L’abate Wallez, l’amico sulfureo

Quanti fumettisti italiani hanno continuato a lavorare durante il ventennio fascista? Quanti hanno attivamente collaborato col regime fascista attraverso le loro opere? Quanti erano anti fascisti? Quanti hanno partecipato alla Resistenza anti fascista? Quanti, dopo la guerra, hanno fatto autocritica sulla propria attività durante il regime?
Domande che restano valide per altri settori della creatività, dal cinema alla letteratura, e che servono a dare la misura di quanto sia facile fare la predica a posteriori, e quanto sia difficile fare “le scelte giuste” quando si vivono gli eventi della Storia nel momento in cui ne facciamo parte.
Molti avranno apprezzato il “rinnovamento”, l'”ordine nuovo” che andava dipanandosi, magari riponendoci le proprie speranze e quelle per la propria famiglia. Quanti di questi avranno colto la violenza disgustosa (fisica e non solo) che era nella natura stessa del fascismo? Quanti di questi, avendola colta, avranno pensato “ma chi se ne frega, se qualcuno viene pestato, un altro muore e uno va in galera, l’importante è che stia bene io”? Quanti han preso tutta la faccenda come se non li riguardasse, come se si potesse passarci indenni senza prendere posizione? Quanti han badato solo agli affari propri, tappandosi occhi, orecchie, bocca e naso?

In Italia ci sono stati venti lunghi anni di regime, con una terribile coda. In Belgio decisamente meno, più o meno cinque anni, a partire dalla occupazione tedesca. Allora il “problema” è venuto a galla, le posizioni individuali sono diventate importanti, fare “le scelte giuste” è diventato una urgenza, difficile, costosa, drammatica.

Ognuno ha fatto la propria scelta, anche quando ha scelto di non scegliere. Qualcuno ha seguito il consiglio dei genitori, dei propri mentori, dei preti, degli amici… Qualcuno ha scelto di far finta di niente e andare avanti come prima, come fosse possibile farlo davvero. Qualcuno ne avrà approfittato per fare affari, come sempre. Qualcuno avrà davvero fatto una scelta propria, usando cuore e cervello, quale che fosse la scelta. Qualcuno non avrà avuto scelta.

In quegli anni terribili, in cui la tragedia e l’orrore hanno spazzato il pianeta, anche i fumettisti (“usi trastullarsi con matite e pennelli, pagati per divertirsi anzi per non far nulla, mica è lavoro, beati loro” o, citando Money for Nothing dei Dire Straits: “Oh, that ain’t workin’ that’s the way you do it, Get your money for nothin’, get your chicks for free” – ma noi sappiamo che le cose non stanno così, ne’ per i fumettisti, ne’ per i musicisti), anche i fumettisti, dicevo, han dovuto fare le proprie scelte.
In Italia il bravissimo Kurt Caesar, sul Vittorioso, ha impegnato il suo Romano il Legionario a fianco dei fascisti contro gli Alleati, per dire. Poi, dal 1944, appoggiò la causa antifascista (l’autore, non il personaggio). In Olanda Alfred Mazure entrò direttamente nella Resistenza. E via così. Esempi ce ne sono a piacere, di tutti i tipi, anche solo parlando di grandi autori, le cui opere sono bellissime e fanno parte della storia del fumetto, indipendentemente dalle posizioni dei propri autori.

Le Opere sono i “figli” degli Autori? Diventano autonomi e vivono di vita propria, nonostante nel loro DNA ci sia poco o tanto dei genitori? Devono subire le colpe dei padri?
Le Opere passano dai genitori (gli Autori) alla Vita, cioè ai lettori (i fruitori, potremmo dire) e, in un certo senso, compiono un proprio percorso, per quanto strano possa sembrare, per poi stabilizzarsi e restare quel che sono diventate. I lettori vi trovano molte cose diverse, non necessariamente quelle che l’Autore pensava di averci messo…
Gli Autori, invece, sono esseri umani. Soggetti a errori, anche drammatici, a passioni, a ripensamenti, a mutazione continua. Gli Autori non sono le proprie Opere, eh no. Sono persone come i lettori.
In questo periodo si è discusso su Zerocalcare e sulla sua posizione riguardo alla linea TAV Torino Lione. C’è chi era pronto a cambiare il proprio parere sull’opera di questo autore, in ragione della sua attuale posizione su questa tratta ferroviaria. Bella opera, se l’autore la pensa come me su tutto, brutta se la pensa diversamente. Atteggiamento un po’… fascista, potrei dire restando in tema. Credevi la pensasse come te, e lo adoravi. Ora scopri che non la pensa come te, allora non ti piace e lo insulti, poi magari cambia idea e allora ti piace di nuovo e ne tessi lodi sperticate, poi magari ci ripensa e non ti piace di nuovo e lo minacci violentemente? Per carità, so bene che non è semplicissimo liberarsi dei propri pregiudizi, ma insomma, via, eh!…
Un conto è la valutazione dell’Opera (le emozioni che ti ha dato ecc.), altro il proprio parere sulle scelte di un essere umano che ne è l’Autore (e che, come te, può fare un sacco di stupidaggini, nella vita).

Tutto ciò detto come lungo e complesso prologo alla segnalazione di un volumetto (reperibile al momento solo direttamente dal suo autore) che propone la biografia di un abate (Norbert Wallez, “lo spirito santo del fascismo belga e amico sulfureo di Hergé”) che è entrato nella storia del fumetto solo per essere stato il mentore di Hergé, il creatore di Tintin. In effetti, fosse stato solo noto come il mentore (anche) di un nazista belga, non si sarebbe mai più parlato di lui, probabilmente. Ma questo abate è colui che ha spinto il giovane Hergé, di cui era il padre spirituale, a creare Tintin e lo ha fortemente influenzato nella impostazione delle prime tre avventure (e si nota). L’abate fu anche condannato a cinque anni di prigione (che non scontò integralmente per motivi di salute – morirà in effetti nel 1952), dopo la guerra, per collaborazionismo. Hergé, che nel frattempo era maturato anche come persona (oltre che come autore), prendendo le distanze dal pensiero inculcatogli dall’ambiente e dalle persone che aveva frequentato, continuò comunque ad andare a trovare amicalmente il vecchio abate, così come i suoi altri amici di gioventù, per quanto buona parte di loro fossero compromessi con gli occupanti tedeschi, o con ideologie che Hergé aveva del tutto allontanato da sé. Perché, anche se ormai la religione di quell’abate non era più la sua e le idee comuni prima della guerra in Belgio (e in troppa Europa) le aveva (finalmente) capite e respinte, Hergé era rimasto, in fondo in fondo, sempre il boy scout dell’infanzia: un amico che non abbandona gli amici, nemmeno quando sbagliano di grosso, o non ne condivide più le idee. E, com’è ampiamente noto e come si vede in questo volume, di amici del genere Hergé ne aveva frequentati più d’uno, in quegli anni che precedettero la catastrofe della seconda guerra mondiale.

Foto (parziale) D.R. da Le Soir Plus, Belge – Wallez e Hergé (1949?)

Come accennavo prima, il libro L’abbé Wallez, l’éminence noire de Degrelle et Hergé (con copertina di Stanislas) è disponibile al momento solo in Belgio e va richiesto direttamente all’autore, Marcel Wilmet, come segnala Didier Pasamonik nella sua interessante recensione su ActuaBD, che dovresti aver visto a suo tempo nella barra laterale ExtraNews di afNews.info.