10 Luglio 2022 16:06

7 Cortometraggi animati per i diplomati di CSC Piemonte

A pochi mesi dalla precedente cerimonia di diploma dei ragazzi del triennio 2018-2020, il Cinema Massimo ha ospitato l’8 Giugno i cortometraggi dei successivi diplomandi.
Monica Cipriani, la direttrice generale del CSC di Torino, ha conferito il diploma a 7 gruppi di allievi, autori ora professionisti che hanno trascorso gli ultimi tre anni a studiare forme e linguaggi dell’animazione. L’ultimo anno del corso previsto da CSC non è sui banchi di scuola ma in mezzo agli strumenti del mestiere per mettere in pratica tecniche, procedure e nozioni imparate negli anni precedenti. L’obiettivo: creare un cortometraggio animato.

Vi è un filo conduttore tra i cortometraggi proiettati sul grande schermo: la libertà, sia essa positiva o capace di trasformare l’uomo in una bestia, e la volontà di lasciar andare ciò che ci trattiene, andare avanti senza voltarsi indietro.
Il primo cortometraggio mostrato al pubblico è stato Fly High di Giuseppina Fais, Lorenzo Pappa Monteforte, Kevin Rosso e Yagiz Tungeli.
In una metropoli affaccendata a ripetere lo stesso trantran quotidiano, tra caffè e telefonate, dove anche chi tocca il cielo con un dito è rinchiuso da spesse vetrate e muri di cemento, un uomo in giacca e cravatta vola sulle teste di tutti gli abitanti. Immediatamente è l’argomento del momento, tv, telefoni, microfoni rivolti verso le nubi.

Il modo in cui i quattro artisti hanno voluto rappresentare i personaggi è interessante: corpi squadrati, come fossero pixel su uno schermo, e grandi braccia che potrebbero davvero permettere loro di prendere il volo, ma nessuno prova ad imitare l’uomo volante, il quale si rivela pure essere una meteora, un sogno destinato a sfumare lontano dagli occhi di tutti.
Le scelte registiche sono molto mature, il punto di vista permette allo spettatore di essere sia uno spettatore super partes che un cittadino rapito dalla meraviglia. Con il pretesto si vede uno spaccato della società che sogna nel suo piccolo ma nella sua mediocrità non riesce ad alzarsi da terra.

Si tratta di una forte presa di posizione e può essere vista come una risposta alla condizione sociale da cui il mondo intero sta cercando di uscire: rispetto il passato in un momento in cui corpo e anima sono stati intrappolati per ore, giorni, mesi all’interno di quattro mura, senza che lo spirito potesse respirare aria di liberazione.

Accostabile è “Graziano e la giraffa” un titolo che nasconde un corto molto crudo. Realizzato da Fabio Orlando e Tommaso Zerbi in animazione digitale 2D, rappresenta l’uomo e l’animale come misto tra addomesticazione e istinti primordiali, dove l’ “animalità” prende il sopravvento: gli elettrodomestici di una claustrofobica casa diventano la fauna di un mondo selvaggio in cui anche l’uomo, come loro, regredisce al suo antenato cacciatore. È un corto con una costruzione particolare che gioca sul dualismo tra natura e cultura, passato e presente, con una narrazione che da comica e surreale degenera a tremendamente drammatica.
Lo stile rispecchia molto l’andamento drammatico, dapprima deforme e caricaturale, che presto diventa ingombrante e pervadente.

Animato e ideato da un solo autore, Leo Černic, “Pentola”, prosegue l’inno di libertà. Stretto in una convivenza forzata, il protagonista fugge in un mondo surreale in cui è libero di amare e vivere senza veli: un atto folle, quasi da supereroe. Lo stile grafico che rimanda a concetti tradizionalisti sfonda la parete della scoperta del sé catapultando il personaggio in un mondo onirico in cui può essere sé stesso. La grande enfasi che il tratto pone sulla composizione dell’immagine fa si che Pentola sia un personaggio che non spicca sugli sfondi e finisce per essere integrato nel mondo in cui vorrebbe vivere. La fusione è tale che l’ambiente, quasi fosse il suo pensiero che prende forma, reagisce ai suoi stati euforici: ritmo e sfrenatezza decollano per accogliere Pentola in un breve attimo di felicità.

A seguire viene mostrato “Raices” di Maddalena Brozzi, Laura Cagnoni e Sara moschini: la perdita di una persona amata sconvolge la protagonista che, in una casa fredda fuori dal tempo, astrae la sua mente alla ricerca della catarsi, che trova grazie alle piante. Alle peonie.
Interessantissimo come l’uso del colore ricorra nel corto: bianchi, gialli pallidi e blu desaturati sono le tinte che contraddistinguono gli ambienti: freddi, gelidi e silenti; d’altro canto l’arancione e il verde sono i tratti delle persone, colori più caldi ma madidi di luce candida che raffredda e congela. La mente della protagonista è invece abitata da movimenti fluidi e liberi, inquadrature che cercano di dare un senso al dolore fino a scavare sin alle radici. Dominano i colori primari, dove tutto è contrasto su sfondo nero: nel dolore la mente è polarizzata e la ragazza, creatura quasi marina che nuota in un mare di steli e rappresentazioni dei suoi sentimenti, cerca di connettersi con sé e con i distaccati familiari.

Superfunny Button“, invece, come “Graziano e la giraffa” ha come ambiente quello della casa, ma come “Pentola” evade per rivelare mondi fantastici di libertà e puro istinto. Elena Panetta e Valerio Sorcinelli mostrano una ragazza chiusa in casa mentre fuori imperversa una violenta invasione aliena. Annoiata di guardare video sui gattini per ore e giorni, apre il frigo: un pulsante la conduce ad un mondo felino in cui potersi sfogare fino a divenire grottescamente violenta.
Lo stile dolce e semplice, ispirato ai tormentoni del web e al design della nuova Cartoon Network, permette allo spettatore di distaccarsi dalle scene più grottesche con simpatia e senza prenderle sul serio. Tuttavia a fine corto è lecito avere dubbi sulla reale innocenza burlona della storia. “Superfunnny Button” si ripromette di essere divertente ma anch’esso cela una forte critica: accentuando le espressività del personaggio e creando una storia ilare e character driven, distoglie per un attimo dalla situazione in cui versa la protagonista, chiusa in casa mentre fuori vi è terra bruciata.

E a proposito di terra bruciata, giunge “Vulcano” di Margherita Abruzzi, Serena Miraglia, Giada Rizzi e Lara Zizzi. Ambientato sul Monte Olimpo, il giovane Vulcano soffre per il suo stato di reclusione causato dagli ideali della madre. Il giovane vuole riscattarsi agli occhi della dea, ma ha bisogno di Ermes, un messaggero poco serio e altrettanto poco affidabile.
Il corto, ispirato al 2D Disneyano, utilizza i due protagonisti come coppia comica con la quale restituire continuamente scene ilari e gag: Ermes è scavezzacollo e avventato mentre Vulcano responsabile e attento. Oltre alle scenette comiche, rafforzate dalla mano calcata sul character acting e sulle espressioni dei personaggi estremamente comunicanti, vi è un grande messaggio sullo scontro generazionale, sul rapporto tra contemporaneità e tradizione e la necessità di dover lasciare andare l’eredità comportamentale di chi venne prima di noi: uomini e donne molto saggi, è vero, ma la cui visione del mondo non è forse quella più giusta.

Un ultimo corto che si distanzia dai precedenti è, infine, “La mossa del capello”, per mano di Giuseppe Lo Verso e Andrea Pavone. È una storia ispirata ad un racconto di Camilleri e che si rifà alla nota serie televisiva, sebbene il finale possa apparire inaspettato per gli amanti del personaggio. Nel corto spicca il design caricaturale dei personaggi principali, in primis il noto Commissario, per passare poi ad un uso binario della color palette. Interessante notare come anche in questo caso la linea comica iniziale sfuma verso un finale buffo se letto con gli occhi dell’appassionato dell’autore siculo, ma d’altro canto tristemente drammatico.
Ancora una volta è una storia che viene del cuore di uno degli autori, che ha voluto omaggiare il compianto scrittore suo concittadino. Un piccolo gioiello che fa dell’ispirazione la più grande forma d’amore.

Terminata la rassegna si possono tirare le fila tematiche dei corti. Opere professionali che rappresentano magistralmente i sentimenti dei ragazzi, reduci da un periodo pandemico di confinamento che, sommato allo stress con cui la società odierna li ripaga, il senso di inadeguatezza e l’impossibilità di espressione, ha fatto nascere in loro una maggiore volontà di comunicare il proprio stato d’animo e le proprie passioni. I diplomandi l’hanno fatto con i mezzi dell’animazione, affidando ad essa storie personali in cui riversare un’immensa mole di talento artistico e autoriale. È tanta e palese la voglia di scoprire ed esplorare il medium raccontando loro stessi e le proprie esperienze.
Sicuramente questi corti mostrano la loro maturità in quanto professionisti del settore, in grado di partire da un’idea fino a creare un contenuto che li rispecchi e che sentano vicino, venendo a patti con le difficoltà della produzione e del lavoro di gruppo, aggravata da una condizione sanitaria che non ha lesinato salti, dossi e voragini lungo il percorso.

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