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Le rubriche di afNews.info

Prima Mostra Internazionale del Libro per Ragazzi e del Fumetto: ottobre 1950!

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Già. Questa è la data della Mostra Internazionale che dà il titolo a questo post. E il luogo fu il Tribunale di Milano. Questo e molto altro potete scoprire grazie a Luca Boschi facendo click qui.

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Tintin alla prima mostra internazionale del libro per ragazzi e del fumetto, Tribunale di Milano, in un filmato della Settimana Incom del 2 novembre 1950.

 

Post pubblicato 11 ore fa alle 17:53, lunedì 22 dicembre 2014.
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Da Braccio di ferro a Provolino

dabracciodiferroaprovolinoSalvatore Giordano non dimentica. IL fumetto umoristico italiano gli è rimasto dentro. Così lo ha tirato fuori e ne ha fatto un libro. Per altri che, come lui, non dimenticano e non vogliono dimenticare.
Info su Retronika: click qui.

Post pubblicato 21 ore fa alle 8:30, lunedì 22 dicembre 2014.
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Lyon a fumetti in tre volumi

Screenshot 2014-12-14 17.11.36 Intanto è uscito il secondo, a raccontare, con meticolosità storica e classe fumettistica, i duemila anni dell’antica città francese situata a un tiro di schioppo dall’Italia1, piena di bei negozi fumettistici, scuole di fumetto ecc. Occhio che questi volumi non contengono quei fumetti noiosamente didattico-pedagogici cui eravamo abituati in Italia tanti anni fa: no, si tratta di storie, una serie di racconti autoconclusivi ambientati in vari periodi storici. A Lione, naturalmente.

Eccone la presentazione.

Potete procuravi i volumi facendo click qui.

 1 – A un tiro di schioppo se ci fossero l’alta velocità e, di conseguenza, degli orari decenti: da Torino ancora oggi (ormai solo con treni francesi), ci vogliono 4 ore per fare 300 kilometri… Con una linea moderna potrebbero bastare 100 minuti. Sigh… tutte quei bei negozietti di cose fumettose…

Post pubblicato 2 giorni fa alle 8:12, domenica 21 dicembre 2014.
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L’immagine mancante. La meraviglia di un film a pupazzi non animati.

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Viene distribuito in questo periodo nei cinema il film a pupazzi non animati ‘L’immagine mancante’. Una produzione franco/cambogiana del 2013 sceneggiata e diretta dal regista Rithy Panh.

Cos’è questo film a pupazzi non animati? Il tentativo estremo del regista di trovare un’immagine del suo paese durante il regime di Pol Pot. Non quelle della propaganda che il regime fece all’epoca, ma delle immagini dei campi di rieducazione com’erano in realtà, come li ha vissuti lui che dai nove ai tredici anni ci fu internato con tutta la famiglia.

Ma tra filmati di propaganda fatti per fare apparire tutto perfetto la realtà non si scorge che per pochi attimi e di tutto quello fatto in quel periodo sono rimasti solo rovine e cadaveri.

Delle mani iniziano a scolpire e dipingere la statuetta di un uomo in camicia sorridente. “Quest’uomo è mio padre” dice una voce narrante. Seguono la madre, i fratelli, le sorelle i parenti, la casa e tutto il quartiere com’era prima della “rivoluzione”. Un diorama che ricostruisce una vita felice dove si studiava e si stava insieme. Solo statuine ferme e riprese da varie angolazioni mentre la storia va avanti.0 L-Image-Manquante-Extrait-1-VOST_reference

I diorami si susseguono contrastando per la loro crudezza con le immagini dei filmati di propaganda dove si lavora sorridendo parlando di grandi sacrifici per un futuro collettivo migliore. Il regista ricrea scene che vide all’epoca e dice di “rivedere” spesso. Come la morte del padre, che non potendo sopportare la situazione decide di lasciarsi morire di fame annunciandolo chiaramente alla famiglia con una dignità incredibile. Seguono a questo la morte dei fratelli, delle sorelle e della madre. Per sopravvivere il bambino torna continuamente ai ricordi della sua infanzia. La missione Apollo gli permettono ancora di sognare volando con l’immaginazione oltre i campi dove viene mandato consentendogli di sopportare anche il lavoro in un ospedale da campo dove non guarisce nessuno.0 unveil-themissingpic-1080p5B23-55-0_zpsa18a5bf2

1 Limage_manquante_LGSi ripetono gli slogan del regime e in alcuni casi il regista commenta aspramente sia chi all’epoca in occidente aveva simpatie per i Khmer Rossi sia chi oggi sostiene che la mentalità buddista abbia fatto accettare la situazione a chi la subiva. Ma come puoi ribellarti quando ti tolgono tutto e vivi nella fame?0 l'im untitled

Un film stupefacente. Il regista non parla della sua fuga dalla Cambogia in Thailandia e Francia. Ma racconta di aver tentato di dimenticare il suo paese, la lingua, la cultura. Ma alla fine i ricordi della sua infanzia felice tornavano, non lo abbandonavano.

Parla anche delle ingiustizie che alimentarono l’adesione ai Khmer rossi prima della “rivoluzione” e di quanto i bombardamenti fatti dai paesi occidentali abbiano spinto molti cambogiani a sostenere Pol Pot.1 HTFile

Presentato nel concorso documentari internazionali al Torino Film Festival 2013 è stato riproiettato anche nella 32° edizione del Torino Film Festival il 30 novembre 2014 nel ‘Cinema Classico’ (dove viene ancora proiettato), alla presenza del regista (chi scrive è molto addolorato di avere perso l’avvenimanto).

Se potete andate a vederlo.

 

Post pubblicato 2 giorni fa alle 20:54, sabato 20 dicembre 2014.
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Bruno Bozzetto: l’intervista!

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In questo disegno di Piero Tonin: da sinistra, Giuseppe Laganà, Maurizio Nichetti, Bruno Bozzetto e Guido Manuli al lavoro sulla sequenza del Bolero di Allegro non Troppo (1976).

 

L’intervista non verrà bloccata dagli hacker-terroristi! Ah, no! Eccoci in prima linea a dare una mano affinché L’Intervista a Bruno Bozzetto possa liberamente essere diffusa!

Ah, non c’è alcuna minaccia a questa intervista?… Oh, er… Meglio così. In tal caso eccola:


Intervista a Bruno Bozzetto di Ivan Manuppelli
con Illustrazioni di Piero Tonin

 
”Questa non è un’intervista ma l’enciclopedia della mia vita” 
Bruno Bozzetto

Ivan Manuppelli: Mario Verger, nell’articolo Il mondo di Bruno Bozzetto, sottolinea alcune diversità e analogie tra la sua opera e quella di Disney. Entrambi date quasi un taglio antropologico, orientando le vostre tematiche sugli esseri umani e sul loro modo di agire.
Però, se Disney rende i propri personaggi degli interpreti, facendone emergere vizi, sentimenti e virtù, Lei preferisce dirigerli dall’esterno, osservarli da lontano. E in questo modo riesce a darci un quadro più lucido e, se vogliamo, anche più spietato…

Bruno Bozzetto: Direi che forse la fai più complicata di quanto lo sia realmente (ride).
Vedi, tutto è funzionale: realizzi qualcosa solo quando sei effettivamente in grado di poterla realizzare. Se ho utilizzato un disegno semplice, pulito, molto grafico, lavorando molto di più sui contenuti, è perché non avevo i mezzi e le potenzialità per fare altrimenti.
I film di Walt Disney che vedevo da ragazzino avevano una ricchezza e delle animazioni inimitabili. Era impossibile cercare …

Potete leggere l’intervista completa facendo click qui.

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Da sinistra: il Sig. Bozzetto, il Sig. Rossi, il Sig. Tonin (foto di Stefano Guerrini).

 

Post pubblicato 3 giorni fa alle 8:53, sabato 20 dicembre 2014.
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Virna Lisi passed away

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Con quella bocca poteva dire quello che voleva … parafrasando il celebre slogan dello spot del dentifricio che le diede la popolarità su Carosello alla fine degli anni ’50, così si potrebbe ricordare oggi l’attrice Virna Lisi (nata Pieralisi) in occasione della sua scomparsa avvenuta ieri all’età di 78 anni dopo una breve malattia.

Nominata Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per meriti artistici, Virna Lisi è stata una delle artiste cinematografiche e televisive che meglio hanno saputo coniugare l’indubbia avvenenza estetica con un talento recitativo di altissimo livello, ed una delle pochissime ad utilizzare quasi sempre la propria voce anche nell’auto-doppiaggio per produzioni girate all’estero.

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Dignitosissima e autoironica nell’esprimere i turbamenti e l’imbarazzo dell’invecchiamento al femminile, alle prese con immutati desideri di seduzione e consapevolezza del tempo ormai fuggito, l’attrice ha saputo nella sua lunga carriera incarnare  mirabilmente personaggi disturbanti e cinici come la Caterina de’ Medici de ‘La regina Margot’ di Patrice Chérau, che le valse il premio come attrice non protagonista a Cannes nel ’94.

Donne forti e fragili insieme, contradditorie, spesso vittime della propria stessa bellezza e di un potere maschile su cui ricalcano le loro azioni anche a scapito degli affetti: a tutte loro Virna Lisi ha saputo dar voce, con eleganza e intensità immutate negli anni. 

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Immutate anche negli ultimi anni, quando la televisione nazionale le propose soprattutto parti di saggia ‘nonnina’ un po’ troppo incline all’ostentazione di quel pernicioso ‘occhio della madre’ di eisensteiniana memoria (e già efficacemente sbeffeggiato da Paolo Villaggio nel suo ‘Fantozzi‘) che spesso risultava sul piccolo schermo una sorta di parodia del suo sguardo ammaliatore – ma tanto congeniale allo stile ‘fotoromanzo’ della tv pubblica – anche perché spesso affiancata da partners recitativi non sempre all’altezza (per usare un eufemismo).

Grazie, signora Lisi, e che il viaggio Le sia lieve.

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Post pubblicato 4 giorni fa alle 10:22, venerdì 19 dicembre 2014.
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Chi è senza peccato…

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Un piccolo errore notato ne “il bastone di Pluraco”, pag. 19 dell’edizione italiana1. La cartina dell’europa con l’italia è quella dopo il trattato di Parigi del 1947. L’Italia uscita sconfitta dalla guerra restituiva alla Jugoslavia, Fiume, il territorio di Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, gran parte dell’Istria, del Carso triestino e goriziano, e l’alta valle dell’Isonzo.

1 – Ovviamente la cartina è la stessa dell’edizione originale – NdR

Post pubblicato 5 giorni fa alle 13:36, giovedì 18 dicembre 2014.
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Cos’hanno di male i capelli bianchi?

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Ricordano forse che s’invecchia? E allora? Si muore, pure, è nella natura delle cose, nel nostro universo. Ma non c’è nulla di riprovevole nei capelli bianchi, manifestano, se mai, la fortuna di aver potuto vivere a lungo. Tant’è che persino Pippo Baudo, a suo tempo, decise che, alla faccia dei presunti obblighi del mondo dello spettacolo (che stupidamente voleva tutti giovani e belli, magari per finta, ma giovani e belli), era ora di smettere di tingersi i capelli, che uno può sembrare bello e simpatico anche così, nature. Ma non tutti la pensano a questo modo, a giudicare dalla tinta artificiale che gli ha colorato la capigliatura in tutte le pagine della storia Topolino e il collezionista di stelle, di Artibani e Perina, su Topolino 3082. Buffo, eh? Tanto più che nell’editoriale interno, il Pippo nazionale sfoggia con ovvia naturalezza, nelle foto, la sua capigliatura canuta, così come in copertina.

Insomma, giovani lettori e lettrici, prendetela come un’occasione per riflettere sui capelli bianchi, dei vostri nonni, dei vostri genitori, degli esseri umani. E, se sarete fortunati, di voi stessi.

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Post pubblicato 5 giorni fa alle 12:33, giovedì 18 dicembre 2014.
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Just a little girl

“Vostre Maestà, illustri membri del comitato per il Nobel, cari fratelli e sorelle, oggi è un giorno di grande gioia per me, sono onorata che il comitato del Nobel mi abbia scelto per questo prezioso premio. Grazie a tutti per il vostro sostegno duraturo e per l’affetto. Sono grata per le lettere che ricevo da tutto il mondo. Leggere le vostre parole cordiali di incoraggiamento mi rafforza e mi ispira.

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Vorrei ringraziare i miei genitori per i loro amore incondizionato. Grazie a mio padre per non aver tarpato le mie ali e avermi lasciato volare. Grazie a mia madre per avermi insegnato a essere paziente e a dire sempre la verità – quello che crediamo essere il vero messaggio dell’Islam.

Sono molto orgogliosa di essere la prima pashtun, la prima pachistana e la prima giovane a ricevere questo premio. Sono abbastanza sicura di essere anche la prima vincitrice del Nobel che ancora litiga con suo fratello minore. Vorrei che ci fosse pace ovunque, ma io e i miei fratelli abbiamo ancora del lavoro da fare su quel fronte.

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Sono onorata anche di ricevere questo premio con Kailash Satyarti, che è stato un campione dei diritti dei bambini per parecchi anni. A dirla tutta, il doppio degli anni che ho io adesso. Sono grata del fatto che possiamo essere qui insieme e mostrare al mondo che un’indiana e un pachistano possono stare insieme in pace e lavorare insieme per i diritti dei bambini.

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Cari fratelli e sorelle, i miei genitori mi hanno dato il nome della “Giovanna d’Arco” pashtun, Malalai di Maiwand. La parola Malala vuol dire “colpita da un lutto”, “triste”, ma per aggiungere allegria al nome i miei genitori mi chiamano sempre “Malala, la ragazza più felice del mondo” e sono molto felice che insieme stiamo sostenendo una causa importante.

Questo premio non è solo per me. È per i bambini dimenticati che vogliono un’istruzione. È per i bambini spaventati che vogliono la pace. È per i bambini senza voce che vogliono il cambiamento. Sono qui per i loro diritti, per dare loro voce… Non è il momento di averne compassione. È il momento di agire, per fare in modo che sia l’ultima volta che a dei bambini è sottratta l’istruzione.

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Ho notato che le persone mi descrivono in molti modi. Alcuni mi chiamano la ragazza cui i talebani hanno sparato. Alcuni la ragazza che ha combattuto per i suoi diritti. Altri, ora, mi chiamano la premio Nobel. Per quanto ne so io, sono sono una persona impegnata e testarda che vuole che ciascun bambino abbia un’istruzione di qualità, che vuol pari diritti per le donne, che vuole la pace in ogni angolo del mondo.

L’istruzione è una delle benedizioni della vita – e una delle sue necessità. Me lo dice l’esperienza dei miei 17 anni di vita. A casa mia nella valle di Swat, nel nord del Pakistan, ho sempre amato la scuola e imparare cose nuove. Ricordo quando io e i miei amici ci decoravamo le mani con gli henna (decorazioni floreali, ndr) per le occasioni importanti. Invece di disegnare dei fiori e motivi geometrici, usavamo le formule matematiche e le equazioni.

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Avevamo sede di conoscenza perché il nostro futuro era lì, in classe. Ci sedevamo e studiavamo e imparavamo insieme. Adoravamo indossare i nostri grembiuli puliti e stare lì seduti con grandi sogni negli occhi. Volevamo rendere orgogliosi i nostri genitori e dimostrare che potevamo eccellere negli studi e ottenere cose che secondo alcuni solo i ragazzi possono fare.

Le cose sono cambiate. Quando avevo dieci anni Swat, un posto di bellezza e turismo, è diventato improvvisamente un luogo di terrore. Più di 400 scuole sono state distrutte. Alle ragazze è stato impedito di andare a scuola. Le donne sono state picchiate. Innocenti sono stati uccisi. Tutti abbiamo sofferto. I nostri bei sogni sono diventati incubi. L’istruzione da diritto e diventato crimine.

Ma quando il mondo è cambiato, anche le mie priorità sono cambiate. Avevo due opzioni. Stare zitta e aspettare di venire uccisa. O parlare e venire uccisa. Ho deciso di parlare. I terroristi hanno provato a fermarci e il 9 ottobre del 2012 hanno attaccato me e i miei amici. Ma i loro proiettili non potevano vincere. Siamo sopravvissuti. E da quel giorno le nostre voci si sono fatte più forti.

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Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie. Ho portato con me a Oslo alcune delle mie sorelle, che condividono la mia storia: amiche dal Pakistan, la Nigeria e la Siria. Le mie coraggiose sorelle Shazia e Kainat Riaz che quel giorno a Swat sono state colpite dai proiettili con me. Anche loro hanno attraversato un tragico trauma. E la mia sorella Kainat Somro dal Pakistan, che ha sofferto violenze estreme e abusi, fino all’uccisione di suo fratello, ma non ha ceduto.

E ci sono ragazze come me, che ho incontrato durante la campagna per il Fondo Malala, che oggi sono come sorelle per me: la mia coraggiosa sorella sedicenne Mezon, dalla Siria, che oggi vive in Giordania in un campo profughi e va di tenda in tenda per aiutare i bambini a studiare. E la mia sorella Amina, dal nord della Nigeria, dove Boko Haram minaccia e rapisce le ragazze, solo perché chiedono di andare a scuola.

Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola.

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La gente spesso mi chiede perché l’istruzione sia così importante per le ragazze. Rispondo sempre la stessa cosa. Dai primi due capitolo del Corano ho imparato la parola Iqra, che vuol dire “leggere”, e la parola nun wal-qalam, che vuol dire “con la penna”. Per questo, come ho detto lo scorso anno alle Nazioni Unite, «un bambino, un maestro, una penna e un libro possono cambiare il mondo».

Oggi in mezzo mondo vediamo rapidi progressi, modernizzazione e sviluppo. Ma ci sono paesi dove milioni di persone soffrono ancora dai vecchi problemi della fame, della povertà, delle ingiustizie, dei conflitti. In questo 2014 ci viene ricordato che è passato un secolo dalla prima guerra mondiale, ma ancora non abbiamo imparato la lezione che ci viene dalla morte di quei milioni di vite cent’anni fa.

Ci sono ancora guerre in cui centinaia di migliaia di innocenti perdono la vita. Molte famiglie sono diventate profughe in Siria, a Gaza, in Iraq. Ci sono ancora ragazze che non sono libere di andare a scuola nel nord della Nigeria. In Pakistan e in Afghanistan vediamo persone innocenti che muoiono in attacchi suicidi ed esplosioni di bombe. Molti bambini in Africa non hanno accesso all’istruzione per la povertà. Molti bambini in India e in Pakistan sono deprivati del loro diritto all’istruzione per tabù sociali, o perché sono stati costretti a lavorare o, le bambine, a sposarsi.

Una delle mie migliori amiche a scuola, della mia stessa età, è sempre stata una ragazza coraggiosa e fiduciosa: voleva diventare medico. Ma il suo sogno è rimasto un sogno. A 12 anni è stata costretta a sposarsi e ha avuto un figlio quando era lei stessa ancora una bambina, a quattordici anni. Sono sicura che sarebbe stata un ottimo medico. Ma non ha potuto diventarlo, perché è una ragazza.

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La sua storia è il motivo per cui devolvo i soldi del premio Nobel al Fondo Malala, per aiutare le ragazze di tutto il mondo ad avere un’istruzione di qualità e per fare appello ai leader ad aiutare le ragazze come me, Mezun e Amina. Il primo luogo dove andranno i soldi e il paese dove sta il mio cuore, il Pakistan, per costruire scuole, specialmente a Swat e Shangia.

Nel mio villaggio non c’è ancora una scuola superiore per ragazze. Voglio costruirne una, perché i miei amici possano avere un’istruzione – e con essa l’opportunità di raggiungere i loro sogni. Comincerò da lì, ma non mi fermerò lì. Continuerò questa battaglia finché ogni bambino non avrà una scuola. Mi sento più forte dopo l’attacco che ho subito, perché so che nessuno può fermarmi, fermarci, perché siamo milioni e siamo uniti.

Cari fratelli e sorelle, le grandi persone che hanno realizzato dei cambiamenti – come Martin Luther King e Nelson Mandela, Madre Teresa e Aung San Suu Kyi – un giorno hanno parlato da questo palco. Spero che anche i passi intrapresi da me e da Kailash Satyarti finora, e quelli che ancora intraprenderemo, possano realizzare un cambiamento, e un cambiamento duraturo.

La mia grande speranza è che questa sia l’ultima volta che dobbiamo combattere per l’istruzione dei bambini. Chiediamo a tutti di unirsi e sostenerci nella nostra battaglia, per poter risolvere questa situazione una volta per tutte. Come ho detto, abbiamo già fatto molti passi nella giusta direzione. Ora è il momento di fare un balzo in avanti.

Non serve dire ai leader quant’è importante l’istruzione: lo sanno già, i loro figli sono nelle migliori scuole. È ora di dirgli che devono agire, adesso. Chiediamo ai leader del mondo di unirsi e fare dell’istruzione la loro priorità numero uno.

Quindici anni fa i leader del mondo decisero di fissare dei traguardi globali, i Millennium Development Goals. Nei prima anni successivi abbiamo visto dei progressi. Il numero di bambini esclusi da scuola è stato dimezzato. Ma il mondo di concentrò solo sull’istruzione primaria, e i miglioramenti non toccarono tutti.

L’anno prossimo, nel 2015, rappresentati di tutti i paesi si vedranno alle Nazioni Unite per fissare dei nuovi traguardi, i Sustainable Development Goals. Sarà l’occasione per fissare le ambizioni della prossima generazione. I leader devono cogliere quest’opportunità per garantire un’istruzione primaria e superiore gratuità e di qualità a ciascun bambino. Alcuni dicono che sia poco fattibile, o troppo costoso, o troppo difficile. O persino impossibile. Ma è il momento che il mondo pensi in grande.

Cari fratelli e sorelle, il cosiddetto mondo degli adulti può anche capire queste obiezioni, noi bambini no. Perché nazioni che chiamiamo grandi sono così potenti nel provocare guerre, ma troppo deboli per la pace? Perché è così facile darci una pistola, ma così difficile darci un libro? Perché è così facile costruire un carrarmato, ma costruire una scuola è così difficile?

Viviamo nel mondo moderno, nel ventunesimo secolo, e crediamo che nulla è impossibile. Possiamo raggiungere la luna, forse a breve atterreremo su Marte. Per questo, in questo ventunesimo secolo, dobbiamo essere determinati a far realizzare il nostro sogno di un’istruzione di qualità. Realizziamo uguaglianza, giustizia e pace per tutti. Non solo i politici e i leader del mondo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Io. Voi. È nostro dovere.

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Dobbiamo metterci al lavoro, non aspettare. Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa, in tutto il mondo. Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi.

Che sia l’ultima volta che un bambino o una bambina spendono la loro infanzia in una fabbrica.
Che sia l’ultima volta che una bambina è costretta a sposarsi.
Che sia l’ultima volta che un bambino innocente muore in guerra.
Che sia l’ultima volta che una classe resta vuota.
Che sia l’ultima volta che a una bambina viene detto che l’istruzione è un crimine, non un diritto.
Che sia l’ultima volta che un bambino non può andare a scuola.

Diamo inizio a questa fine. Che finisca con noi. Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio ora. Grazie.”

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(Traduzione italiana del discorso di Malala Yousafzai, alla consegna del Premio Nobel per la Pace)

Post pubblicato 5 giorni fa alle 7:00, giovedì 18 dicembre 2014.
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