Simba (e Disney) sul confine: recensione “no spoiler” del nuovo “Re Leone”

Il vostro affezionato Gattaccio ha potuto (del tutto immeritatamente) assistere qualche giorno fa, grazie al cortese invito di Walt Disney Italia, alla proiezione in anteprima del remake (live action? CGI? Entrambi? Nessuno dei due?) di uno dei classici animati più celebri e amati della Casa del Topo: “Il Re Leone”, che uscirà nelle sale italiane domenica 21 agosto.

Qualche recensore, assai più scafato di me, ha già ravvisato in quest’operazione una conferma di quel “Cerchio della Vita” – per restare sulla “filosofia” dell’opera – per cui il cinema reinventerebbe all’infinito se stesso riprendendo le proprie idee, adattandole ai tempi e ai contesti nuovi, in un processo in cui, alla fine della fiera, “nulla si crea e niente si distrugge”, mantenendo così immutata l’essenza stessa del medium…

Ci sarà senz’altro del vero, in questa interpretazione.

Ma io qui sento (anche) parlare di “animazione”.
E l’Animazione, almeno per come la intendo io, non è, e non sarà mai, una semplice tecnica, né tantomeno un’umile ancella subordinata alle esigenze della narrazione filmica. Pertanto, l’occhio stanco e logorato del Gatto non si è soffermato più di tanto sui magnifici panorami stile “National Geographic” (detto come complimento, s’intenda bene) o sulla stupefacente resa fotorealistica degli animali protagonisti – tutte cose comunque già sperimentate nel remake de “Il Libro della Giungla” diretto dallo stesso regista – ma su ciò che l’animazione in quanto tale abbia dato (o eventualmente sottratto) all’opera nel suo complesso.

Urge una  breve quanto doverosa contestualizzazione.

“Il Re Leone” (The Lion King) risale al 1994, diretto da Roger Allers e Rob Minkoff, ed è considerato il 32.mo Classico nel canone ufficiale dei lungometraggi made in MouseLand. Pietra miliare del cosiddetto “Rinascimento Disney”, ebbe come produttore Don Hahn e come sceneggiatori Irene Mecchi, Jonathan Roberts e Linda Woolverton.

Con un incasso totale di oltre 968 milioni di dollari in tutto il mondo, realizzato in animazione tradizionale 2D con utilizzo di tecnologia 3D soprattutto in alcune sequenze panoramiche e “di massa”, il film portò a casa numerosi record al botteghino e si aggiudicò due Oscar: per la sontuosa colonna sonora griffata da Hans Zimmer e per la miglior canzone, “Can You feel the Love tonight?“, di Sir Elton John e Tim Rice. Un’opera talmente caratterizzata dai suoi “numeri” musicali non poteva che sbarcare successivamente a Broadway: dal suo debutto nel 1997, “Il Re Leone – Il Musical” ha a sua volta collezionato una caterva di premi e riconoscimenti, ed è tuttora presenza fissa nei cartelloni.

“Il Re Leone” fu anche il primo Classico Disney a non essere basato su un’opera preesistente – anche se celebri e accese furono le polemiche sulla sua presunta “discendenza” dal manga/anime “Kimba il Leone Bianco” del Maestro Tezuka) – e in numerose occasioni venne sottolineata l’ispirazione “shakespeariana” della sua trama.

Come già avvenuto per il precedente “Bambi”  (1942), gli animatori dei personaggi, che non dovevano essere resi in chiave antropomorfa ma rappresentati nel modo più realistico possibile, studiarono animali reali come riferimento, coinvolgendo anche Jim Fowler, celebre esperto di fauna selvatica. Le Terre del Branco furono modellate dopo una visita della troupe al Parco Nazionale del Kenya.

Numerosi espedienti ottici vennero escogitati per evitare il temuto “effetto documentario”, e l’afflato epico venne plasmato sui concept artwork di artisti sopraffini quali Hans Bacher, Charles Marion Russell, Frederic Remington e Maxfield Parrish. Cinque animatori e tecnici appositamente addestrati trascorsero più di due anni a creare la drammatica e fatale sequenza di due minuti e mezzo della fuga degli gnu, in cui Mufasa incontra il proprio destino e da cui ha inizio l’odissea di Simba. Altri contributi dell’animazione digitale furono gestiti tramite CAPS- Computer Animation Production System, soprattutto nella simulazione dei movimenti di macchina e per gli effetti di colorazione e Lightning.

Questo per quanto riguarda il “passato”.

In questo “nuovo” Re Leone cosa troviamo, appunto, di “nuovo”?

Le musiche sono ancora di Hans Zimmer –  che riprende con minime varianti i propri temi originali: squadra che vince non si cambia! – con la partecipazione di Cheryl Porter, interprete della canzone “Il Cerchio della Vita” (da noi, purtroppo, affidata a Ivana Spagna) e dell’idolo pop Beyoncé, la quale, oltre ad essere la voce “adulta” della leonessa Nala, ha regalato al film un suo nuovo pezzo, da lei stessa interpretato, “Spirit”. Le ugole italiane sono invece di Marco Mengoni (Simba), Elisa (Nala), Edoardo Leo (Timon), Stefano Fresi (Pumbaa), Luca Ward (Mufasa), Massimo Popolizio (Scar), Toni Garrani (Rafiki), i quali fanno il loro dovere senza infamia e senza lode.

Purtroppo, nemmeno onestissimi quanto rodati cantanti professionisti come gli stessi Mengoni ed Elisa riescono a far decollare numeri musicali che soffrono di un problema sostanziale: non basta cantare e muoversi a tempo, per fare il musical. So che asserire una cosa simile pare un’eresia di questi tempi, ma nell’iconica sequenza in cui Simba e Nala intonano la canzone premio Oscar, sia la “Black Queen” che il suo partner, Donald Glover, così come i due interpreti nostrani, riescono nell’impresa di far rimpiangere le rispettive versioni originali eccedendo in inutili acrobazie vocali che, lungi dal risultare emozionanti, riescono soltanto ad annacquare una magia che da sola “bastava a re e vagabondi per credere ancora nel domani.”

John Favreau, come accennato, aveva già diretto nel 2016 un altro remake Disney con animali protagonisti assoluti – “Il Libro della Giungla” – utilizzando le nuove tecnologie per raccontare la stessa storia “in modo contemporaneo e immersivo”.

“Immersività” – il mantra del Nuovo Millennio, cui ogni altra logica va implicitamente  subordinata.

Sul piano squisitamente tecnico, un vero successo, dato che il film si  è aggiudicato tra l’altro un Oscar per i Migliori effetti visivi, realizzati da Robert Legato, Adam Valdez, Andrew R. Jones e Dan Lemmon.

“È una storia davvero molto amata da tutti” – ha spiegato Favreau – Sapevo di dover essere molto prudente con questo progetto. Avevo una responsabilità enorme e temevo di fare un disastro. Volevo dimostrare a tutti che avremmo potuto rispettare il materiale di partenza, riuscendo allo stesso tempo a dargli vita utilizzando tecniche e tecnologie capaci di lasciare tutti a bocca aperta”.

Risultato effettivo? (secondo l’umile opinione del Gatto, beninteso!)

Per quanto riguarda la trama, direi che le (dis)avventure del cucciolo di leone Simba, scacciato dal regno di cui sarebbe sovrano di diritto dopo l’assassinio di re Mufasa, suo padre, da parte del viscido zio Scar – a cui qui viene attribuita in modo posticcio una presunta passionaccia” verso la vedova del fratello (i cattivi devono essere sempre frutto di amori frustrati?) – sono ormai talmente celebri da non abbisognare di ulteriori riassunti, anche perché in questa “nuova versione” (?) la trama ricalca paro paro quella dell’originale.

Le ambientazioni sono state progettate all’interno di un motore grafico: tecnologie all’avanguardia applicate alla realtà virtuale che hanno permesso al regista di camminare su un vero e proprio set virtuale, esplorare le location e preparare le inquadrature come se si trovasse realmente in Africa a filmare i suoi “attori”. Il direttore della fotografia Caleb Deschanel ha anche avuto l’opportunità di lavorare realmente sugli ingranaggi della macchina da presa e perfino di utilizzare un dolly.

Una volta che il film è stato creato all’interno della realtà virtuale, Favreau ha diretto le riprese durante il processo di animazione. Il team coinvolto comprende ancora una volta il pluripremiato supervisore VFX  Rob Legato, i premi Oscar Andrew R. Jones (Supervisore alla Animazioni), Adam Valdez  ed Elliot Newman. La compagnia di effetti visivi MPC Film è stata fondamentale nella creazione di ciascun personaggio e nella costruzione delle ambientazioni completamente in CG del film, nonché lavorando in stretta sinergia con i cineasti nello sviluppo delle tecnologie per la produzione virtuale. Il pluricandidato agli Oscar Caleb Deschanel è il direttore della fotografia, mentre James Chinlund è lo scenografo. Il premio Oscar Ben Grossman è il Virtual Production Supervisor, mentre Mark Livolsi e Adam Gerstel sono i montatori.

La domanda fatidica, che è rimbalzata sui social ben prima dell’uscita del film, è: si tratta di live action o di animazione? “È difficile da spiegare” – la replica di Favreau – “È come una magia. Stiamo reinventando il medium cinematografico”.

Uhm.

“La storia è la cosa più importante. Ha deciso di preservare lo spirito del film originale permettendo allo stesso tempo alle interpretazioni, all’arte, alla musica e all’umorismo di svilupparsi in modo naturale. Non esitiamo a riprendere alcuni aspetti del vecchio materiale, ma è incredibile scoprire quanti cambiamenti e aggiornamenti invisibili si possano fare. E questo è il trucco: non volevamo che il nostro approccio sovrastasse il film. Non volevamo superare il limite rendendo le cose troppo intense o perdendo di vista l’essenza del vecchio film. La comicità funziona in modo diverso. La musica funziona in modo diverso. In natura gli animali combattono in modo diverso.”

Ri-uhm.

Ma “funzionano” davvero?

“Fin dall’inizio sapevamo che gli attori non avrebbero recitato su un set, dunque dovevamo trovare un modo diverso per catturare le loro interpretazioni. … [abbiamo] impiegato la tecnica del black box theater: invece di far entrare gli attori in una sala di registrazione per incidere le loro battute, con gli occhiali da lettura e il copione alla mano, abbiamo deciso di costruire un teatro attorno a loro. In questo modo potevano interagire l’uno con l’altro ed esprimere le proprie emozioni. La tecnologia scompare. Le macchine da presa vengono nascoste dietro alcune tende per catturare le dinamiche autentiche che si vengono a creare tra gli attori. Durante la fase di animazione, gli animatori hanno potuto basarsi su queste emozioni umane estremamente autentiche”.

Peccato però che queste intense interpretazioni vadano perdute quasi completamente nella resa fotorealistica dei personaggi, e i medesimi, privati di quelle personalissime caratterizzazioni donategli nel film del ’94 dal lavoro di eccellenti artisti e animatori, si trovano qui a replicare un copione “scritto per altri” senza la possibilità di esprimersi nel modo più appropriato e congeniale.

Tutto si perde, come nel gioco di sguardi tra Nala e Simba, ritrovatisi adulti, nei cui occhi, e nel tacito dialogo interiore, scorre tutta la gamma emozionale: dall’innamoramento progressivo alle barriere innalzate inevitabilmente dal senso di colpa di lui; e, a riprova di quanto contino i dettagli e forse anche le improvvisazioni degli artisti, come non rimpiangere – nell’indimenticabile sequenza iniziale della “presentazione” alla Rupe dei Re del piccolo Simba – l’affettuoso abbraccio tra re Mufasa e lo “sciamano” Rafiki, così efficace nel racchiudere in un singolo gesto anni di amicizia e rispetto, così “vero” nel rappresentare due personaggi che, al di fuori delle rispettive alte responsabilità, restano anzitutto due “old friends”, come canterebbero Simon & Garfunkel?

E poi… e poi, come cantava Jannacci, bisogna proprio “mettersi in testa il musical“.

Prendiamo la trascinante esibizione dei cuccioli Simba e Nala – con un finale degno di Esther Williams – e soprattutto quello di Timon & Pumbaa sulle note di “Hakuna Matata“: due pezzi forti che qui non trovano cifre stilistiche proprie, al di fuori di un ricalco goffo e pedestre dell’originale. Si sente la mancanza di quella mano improvvisatrice che “sente” il brano e lo trasmette ai personaggi, insufflando loro quasi l’anima stessa di Ginger & Fred e compagni, grazie alla quale anche un malvagio austero e pomposo come Scar non può esimersi dall’accennare passetti di danza mentre espone il proprio complotto alle iene, le quali a loro volta imbastiscono  una sensazionale coreografia che sarebbe certo piaciuta a Leni Riefensthal.

Il duo comico del film – il caustico suricato Timon e l’ardito quanto “esplosivo” facocero Pumbaa – con le sue ripetute gag canterine, avrebbe poi inaugurato un vero e proprio modello vincente, replicato nei principali blockbuster animati successivi, da ShrekCattivissimo Me.

In questo remake, invece, l’unico vero picco della coppia si ha con un paio di gag meta-filmiche – che non sveliamo per ovvi motivi – in cui i due paiono consapevoli di far parte dell’universo cinematico Disney; purtroppo, l’espediente – che avrebbe potuto rappresentare una cifra stilistica peculiare del film –   risulta troppo estemporaneo e non riscatta uno storytelling che rimane costantemente appiattito sulla fedeltà assoluta alla trama e allo spirito dell’originale, replicandone pedestremente gli stilemi e inevitabilmente uscendo sconfitto dal confronto.

Dal punto di vista dell’Animazione, nel senso più vero del termine, non c’è paragone tra le due versioni. Così come non ce n’è, non ce ne poteva essere, tra i Baloo, i Re Luigi e i Kaa dei due “Libri”: simpatici, financo mirabili nella resa estetica, ma lontani anni luce dalla “vita” degli originali.
Non si tratta solo di cantare, o di recitare, ma di “interpretare” le canzoni, le coreografie, le SITUAZIONI.

Il musical ha delle sue regole precise, che i grandi animatori “tradizionali” Disney imparavano a conoscere lavorando a stretto contatto con i migliori specialisti del genere, i quali a loro volta apprendevano ad adattare la musica ai personaggi disegnati; nella transizione al digitale, la Disney cominciò ad ottenere risultati concreti solo quando gli esperti nelle nuove tecnologie si lasciarono istruire sulle regole dell’Animazione da maestri della matita quali Glen Keane, i quali a loro volta accettarono la sfida di cimentarsi con i nuovi media; l’impressione suscitata da operazioni quali “Il Re Leone” è che qui ci sia ancora molta strada da fare in tal senso, e che più che un nuovo modo di “fare animazione” per ora si stiano sperimentando anzitutto nuove vie per l’intrattenimento di massa.

Che può essere naturalmente una legittima concezione di “futuro”, ma di tutt’altra categoria.

Ne “Il Re Leone 2019” dominano l’estro registico, la maestria scenografica, la perfezione fotografica… e mancano i personaggi, la personalità, manca – purtroppo – proprio l’Animazione nel suo autentico senso compiuto.

Nel suo valore aggiunto.

Sintetizzando malamente: se il lungometraggio originale era “animazione tradizionale” al suo meglio, questo potrebbe essere inserito più correttamente nel vasto e contradditorio paiolo di quella definita “sperimentale”, in cui conta soprattutto esprimere linguaggi e tecnologie innovativi o quantomeno “nuovi”.

Il film  – attualmente – trova la miglior collocazione, la sua forse unica possibile dimensione, sul grande schermo della multisala, possibilmente accompagnato da ulteriori accessori per 3D o VR: un’esperienza, una lunga installazione da parco divertimenti, più che un racconto cinematografico.

Eppure si intravede il tentativo di trovare una nuova via, basata sui nuovi linguaggi multimediali e sulle incredibili possibilità concesse dalle tecnologie odierne; del resto, la Disney ha sempre sperimentato audacemente nella sua lunga storia, e ciò non le ha mai impedito di creare efficaci forme di storytelling, seppur spesso “addomesticati” alle cosiddette Linee Guida dell’azienda. Cosa che, occorre ammetterlo, non le ha impedito di introdurre, o anche solo veicolare, con la dovuta prudenza e circospezione, cambiamenti e tendenze sociali che grazie a Topolino & Co. entravano quasi subliminalmente nell’immaginario popolare senza scalfire la “rispettabilità” disneiana quale azienda al servizio delle famiglie.

Dunque, non si tratta affatto di “tradizione” contro “innovazione”.

La recente tendenza della Casa del Topo a “rifare”, più o meno pedestremente, i propri capolavori del passato, sembra però nascondere stavolta una sorta di timore, la paura che davvero questa volta ci si trovi di fronte a un bivio, o meglio a un “punto di non ritorno”.

Un confine oltre il quale non troviamo il minaccioso ma “riconoscibile” dominio delle jene, ma si estende l’ignoto territorio degli “Efelanti”… dove le regole conosciute non valgono più.

Una cosa pare certa: questa nuova frontiera merita dei pionieri più arditi, meno “rispettosi” degli eroi del passato e pronti a cavalcare con spavalderia  e coraggio lungo gli ancor ignoti territori per fondare nuove città e nuovi linguaggi.

Come insegnava il buon Nessuno, per consegnare i propri idoli “ai libri di storia” l’unica via è quella di ucciderli… metaforicamente.

Loro così vivranno per sempre, ma gli eredi potranno scrivere la propria storia senza venire oscurati dal mito.

Ma non  si vince un tale duello solo perché si possiede una pistola più veloce: la tecnologia non sostituirà mai talento e fantasia.

Ciò non significa voler tradire o rinnegare le proprie radici.

Nella memoria e nel DNA esse vivranno sempre, e feconderanno l’ispirazione futura… a patto di non trasformarle in catene che soffochino il volo delle nuove generazioni.

Dal confine possono arrivare i Tartari – scriveva Buzzati – ma anche manifestarsi il nostro futuro.

Coraggio, Simba del Nuovo Millennio: trova il  tuo ritmo e, soprattutto, una storia che ti racconti davvero. Questi sono i tuoi tempi, ma dovrai guadagnarteli sul campo. Come sempre.

Ti aspettiamo.

2 risposte a “Simba (e Disney) sul confine: recensione “no spoiler” del nuovo “Re Leone””

    1. Parere personale dello scrivente: non la apprezzo come cantante, e la sua versione de “Il Cerchio della Vita” l’ho sempre trovata terribile. Ripeto, è un’opinione personale e come tale opinabilissima. Come del resto l’intero post. Ma resta la mia opinione. Convinta. Eric Rittatore

I commenti sono chiusi.