P. L. Travers (e Mary) fuori dall’ombra (del Topo): un articolo di Jerry Griswold

Alla vigilia dell’uscita del sequel del “Mary Poppins” targato Disney, un doveroso e indispensabile omaggio a colei che la tata ‘praticamente perfetta sotto ogni aspetto’ portò nel nostro mondo. E che venne poi ingiustamente ‘oscurata’ dall’enorme successo del film, bellissimo ma assai lontano dallo spirito e dalla filosofia del libro originale.

Propongo qui la traduzione di un bell’articolo del professor Jerry Griswold, sul Washington Post di venerdì, sperando possa invogliare quanti più possibili lettori a riscoprire l’opera di una grande e sfaccettata scrittrice.

Buona lettura!

La creatrice di “Mary Poppins”, P.L. Travers, è ancor più affascinante della sua ‘invenzione’

Facendo la sua apparizione in quest’ultima stagione natalizia, anche stavolta per mano di Walt Disney Pictures, “Mary Poppins Returns” è il tanto atteso sequel dell’amatissimo film con Julie Andrews. È sorprendente che il pubblico abbia dovuto aspettare 54 anni: l’originale è stato il film più popolare mai realizzato dalla Casa del Topo.

Combinando live action e animazione tradizionale, la pellicola del 1964 raccontava di una tata straordinaria (interpretata dalla Andrews) che scendeva dal cielo londinese nell’anno 1910 per prendersi cura della famiglia Banks, e tra i suoi amici c’era Bert (interpretato da Dick Van Dyke), uno spazzacamino dedito a danzare sui tetti della città. Con canzoni come “Supercalifragilistichespiralidoso” e “Un poco di zucchero”, questo fantasy musicale risultò un tale successo da consentire a Walt Disney, con i proventi ottenuti, di acquistare terreni in Florida ove edificare il suo secondo parco a tema.

La critica e il pubblico adorarono il film; “Mary Poppins” ricevette 13 candidature ai premi Oscar (tra cui quella per il Miglior Film) e ne racimolò cinque. E la gente tuttora lo ama. Come osservò il critico cinematografico, la pellicola fu “l’apice della sua [di Disney] già straordinaria carriera.”

Un adattamento cinematografico costituisce una sicura spinta per le vendite del libro su cui è basato. Ogni puntata cinematografica di Harry Potter, ad esempio, ha rilanciato vecchi e nuovi fan verso i romanzi di J.K. Rowling. Ma la situazione era più complicata nel 1965, secondo un rapporto dell’epoca di Peter e Dorothy Bart sul New York Times Book Review: un libraio di Los Angeles si lamentava infatti di dover guidare i clienti lontano dai sette adattamenti derivati dal film per condurli verso il romanzo originale di PL Travers. A proposito: nelle varie edizioni Disney, il nome di Travers è apparso solo in minuscolo, e in una nota di copyright.

Altri eventi suggeriscono come Disney desiderasse oscurare l’autore originale della storia. Secondo la biografia di Valerie Lawson, “Mary Poppins, She Wrote”, Disney non voleva Travers alla prima del film e deliberatamente trattenne il suo invito. Ma la scrittrice fu più furba di lui, inviandogli un telegramma in cui annunciava di essere già in viaggio e chiedendogli di prenotarle un posto. Travers venne letteralmente messa in un angolo durante il gala, e lo staff si accertò che l’attenzione fosse sempre focalizzata altrove. Nonostante ciò, la stampa si chiese: Chi è P. L. Travers, questa ignota signora britannica?

Incontrai Pamela Travers per la prima volta 10 anni dopo, quando lei aveva 50 anni. Questo accadde poco dopo la sua esperienza di uditrice presso i college Radcliffe e Smith, ma prima che si dedicasse a tempo pieno alla grande passione della sua vita successiva, ovvero scrivere saggi di filosofia meditativa per “Parabola”, una rivista “dedicata all’esplorazione della ricerca del significato quale espresso nei miti, nei simboli e nelle tradizioni religiose del mondo, con particolare enfasi sulla relazione tra questo deposito di saggezza e la nostra vita moderna.” Tale dichiarazione di intenti, questa missione, equivale anche a una descrizione dell’esistenza stessa di P. L. Travers.

Travers era la donna più saggia che io abbia mai incontrato. Fu la seconda donna occidentale a studiare lo Zen a Kyoto, fece parte della cerchia ristretta del celebre mistico G.I. Gurdjieff e praticava lo yoga ogni giorno (disciplina ancora alquanto esotica negli anni ’70). Un pomeriggio, nel suo appartamento a Manhattan, avemmo una conversazione che sarebbe poi apparsa su Paris Review”. Parlò dei significati di Humpty Dumpty, di come il suo libro “Amica Scimmia” fosse stato ispirato dal mito indù di Hanuman, dell’espressione Zen “evocata non creata”, della sacralità dei nomi nelle culture aborigene e di una comprensione spirituale della parabola del “Figliol Prodigo”. E allo scopo di collegare “questo emporio di saggezza alla nostra vita moderna”, mi guidò passo dopo passo attraverso i paralleli tra il rapimento di Patty Hearst e il mito di Persefone. Fu uno dei pomeriggi più arricchenti della mia vita.

Come sua consuetudine, Travers sottolineò che lei “non scrisse mai per i bambini”, ma era rimasta “immensamente grata che i bambini abbiano incluso i miei libri tra i loro tesori”. Pensava che i suoi libri affascinassero i più giovani perché lei non aveva mai dimenticato la propria infanzia: “Posso, per così dire, voltarmi indietro e consultarla. ”

Di discendenza irlandese, Travers crebbe nell’Outback australiano e si trasferì ancora giovane in Inghilterra, nel 1924, per perseguire il suo sogno di giornalista e poetessa. Con grande fortuna, venne accolta e incoraggiata da figure di spicco del cosiddetto ‘Crepuscolo Celtico’, tra cui William Butler Yeats.

Nel 1934 pubblicò “Mary Poppins”, storia di una tata semplice quanto straordinaria in un libro illustrato da Mary Shepard. Fu successo immediato, seguito da due seguiti. Poi scoppiò la seconda guerra mondiale, e Travers fu evacuata negli Stati Uniti. Trascorse gli anni bellici negli Stati Uniti sud-occidentali, vivendo tra i Navajo, prima di far ritorno in Inghilterra nel 1945.

Nel frattempo, in una casa nei dintorni di Hollywood, una vigilia di Natale, Walt Disney sentì ridere sua figlia Diane. Quando chiese alla ragazzina 11enne cosa stesse leggendo, lei sollevò tra le mani uno dei libri preferiti, tenuto sul comodino per la maggior parte della sua infanzia.

Nel decennio che seguì, la Disney fece ripetute offerte per acquisire i diritti cinematografici di “Mary Poppins”, ma Travers continuò a rifiutare perché temeva che progettasse di realizzarne una sorta di lungo cartone animato. Quando la Disney ebbe finalmente optato per un film dal vero, Travers concesse i diritti, ma ponendo una condizione insolita: avere il veto finale sullo script Si trattava di un accordo senza precedenti per Disney; la maggior parte dei suoi film precedenti, da “Cenerentola” a “L’isola del tesoro”, erano tratti da oper di autori già passati a miglior vita, che dunque non potevano più obiettare alcunché.

Su invito di Disney, Travers si recò per una breve visita a Burbank nell’aprile del 1961, giusto per farsi un’idea del film. Si inserì subito fattivamente nel lavoro con una critica integrale dello script, dalla bozza al copione. Ma ben presto venne travolta da zio Walt, dal suo equipaggio e dalla loro visione: convertire il suo romanzo in un musical con effetti speciali, coreografie e… pinguini ballerini.

La più grande concessione che riuscì ad ottenere fu che non ci sarebbe stata alcuna relazione amorosa tra Mary Poppins e Bert. Alla fine della sua breve permanenza, ripartì rassegnata al fatto che la Disney avrebbe avuto l’ultima parola.

La versione aziendale di questi eventi, per inciso, è divergente. “Saving Mr. Banks”, il film autocelebrativo del 2013, dipinge gli Studios come la paziente vittima di lunga data di un’autrice caustica ed esigente. Emma Thompson interpreta Travers come una sorta di misantropa scontrosa capace di lamentarsi per un bambino che piange su un aeroplano, per il sole infinito della California del Sud, dell’incapacità degli americani di preparare una tazza di tè, e di ogni singola battuta nel copione del film in scrittura. Tom Hanks incarna un Disney adorabile e comprensivo, il cui compito è quello di sciogliere il cuore di codesta musona maleducata, riuscendoci in qualche modo per mezzo della sua stucchevole amabilità e di psicologismi forzati ‘da bignami’ (in un discorso ‘cuore a cuore’ sulle tribolazioni del papà di lei). Forse, la scena più realistica del film è quella in cui Travers propone un suggerimento e, alle sue spalle, gli autori del film alzano gli occhi al cielo. Non vedono l’ora di vedere la scocciatrice fuori dai piedi, per poter finalmente iniziare le riprese.

Travers potè vedere in cosa Disney aveva trasformato la sua storia alla premiere della pellicola. “Quando uscii dal cinema“, mi disse, “stavo piangendo”. Travers aveva l’impressione che Disney avesse banalizzato il suo libro, trasformandolo in un musical stucchevole. Non voleva sembrare ingrata verso l’uomo il cui film le avrebbe comunque fornito la sicurezza finanziaria e procurato molti altri lettori, ma “tutto era così distorto: sentivo che non avrei mai più scritto”.

Le differenze sono evidenti e cospicue. La Mary Poppins di Travers è semplice, primaria e perentoria. E seppur a volte sembri dura e fredda, i bambini la adorano.

Ma la cosa più importante è che Mary Poppins proviene direttamente dal mondo del Mito, in cui è una figura magnifica e ricca di significato. In questa realtà, lei è la Grande Dea, ma comicamente reincarnata in guisa di bambinaia che “irrompe” nella Londra di fine secolo. Nella versione Disney, il suo background mistico e mitologico si traduce in balletto e canzoni da music hall. Come scrisse Travers in una lettera allo scrittore Brian Sibley, “È come se avessero preso una salsiccia, buttato via il contenuto conservandone la pelle, e riempito quest’ultima con le loro idee, molto lontane dalla sostanza originale.

Prendete, per esempio, il cuore del film, quando i bambini saltano in un disegno fatto a gessetto sul marciapiede, entrando con Mary e Bert in un mondo immaginario, dove cavalcano una giostra e ascoltano la canzone “Supercalifragilistichespiralidoso”. Il cuore del libro, invece, è una scena in cui Jane e Michael Banks si recano con Mary allo zoo – nell’unica notte dell’anno in cui tutti gli animali danzano insieme – e un saggio serpente racconta ai bambini l’unità intrinseca di tutte le forme di vita. Quel capitolo si legge come una delle favole sugli animali dell’epopea indiiana Panchatantra”, ma ambientata in un’epoca moderna.

Leggendo il libro originale, si entra in un mondo in cui domina il pensiero mitologico, e in cui gli studiosi hanno trovato riferimenti alla Bibbia, alle divinità greche e alle parabole sufi; e nell’analisi sull’opera di Travers, i critici hanno ravvisato paralleli con le opere di William Blake, col buddismo Zen e con le credenze sulla dea indù Kali. Infatti, per il lettore informato, “Mary Poppins” è in pratica una collezione attualizzata di favole antiche e racconti di formazione. E questo che che lo rende un libro per bambini fuori dal comune.

Quando P.L. Travers è morta, nel 1996, le dedicai un tributo sul Los Angeles Times, rivelando di aver stampato copie di “Mary Poppins” per amici che, solo a conoscenza della versione Disney, avevano risposto al mio dono con sguardi perplessi o indulgenza condiscendente. Bene, rieccoci di nuovo. Ora, con la nuova versione Disney alle porte, lasciatemi riformulare qualcosa che una volta proprio P. L. Travers mi disse: “Mary Poppins non è perduta. Lei è ancora da qualche parte. Devi solo andare a cercarla. “

Jerry Griswold è un illustre studioso specializzato in Letteratura per la Gioventù e Letteratura e Cultura Americana, professore di Letteratura in pensione e autore di numerosi libri, tra cui “Feeling Like a Kid: Childhood and Children’s Literature”

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