica diventa il fondamento per la realizzazione degli effetti visivi dei film finché il digitale fu pronto a surclassarla. Questo accadde, per esempio, con Jurassic Park, opera in cui i dinosauri dovevano essere realizzati in puppet animation ma che poi vennero riprodotti in computer grafica.

In sostanza, la stop-motion è stata a lungo una sorta di Cenerentola, maltrattata da tutti e solo una fata poteva salvarla dal triste destino. La fata giunse da Burbank e si chiamava (e si chiama tutt’ora) Tim Burton. Grazie al suo Nightmare Before Christmas incanala in questa tecnica espressiva la libertà della sperimentazione, la fa maturare, la diffonde e si prepara a spianare la strada ad altri autori che verranno dopo, come lo stesso Del Toro.

In Italia la stop-motion è poco presa in considerazione, come tante altre arti per una mancanza di coraggio e una diversa sensibilità culturale: se da un lato questo tipo di cultura non viene messo al primo posto, dall’altro vigono delle forme di percepita inferiorità che frenano produttori e autori dal buttarsi, dal tentare di mettere in moto progetti. “Queste cose le fanno gli americani, non noi. Noi non siamo capaci”, è una cosa che Bessoni si è sentito più volte dire. E ogni tentativo di sperimentazione, seppur contenuto, viene scoraggiato. Il discorso è il medesimo per altre forme artistiche come l’illustrazione, poiché non si cerca di creare un mercato interno, ma si incoraggia direttamente i giovani talenti di emigrare e tentare fortuna nei paesi esteri.

È dunque una questione di sensibilità all’arte e alla cultura, ma anche di conoscenza; Bessoni viene spesso paragonato a Tim Burton e la cosa non lo rammarica, però è conscio che il suo nome viene associato a lui principalmente per mancanza di altri termini di paragone. Racconta come ci siano altri autori la cui influenza è lampante nei suoi lavori, ben più di Tim Burton.

Quando gli viene chiesto quale percorso di studi intraprendere per diventare un animatore stop-motion, Bessoni risponde che dipende molto dalle sedi di studio. Burton si è dato molto da fare ed è stato caparbio, ma ha anche avuto la fortuna di crescere a due passi dai Disney Studios. Ogni istituto ha una sua linea didattica e una sua focalizzazione, una materia o una tecnica espressiva che è vista come fondante in una sede, non lo è in un’altra.

Insomma, il suo consiglio è quello di costruirsi un personale piano di studi per poter essere pronti al meglio, vagliando le diverse attività didattiche che le scuole offrono.

Tra gli applausi del pubblico termina il viaggio nell’arte di Stefano Bessoni, nella speranza che molti altri si possano approcciare alla stop-motion, tecnica poco considerata di animazione che ha tanto da regalare per chi ha gli occhi per guardarla.

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