6 Settembre 2022 18:39

Annecy 2022, Cortometraggi in concorso parte 5

Quinto e ultimo articolo dedicato ai cortometraggi in concorso al festival di Annecy 2022. Durante la colazione dei corti di sabato18 giugno (ultimo giorno del festival) gli autori dei cortometraggi del quinto gruppo di corti in concorso hanno raccontato le storie della lavorazione dietro le loro storie.

Il primo cortometraggio di cui si è discusso stato l’impressionante “Of Wood” di Owen Klatte per gli USA e realizzato in Stop Motion scolpendo continuamente un ceppo di legno.

Nello studio dell’autore è posto un grande ceppo di legno su cui inizia a essere scolpita la progressione degli oggetti inventati dall’umanità dalla preistoria a oggi, partendo dal primo stecco appuntito usato per la caccia, continuando con armi, case e attrezzi agricoli, giochi, carri, xilografie da stampare e marchingegni sempre più sofisticati che a un certo punto iniziano a uscire fuori dal legno e accumularcisi davanti sempre più velocemente, dando l’impressione di un troppo ingestibile. Il tutto mentre il tronco diventa sempre più sottile. Un cortometraggio muto impressionante sia per l’abilita tecnica e artistica sia per la capacità di raccontare una storia per sequenze emozionanti. Chi scrive ammette di essere rimasto molto impressionato.

L’autore di questo cortometraggio è un veterano dell’animazione in Stop Motion che ha fatto parte di film diventati pietre miliari a partire dal celeberrimo “Nightmare Before Christmas” proseguendo con un’impressionante serie di titoli. Eppure questo è il primo cortometraggio che ha realizzato dai tempi del college,. Racconta di essere stato troppo impegnato con il lavoro per poterne fare altri, cosa che gli dispiaceva molto perché erano stati proprio i cortometraggi a farlo innamorare dell’animazione in Stop Motion. Adesso che è quasi in pensione ha voluto farlo.

Alla domanda sulla sua esperienza di scultore risponde che non aveva mai scolpito il legno e voleva farlo. La storia è venuta di conseguenza pensando a cosa potesse adattarsi a un film così. Racconta che per realizzare alcuni punti si è aiutato realizzando dei modelli di argilla per capire come sarebbero venute le ombre, ha studiato la composizione di ogni scena e come far uscire gli oggetti dal legno in modo che sembrassero davvero uscire da lì. Tutti gli oggetti che escono sono cose che ama, come i libri che escono dal legno. Che non sono solo i suoi preferiti, ma escono in ordine cronologico per sottolineare lo scorrere del tempo e i cambiamenti della società.

Per realizzare il corto ci sono voluti quattro anni e alcuni fotogrammi hanno richiesto quattro settimane ciascuno per essere completati. È stato un processo davvero lento e pieno di sorprese, perché non si può mai sapere come sino gli strati interni del legno, se ci siano nodi o crepe e spesso ha dovuto trovare soluzioni per aggirare questi ostacoli. Il cortometraggio riesce a nascondere il fatto che il ceppo, scolpendosi, si assottigli perché in post produzione ha aggiustato le dimensioni dei fotogramma, la camere era stata fissata a quindici piedi dal ceppo e mai spostata per tutta la durata della lavorazione.

Il secondo cortometraggio di cui si è discusso è stato “Letter to a Pig” di Tal Kantor per Israele realizzato a disegni animati.

Il cortometraggio è presentato da una voce narrante come un ricordo di una lezione di scuola durante il giorno del ricordo, dove era stato invitato a parlare un sopravvissuto alle persecuzioni naziste. L’anziano signore racconta di come da bambino si fosse salvato nascondendosi per giorni tra i maiali di un porcile e di come uno di questi sembrasse averlo protetto durante un rastrellamento. Per mostrare la sua gratitudine inizia a leggere una lettera di ringraziamento scritta all’amico maiale, ma qualcuno in classe inizia a ridere e l’anziano perde la pazienza raccontando di come, anni dopo, si sia vendicato di uno dei suoi persecutori.

Gli eventi della giornata sconvolgono la piccola protagonista, che di notte fa un sogno inquietante dove il maiale è vittima e simbolo innocente del suo odio e della malvagità umana.

Un cortometraggio pieno di tensione davvero intenso e affascinante nella sua serierà.

L’autrice racconta di aver sentito il bisogno di realizzarlo in quanto israeliana più che come artista. È un corto che analizza come le generazioni ricevono queste memorie storiche. La storia è basato su un giorno del ricordo di quando era bambina e sull’incubo che ebbe dopo. L’idea di utilizzare questo ricordo l’accompagnò per dieci anni e cinque anni fa ha finalmente presentato il progetto proprio a Annecy, ricevendo l’interesse generale e potendo finalmente iniziare a realizzarlo. Ha fatto sei mesi di residenza d’artista in Francia, dove ha incontrato e lavorato insieme a grandi collaboratori. Ha amato vederli capire sempre di più il suo corto.

Il soggetto della memoria non è nuovo per l’autrice, che lo aveva trattato anche nel suo primo film ma con un approccio totalmente diverso, perché il modo in cui la memoria si manifesta è diverso. In questo nuovo corto lo sporco e gli errori del disegno servono a dare peso al film e la scena che ha realizzato con maggiore impegno è stata quella basata sul suo incubo, voleva renderla il più emozionante possibile. Per realizzare questo film ha lavorato con tutto ciò che viene considerato difficile lavorarci insieme. Ha realizzato dei filmati dal vero con dei bambini in una classe a camera aperta per farli comportare il più naturalmente possibile e ha filmato un porcellino. L’anziano è un attore professionista che è stato davvero fantastico nel suo ruolo. Per chiudere l’autrice dice che quando incontriamo questi traumi, questi risuonano con noi e voleva offrire una riflessione.

Il terzo cortometraggio è stato “Glazing” di Lilli Carré per gli USA e realizzato con disegni animati.

La storia racconta di una giovane donna svestita che si muove nello spazio e inizia una continua trasformazione nelle figure femminili più celebri dell’arte.

Un omaggio alle figure artistiche della storia appassionato e sincero. L’autrice nella vita insegna animazione ed è una fumettista, ha realizzato il corto perché è stata invitata a farne uno con la massima libertà. Quindi ha scelto un tema che le desse la possibilità di trasformare il corpo continuamente e, visto che il corto è stato realizzato per essere proiettato in un museo, ha pensato naturalmente di farlo pieno di riferimenti artistici.

Ha realizzato il corto senza fare uno storyboard badando bene che il finale fosse uguale all’inizio per poter essere proiettato in loop. Per realizzare la camminata iniziale si è basata su una ripresa di lei stessa nuda che camminava davanti alla camera. Ammette che vedere quelle immagini animate rese giganti dalla proiezione sullo schermo è stata una sorpresa. Anche se sembra realizzato su carta tutto il corto è stato realizzato usando il programma TvPaint, ama la libertà del lavorare in digitale. Il continuo cambio di proporzioni e di corpi è una cosa a cui tiene particolarmente, tanto che nei corsi d’animazione in cui insegna insiste con gli allievi sul farli giocare sull’aspetto fisico.

Il quarto cortometraggio che faceva parte del gruppo era “Lullaby” di Lin Zhang e Qinnan Li per la Cina e a disegni animati. Sfortunatamente gli autori non sono potuti essere presenti.

A storia era un dramma che raccontava di una modella di una scuola d’arte che alla sera guardava la luna con tristezza. Un uomo dall’aspetto poco rassicurante la spia da lontano e strani ricordi, visioni e incubi la perseguitavano e sembravano collegati alla copia in gesso della venere di Miro dell’istituto. Un bambino davvero inquietante rende ancora più tesa la situazione prima che l’uomo attacchi, spinto da motivazioni impensabili.

Una bella storia, ma che avrebbe giovato di una maggiore cura nell’animazione.

Il quinto cortometraggio proiettato era “Lakkeh” di Shiva Sadegh Asadi per l’Iran e a disegni animati, purtroppo anche in questo caso l’autrice mancava.

Il cortometraggio è un inquietante racconto muto dove si racconta il rapporto tra una donna e uno squalo che la terrorizza e vive con lei. La continua angoscia e paura non la lasciano mai e le impediscono di reagire alle violenze che gli vede fare e che subisce. Lo squalo dorme e lei lava via il sangue dal pavimento, finché non trova una delle lamette che lui usa per radersi.

Un cortometraggio tragico, intenso e artisticamente bello che dice tanto pur essendo muto. È un vero peccato che l’autrice non fosse presente.

Il quarto cortometraggio di cui si è discusso è stato “Honekami” di Honami Yano per il Giappone e a disegni animati

La storia è raccontata da una bambina piccola che vive su un isola e racconta i fatti che le sono accaduti durante l’estate. Le passeggiate col padre per la campagna, le gite in mare con la sorellina e il funerale del padre seguito dall’ultimo ricordo che ha di lui. Tutto senza alcuna sensazione di tragedia ma con il candore di chi, anche se capisce che sia stato un fatto importante, non ha ancora la capacità di elaborare bene cosa sia successo e cosa significhi.

Il corto è basato su un fatto accaduto all’autrice e lo ha realizzato perché voleva affrontare il trauma, lo stie di disegno e di colorazione è venuta dopo la storia. Per raccontarlo ha tentato di rimanere il più fedele possibile ai suoi ricordi. Il titolo del corto significa “Mordere le ossa dei morti” e viene ripreso nella scena del funerale dove un parente la invita a dare un morso a un frammento delle ossa del padre, dicendole che così sarà sempre con lui. Non era certa che fosse davvero accaduto o se fosse un ricordo inventato, ma facendo ricerche ha visto che questa tradizione esiste davvero in alcune parti del Giappone. Nella realizzazione ha studiato e fatto prima tutti i movimenti camera, poi ha colorato i disegni. Ha realizzato tutto con cura partendo dallo storyboard fino alla colorazione, ma l’idea per il finale è variata fino all’ultimo momento. Per raccontare la storia di un ricordo ha scelto il racconto circolare così da poter tornare continuamente avanti e indietro nella storia, esattamente come agisce la memoria ricordando qualcosa.

Il quinto cortometraggio di cui si è discusso è stato “O Homem de Lixo” di Laura Gonçalves per il Portogallo e a disegni animati.

Il corto racconta dello zio dell’autrice attraverso i ricordi della famiglia. Lo zio aveva fatto la guerra in Congo e poi era emigrato dal suo povero paese verso la Francia e viveva a Parigi per sei mesi per poi tornare al paese. In Francia lavorava come netturbino e guidava il camion della spazzatura, recuperava oggetti che la gente buttava o gli regalava, li aggiustava e li portava in Portogallo regalandoli a amici e parenti. Tutti i ricordi raccontano di quanto fosse generoso e amato da tutti, di quanto fosse in gamba, sempre allegro e che stare insieme con lui fosse una festa continua. Formando il ricordo enorme di un uomo eccezionale che aiutava sempre la sua povera famiglia senza mai chiedere niente e portando l’allegria ovunque. Davvero un cortometraggio pieno di gioia e amore.

L’autrice racconta che lo zio era mancato quando lei aveva quindici anni e non lo ricorda bene, ma il suo ricordo nella sua famiglia e tra la gente del paese è ancora così forte che a ogni riunione di famiglia si finisce col parlare di lui. Per realizzare il corto ha fatto le interviste ai suoi familiari e ha fatto le musiche, poi li ha ritratti come sono, persone forti, colorate e calorose.

Nel racconto si va di continuo tra passato e futuro con momenti in cui tutto si fonde. Per lei era molto importante evidenziare come sia una tradizione ricordare lo zio a ogni grande occasione. La presenza della scimmietta appartenuta allo zio che si muove liberamente dentro le foto o tra i commensali rappresenta lo spirito dello zio che ancora è con loro. Un alto dei suoi intenti era rendere il contrasto tra come la gente di solito vede la figura del netturbino e di come questa immagine possa rivelare molto di più. È stata anche un’occasione per parlare di come fosse il Portogallo sotto la dittatura. La grande domanda è come si sono svolte le interviste. Il processo è stato lungo, ogni volta che parlavano di lui finiva con l’essere qualcosa di divertente e ogni volta che c’era una riunione di famiglia metteva un familiare in un’alta stanza per tentare di limitare le voci di fondo, senza riuscirci molto. Ha dovuto fare parecchio editing.

Il sesto cortometraggio di cui si è discusso è stato “Things that Disappear” di Changsoo Kim per la Corea del sud. Realizzato a disegni animati.

La storia si svolge in un quartiere in demolizione da qualche parte in Corea del sud, dove l’unica persona che ancora abita nel posto è un’anziana signora, che vede con tristezza tutta la demolizione intorno a lei e la morte dei suoi gatti per vecchiaia. Gatti per cui ha eretto tante piccole tombe. L’anziana non ha più nessuno e tutto sembra andare verso la morte. ma forse la morte non è triste come si pensa, riunisce con chi si è perso e tutto si rinnova e torna alla vita.

L’autore racconta che voleva realizzare un cortometraggio molto emotivo e ha curato molto i particolari delle espressioni del volto. Per realizzare la protagonista ha preso come modello sua madre, gli venne facile esprimere le emozioni tramite di lei e ha tentato di renderla il più somigliante possibile. Alla fine il personaggio guarda il pubblico, ma guarda anche la propria casa, che scomparirà mentre resteranno i gatti. Il vedere il proprio funerale officiato dai suoi amati gatti da alla protagonista la forza di andare avanti. Per lui era importante mostrare che anche se si muore da soli puoi essere confortato dalle relazioni che intessi. Che le cose non scompaiono, ma cambiano e bisogna cambiare con loro. Anche i suoni sono stati scelti per sottolineare l’ansia del vivere da soli e per la colonna sonora hanno usato strumenti musicali tradizionali che vengono usati solo durante i funerali.

Il settimo cortometraggio di cui si è discusso è stato “Bottle Cap” di Marie Hyon e Marco Spider per gli USA realizzato in CGI.

Il corto è ambientato in un’isola tropicale e racconta di un piccolo granchio senza la grande chela che contraddistingue la sua specie, cosa che rende la sua vita un continuo pericolo sia per l’impossibilità di cacciare che di difendersi. Finché un giorno non trova un tappo di bottiglia e la sua vita cambia, impara a usarlo al posto della chela sia per difendersi dai gabbiani che per scavare. Il piccolo granchio adora il suo tappo ma, allontanandosi dalla spiaggia, la camera rivela che l’isola è adesso piena di rifiuti trasportati dal mare.

Un cortometraggio decisamente divertente che sembra essere il promo di una serie, e intatti lo è.

Gli autori lavorano insieme da vent’anni e questo progetto è nato dopo il loro incontro con Paul Bush, che è molto coinvolto nella salvaguardia degli oceani e avendo da scegliere tra imbarcarsi con lui o fare un corto sull’argomento hanno fatto questo corto su un granchio che scopre un oggetto sconosciuto. Un personaggio carino come se fosse stato fatto dalla Pixar che serve da cavallo di troia per il messaggio importante. Stanno facendo una serie animata con il granchio, che si chiama Watson e sarà l’eroe che partirà all’avventura insieme a due compagni scoprendo varie devastazioni nelle isole.

Parlando delle ispirazioni citano gli immortali documentari di Jacques Cousteau e “Bambi”, il film che gli cambiò per sempre il modo di vedere la natura e gli umani. Guardando alla loro esperienza nell’animazione dei videogame gli viene chiesto come l’uso di Epic Game abbia influenzato questo lavoro. Rispondono che sono molto interessati anche loro a vedere come l’utilizzo del rendering in real time influenzerà la realizzazione di una serie animata.

Questa è stata l’ultima intervista dell’ultimo gruppo di corti in concorsi. In realtà subito dopo sarebbe iniziato l’incontro con gli autori dei corti Off-Limits, ma purtroppo chi scrive non era riuscito a andare a vederli e sarebbe stato deprimente sentire discorsi su corti che non si conoscono.

Questo è stata la selezione dei corti di Annecy 2022. piccole gemme d’animazione che danno forti emozioni a vederle e che stanno girando per festival di tutto il mondo anche in questo momento. Chi scrive augura a chi legge di riuscire a vederli, magari nella magia di una sala cinematografica.

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