6 Agosto 2022 18:25

Annecy 2022, Cortometraggi in concorso parte 3

Proseguono gli articoli dedicati ai cortometraggi in concorso al festival di Annecy 2022. Durante la colazione dei corti di giovedì 16 giugno gli autori dei cortometraggi del terzo programma hanno raccontato le storie dietro le loro storie.

Il primo cortometraggio del terzo gruppo era Les Liaisons foireuses” di Violette Delvoye e Chloé Alliez, un bel cortometraggio in stop motion del Belgio dove i personaggi sono stati fatti usando degli interruttori della luce di varie forme e colori per fare i volti e delle prese elettriche per fare il corpo. Il corto veniva presentato a Annecy poco dopo aver vinto il premio del pubblico al festival di Reins, città dove le due autrici vivono.

Il cortometraggio è ambientato nei primi anni duemila, in una casa dove degli studenti delle medie stanno avendo una festa. Protagoniste sono due amiche, una innamorata persa di un ragazzo e l’altra che è finalmente riuscita a organizzare tutto per poterla aiutare a mettersi insieme a lui. Con incoraggiamenti vari, scherzi e scene tipiche di una festa delle medie la ragazza e il ragazzo si baciano davanti a tutti al gioco della bottiglia, ma lei non sembra essere felice e l’amica la raggiunge in privato per farsi spiegare cosa non va, scoprendo qualcosa che probabilmente già aveva capito.

La storia è basata su un’esperienza reale vissuta da Chloè Alliez da ragazzina e il cortometraggio doveva essere una commedia. Finché alla realizzazione non si è unita Violette Delvoye, che sentita la storia se ne innamorò e la convinse a darle un tono più reale e sensibile. La domanda inevitabile è stato perché abbiano usato gli interruttori e le prese per fare i personaggi, la risposta è che semplicemente la Alliez ama gli interruttori, già da studentessa aveva fatto un cortometraggio usandoli come volti e insieme a Violette hanno trovato quelli dalle forme più particolari divertendosi a immaginarsi la personalità dei personaggi in base a questa.

Per rendere tutto più autentico hanno fatto un casting per le voci registrando adolescenti non professionisti nel doppiaggio cercandoli in una scuola media dove insegnavano dei loro amici. Gli hanno chiesto di parlare tra di loro come se fossero a una festa e hanno lavorato su quell’unica registrazione che, fortunatamente, erano riuscite a fare prima che la pandemia chiudesse le scuole. Hanno fatto un grande sforzo nel riprodurre l’atmosfera dei primi anni zero usando verde e viola fosforescente in quantità. Per la musica volevano usare quella di una cantante iconica nel Belgio di quegli anni, ma hanno scoperto che questa era scomparsa e nessuno sa dove sia finita e come richiedere i diritti. Così hanno fatto comporre la musica seguendo quello stile.

Un cortometraggio davvero potente e delicato che non si può che amare e che riesce a rendere estremamente umani e reali personaggi realizzati con oggetti. Nel padiglione del Belgio al MIFA era esposto un diorama con i personaggi e le scenografie nel ricreare un momento del corto. Pubblichiamo qui la foto di questa ricostruzione.

Il secondo cortometraggio di cui si era discusso è statoTerra incognita” di Pernille Kjaere e Adrian Dexter, dalla Danimarca e realizzato a disegni animati.

La storia parla di un mondo mitologico in cui, dopo aver creato il mondo, gli dei se ne disinteressarono lasciando a un saggio gigante il compito di amministrarlo. Dopo secoli il gigante decidette di creare un’isola dove poter creare e istruire degli esseri che portassero la sua saggezza agli umani, esseri immortali dall’aspetto di anziani. Ma poco dopo averlo fatto e aver iniziato a trasmettergli la sua conoscenza, il gigante si soffocò per fare uno scherzo ai figli, che dovettero passare l’eternità senza la minima coscienza di se e senza alcuna conoscenza utile a sopravvivere al di fuori della propria isola, in un clima perpetuo di pace e ignoranza, venendo riscoperti più volte dagli altri umani nel corso dei millenni, senza essere mai ritenuti importanti e senza desiderio di andarsene.

Un cortometraggio visivamente impressionante diviso in capitoli che aiutano a mostrare lo scorrere del tempo. Dura oltre venti minuti, ma sarebbe dovuto durare ancora di più. La collaborazione tra i due autori è avvenuta completamente in remoto e il film è stato realizzato completamente in digitale. Lo stile è volutamente nostalgico e ispirato all’animazione degli anni’60 e ‘70, in particolare al film Yellow Submarine e a quelli realizzati da René Laloux. Per poter realizzare il corto ha dovuto usufruire di fondi francesi, perché la Danimarca, nonostante abbia una buona produzione di cinema d’animazione, non da fondi per fare cortometraggi. Per realizzarlo ha partecipato a una residenza d’artista, che doveva durare un mese, ma a causa del covid si trovò bloccato in Francia per tre mesi. Uno degli aspetti che ha curato molto del cortometraggio è stata la musica. Lui è un musicista e realizzarla è stato un lavoro di gruppo fatto con tanti amici e molta sperimentazione. Cosa ne sarà dei suoi personaggi dopo la fine della storia non ne ha idea, pensa che l’eternità, in realtà, non sia altro che un nulla.

Sfortunatamente non erano presenti alla colazione Amanda Forbis e Wendy Tilbye autrici di The Flying Sailor”, cortometraggio a disegni animati del Canada mandato come terzo cortometraggio del terzo gruppo di corti. Probabilmente non erano potute venire a causa di un impegno, perché chi scrive è abbastanza sicuro che fossero presenti il giorno prima, durante la proiezione nella Grande Sale. Il cortometraggio raccontava di una giornata qualunque in un porto d’inizio novecento, finché l’esplosione di una nave non cambia tutto, incendiando il porto, distruggendo con l’onda d’urto

i suoi paraggi e facendo volare via un marinaio, che atterra a diversi chilometri sano e salvo. Il cortometraggio è ispirato a un fatto accaduto veramente ed è dedicato al fortunato marinaio, unico sopravvissuto dell’esplosione e al volo conseguente. Lo stile di disegno mostra il protagonista bloccato in un’unica espressione, rigida e confusa, ma la sensazione di stranimento data dal suo corpo che vola nello spazio e il continuo cambio di prospettiva rendono questo cortometraggio muto una meraviglia per animazione e regia. È stato un peccato non poter sentire i racconti delle autrici.

Si è proseguito con il cortometraggio Pachyderme” di Stéphanie Clément per la Francia. Un cortometraggio a disegni animati che inizialmente sembra leggero, prosegue con un crescente senso di inquietudine e finisce con il dare un pugno allo stomaco del pubblico.

La storia viene raccontata da una voce narrante femminile, che ricorda di un’estate passata in vacanza nella casa dei nonni. Posto incantevole vicino a un lago dove il nonno faceva di continuo lavoretti di manutenzione e accompagnava la nipotina in giro. Una casa vecchia e enorme con strani rumori e strani oggetti, come l’immenso corno di un pachiderma preistorico esposto nel corridoio tra la stanza dei nonni e la camera della nipote. Il racconto della voce narrante si sofferma sempre di più sul senso di inquietudine e oppressione della bambina insieme al nonno. Sia al lago, dove sembra voler evitare gli altri, che di notte nella camera sconosciuta. Fino al punto in cui si capisce che lei ha ragione ad aver paura di quello che può farle il nonno.

L’autrice racconta di aver realizzato il cortometraggio seguendo la sceneggiatura scritta da Marc Rius il produttore e autore del corto con cui lei ha discusso della storia e messo l’arte. Lui è stato suo professore d’animazione e l’ha chiamata a collaborare perché cercava qualcuno in grado di parlare di temi delicati senza mostrare direttamente la violenza, ma tramite l’atmosfera. Lei già da studentessa aveva affrontato il tema della violenza coniugale in un corto dove usava la danza di una coppia sempre più violenta come metafora. All’epoca i suoi professori la incoraggiarono a continuare su questo tema, così realizzò il suo cortometraggio di diploma Dans l’Ombre sulla violenza tra un adulto e un bambino. Lei lavora mettendo una grande cura nella realizzazione dello storyboard, dove studia le scene per creare più tensione possibile e mettere metafore nei punti giusti. Il corto da il punto di vista di una bambina, ma raccontato da questa diventata un’adulta che deve scegliere tra il ricordo di un’infanzia ideale o accettare il suo vero ricordo. Nel cortometraggio si vede il nonno in volto, ma mai la nonna, questa era una scelta presa fin dall’inizio per far capire che la bimba è da sola contro di lui. La scena della bambina che fa il bagno nel lago e sembra annegarci è ispirata al celebre dipinto di John Everett Millais su Ophelia, non è una citazione fine a se stessa ma serve a indicare il desiderio di dimenticare e l’incertezza tra l’essere viva o l’essere morta. L’immagine ha preceduto e ispirato l’intero corto.

Quarto cortometraggio di cui si è discusso è stato Yugo” di Carlos Gomez Salamanca, dalla Colombia. Un cortometraggio realizzato usando una preziosa tecnica in cui veniva animata la sabbia metallica ricavata da antiche ferraglie industriali più inserti in stop motion.

La storia racconta tramite una voce narrante e delle immagini di repertorio la vita dei genitori dell’autore del corto, che nel secolo scorso lasciarono la campagna per andare a vivere nelle città. È un vero ritratto realista della storia sociale del paese e di come l’immigrazione interna nel sud America sia stata sfruttata senza pietà per far crescere il paese tramite un’industrializzazione selvaggia che ha portato inquinamento e tumori che stanno ancora causando la morte di molti.

L’autore racconta come il suo intento fin dall’inizio fosse quello di realizzare un cortometraggio che denunciasse la politica di sfruttamento delle persone e della natura attraverso la storia dei suoi genitori. Il film è stato realizzato in Francia, ma ha fatto una grande ricerca in Colombia per trovare materiali, testimonianze e documenti. Oltre a cercare e trovare qualcuno per recitare nel suo corto e fare la voce narrante. Fortunatamente ha trovato un attore non professionista che fa un lavoro pesante in una fabbrica e ha aiutato enormemente la realizzazione del corto dandogli lo spirito giusto.

Per l’autore la coerenza tra la tecnica e la storia era fondamentale e hanno lavorato utilizzando materiali industriali trovati e usando la polvere metallica recuperata nelle fabbriche in Colombia, triturata e lavorata con un macchinario inventato apposta per renderla nera o lucida. L’effetto aumenta il valore documentaristico. La parte finale nell’ospedale è stata fatta in stop motion con pupazzi di dimensione reale e macchinari veri perché serviva un’immagine forte e i pupazzi erano perfetti allo scopo. Il tema del cortometraggio è un soggetto difficile che va oltre il confine della Colombia e si ripete uguale in tanti paesi del mondo. Si fa notare che di solito i corti fatti con la sabbia sono astratti mentre questo è realistico a livelli documentaristici. L’autore racconta che hanno usato la fotogrammetria e altre tecniche per riprodurre con la sabbia gli ambienti e le prospettive partendo da foto e filmati d’epoca. Al MIFA il padiglione della Colombia esponeva un fotogramma del corto realizzato con sabbia nera e lucida che pubblichiamo quì, una cosa sorprendente da vedere dal vivo.

Il quinto cortometraggio di cui si è discusso è stato The Debutante” di Elizabeth Hobbs per l’Inghilterra. Un cortometraggio animato disegnato con un tratto elegante a inchiostro e con inserti di collage e colorato con pittura.

La storia è ambientata negli anni venti del novecento e viene raccontata da una donna che ricorda di quanto da ragazza detestasse gli avvenimenti mondani a cui la madre la obbligava a partecipare in quanto debuttante. Le piaceva di più andare allo zoo e parlare con una sua amica iena, che vedendola così seccata le propone di andare al suo posto e, indossata la pelle di una delle domestiche, fare tanto scandalo da farla scacciare per sempre da quegli eventi. Un cortometraggio surreale, intriso di umorismo nero e violenza stranamente giocosa e sberleffi verso l’alta società che è un piacere da guardare.

L’autrice racconta che il corto è un adattamento animato di uno dei racconti di Leonora Carrington, artista e scrittrice che lei ammira molto e che scrisse questo racconto in una sua autobiografia surrealista assurda e selvaggia scritta negli anni trenta dallo stesso titolo. Un libro scritto in francese, ma da un’autrice inglese che per scriverlo ha usato uno stile sintetico che non suonava davvero francese. La produzione del cortometraggio è andata avanti senza che ci fosse uno storyboard, lei non li usa preferendo fare le cose seguendo la passione e insegna a fare lo stesso ai suoi allievi a scuola. Per ricreare lo spirito degli anni ‘30 ha usato come riferimento i film dell’epoca. Per trovare le tre voci del suo film ha avuto la fortuna che i genitori fossero vicini di casa con l’attrice che lei aveva pensato fosse perfetta per il ruolo principale e hanno potuto chiederle se volesse partecipare, mentre le altre due erano amiche di amiche. Le viene chiesto se questo possa essere visto come un cortometraggio femminista. La risposta è “Assolutamente si”. Sia per suo volontà che per essere tratto da un racconto di un’attivista dei diritti delle donne che ha sempre lottato contro le costrizioni sociali.

Sesto e ultimo cortometraggio di cui si discusse è stato Scale” di Joseph Pierce per la Francia realizzato usando il rotoscopio.

Il cortometraggio racconta di un uomo che sta scrivendo un romanzo e per farlo inizia a fare un uso sempre maggiore di morfina, cosa che gli fa perdere la capacità di capire la differenza di dimensione e ha portato la moglie a lasciarlo e allontanarlo dalla figlia. La storia viene raccontata a ritroso, partendo con lui dalla vita già rovinata e mostrando i suoi tentativi iniziali di capire e studiare nel dettaglio gli effetti della droga su di lui fino al suo perdere il controllo e diventarne schiavo, ma sempre con la convinzione di farlo per scrivere un romanzo di svolta.

L’autore racconta che la storia è tratta da un libro davvero strano che aveva letto da ragazzo su consiglio del fratello, non è un romanzo famoso, ma pensa che questo sia un vantaggio e lui ha sempre immaginato fosse perfetto da realizzare a rotoscopio. Nel fare la storia ha tolto molti elementi per focalizzare l’attenzione sul rapporto tra il protagonista e la famiglia che perde per le sue ossessioni. Per l’autore era molto importante mostrare come qualcuno si possa rovinare e perdere tutto per le sue ossessioni e che il libro che riusciva a pubblicare alla fine fosse oscuro e per nulla importante. Facendo tutte le modifiche alla storia ha voluto incontrare l’autore del romanzo per raccontargli cosa volesse fare e mostrargli il lavoro già fatto, visto tutto questo gli ha fatto i complimenti per cosa stesse riuscendo a realizzare a partire dal suo romanzo.

La realizzazione del corto ha preso cinque anni e per lui è stato un grande cambiamento rispetto a tutti i suoi lavori precedenti. Era un progetto ambizioso e per la prima volta ha lavorato con degli aiutanti che ha dovuto imparare a coordinare, usato il colore e sperimentato molte cose che non aveva fatto in precedenza. È stata una grande fatica portata avanti grazie ai finanziamenti di vari paesi europei, ma è finita. Pensa di avere esaurito tutto, ma se ne avesse la possibilità lo farebbe diventare un lungometraggio aggiungendo parti alla storia.

Questi sono stati i cortometraggi in concorso del terzo programma di Annecy. Stanno facendo incetta di premi intorno al mondo, alcuni di questi sono stati davvero meravigliosi da vedere e tutti sono interessanti. Tanto che si spera in un futuro dove sia possibile vedere i cortometraggi in proprio senza difficoltà.

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