Ce l’ha fatta. 80 anni di ininterrotto successo (nonostante il blocco alla realizzazione di nuove storie da parte di chi ne gestisce i diritti di autore) per il giovanissimo Tintin, conditi, in questo 2009, non solo dai numerosi festeggiamenti per la veneranda età raggiunta, ma anche dal film in preparazione diretto da Spielberg, che lo porterà nell’Olimpo di Holywood, e dal Museo, faraonico, realizzato da uno dei più famosi architetti francesi, dedicato al suo creatore Hergé. Ottanta anni che hanno procurato anche, inevitabilmente, invidie, polemiche e accuse (più o meno motivate) di vario genere, a partire dal primo
dopoguerra, accompagnandone costantemente il sempre crescente successo mondiale (la parziale ignoranza del pubblico italiano, invece, ha le sue specifiche motivazioni storiche) e la sua maturazione. Così come non manca la regolare e periodica uscita di sciocchezze su di lui, il cui solo scopo evidente appare quello di cavalcare l’enorme popolarità del personaggio. Oggi sui giornali generalisti troverete naturalmente citati i milioni di milioni di euro che la serie di 24 avventure, di cui una incompiuta (e l’infinità di prodotti collaterali), ha prodotto (e continua a produrre). Ma qui su afNews mi posso permettere di non considerare i soldi che la serie produce e mettere in evidenza, invece, il valore letterario, che è decisamente maggiore. Quando nel 1929 quel volpone dell’Abate Wallez convinse il ventiduenne Georges Remi (in arte Hergé) a trasformare il suo precedente personaggio creato per i boy scout, Totor, in un giornalista appena adolescente (per facilitare
l’immedesimazione dei giovanissimi lettori de Le Petit Vingtiéme, che lo avrebbero conosciuto in partenza per la sua prima avventura il 10 gennaio dello stesso anno), Tintin, mai si sarebbe potuto immaginare che quella sarebbe diventata un’opera letteraria di portata mondiale. Già l’apprezzamento crescente delle sue storie ha lasciato perplesso e incredulo Hergé per anni. Eppure è andata così. Di come quest’opera avesse uno spessore inimmaginabile mi sono reso conto personalmente (pur essendo considerato, nel mio
piccolo, un "esperto di Hergé e Tintin"), quando ho affrontato la nuova traduzione di alcuni albi della serie. Frase per frase, vignetta per vignetta, un mare di cose su cose, riferimenti letterari storici culturali antropologici, elementi grafici e narrativi, collegamenti incrociati, particolarità linguistiche persino in quel che a prima vista poteva sembrare una banale trovata umoristica, tutto e di più veniva alla luce man mano che passavo da una pagina all’altra, pagine che avevo già letto, per puro piacere personale, un mare di volte. E chissà quanto
altro ancora mi è sfuggito e salterà fuori nei miei prossimi passaggi su quelle storie. Una invidiabile, straripante quantità di saggi sul suo lavoro (tanto da far dire che nemmeno su Disney è stato scritto altrettanto) è stata riversata nelle librerie e nelle Università, da illustri professori ed eminenti studiosi (non solo della francofonia) che ne hanno esaminato (e non hanno certo finito di farlo) persino singole vignette, singole frasi, singole parole e immagini, con un lavoro certosino che trova confronto solo
nelle dotte analisi che vengono normalmente fatte sui capolavori della letteratura mondiale come la Divina Commedia. Il tutto condito da un successo apparentemente senza fine, che vede le avventure di Tintin tramandate di generazione in generazione, senza interruzione, lette, nella francofonia (e non solo) più di quanto Pinocchio lo sia da noi. Successo mondiale, culturale e popolare insieme, di un’opera per bambini. E a fumetti, per giunta!
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