Tito Faraci racconta di Topolino. O forse di Tito Topolino.

Chi è Tito Faraci? Una di quelle persone che non possono fare a meno di raccontare storie in giro.
No, non è un bugiardo patentato. A meno che non si considerino bugiardi i narratori in genere. In un certo senso, in fondo, han qualcosa in comune, bugiardi e narratori (e attori e altri creativi, o agenti sotto copertura ecc.): raccontano cose inventate come se fossero vere. Se lo fanno bene, se fanno un bel mix di vero-falso raccontato come si deve, possono avere successo, nei rispettivi campi.

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Ecco, Tito, anche in Uomini e Topo, edito da add editore, racconta qualcosa.
Apparentemente racconta di Topolino. Anzi, certo, racconta proprio di Topolino. Anche di come si fa Topolino (nel libro trovi un paio di pagine di sceneggiatura e altri materiali del lavoro del fumettista) e persino di come Tito fa il “casting dei nuovi sceneggiatori”.
Ma siccome, si sa, gli autori (anche quelli di fumetti, sì), oltre ad avere in testa ciascuno la propria personalissima interpretazione dei personaggi (basata, inevitabilmente, sulla propria personalità, sul proprio cervello, sulla propria vita), tendono a immedesimarsi nei personaggi di cui scrivono (almeno per il tempo della scrittura – per non parlare di quando si disegna, che ti ritrovi a fare le facce che stai cercando di disegnare e non puoi farci nulla e, addirittura, a volte ti muovi pure, seguendo l’enfasi dell’azione, e la china schizza qua e là), ecco che, in realtà, Faraci parla di Tito. Tito Topolino, direi. T.T., insomma.
Per cui questo volume, più che un manuale di tecnica del fumetto o un saggio sul famoso topo, è quasi una… confessione. Non so neppure se sia voluta, forse no, forse, in parte inconsciamente, sì. Chissà.

Leggendo il testo, osservando la passione con cui Faraci racconta del vecchio immarcescibile Topo, si scorge, sotto la superficie, l’essere umano. Tito pensa a un Topolino vivo, non a un semplice personaggio fittizio. (Ma tu, lettore, logicamente ritieni che dei due, l’essere umano sia Tito.)

Non è per niente una cosa strana, pensare al proprio personaggio come fosse reale. Sì, è vero che i creativi spesso sembrano avere un cervello che potrebbe essere considerato “malfunzionante” da molti. Peraltro se i molti si facessero analizzare scoprirebbero che di “malfunzionamenti” il cervello ne ha parecchi e sono equamente distribuiti fra tutti gli esseri umani, a ciascuno la propria quota con cui combattere quotidianamente (e alcuni andrebbero curati bene e di corsa). E, comunque, se i “malfunzionamenti”, invece di produrre serial killer, producono arte bella e buona, sono i benvenuti, visto che fanno del bene alla collettività (non necessariamente anche al creativo, ovvio, ma questa è un’altra faccenda).
Uno di questi “malfunzionamenti” è la distorsione della realtà, come comunemente intesa. Per cui ci si trova a parlare di personaggi di fantasia come se fossero esseri viventi. Se si riesce a mantenere una sia pur minima distinzione di fondo, questa piccola distorsione può essere assai utile, a chi racconta storie. E come ciò sia stato utile ed efficace per Tito Faraci lo puoi scoprire (anche) in questo volume.

Quanto a Topolino, quello di cui parla Faraci, potresti pensare, è il “Topolino di Tito”, una sua parte interiore topesca.
Ma, allora, potresti chiederti, ci sono tanti Topolino diversi? Sì. E no.

No, nel senso che ci sono dei “parametri” comuni a tutti i professionisti del fumetto Disney. Parametri che, tuttavia, non sono ne’ eterni ne’ primordiali. Anche Topolino, come ogni altro personaggio, è maturato (proprio come personaggio) per passaggi successivi, grazie all’intervento di svariati autori. Ciascuno ci ha messo del suo: qualcosa è rimasto appiccicato, qualcosa è scivolato via, fino al Topolino odierno. E non pensare, lettore, che il tuo contributo (e di tutti quelli come te, nel tempo) sia stato inutile: al contrario, è anche grazie a quello, che alcune cose restano appiccicate e altre scivolano via.
Narrativa, fiction ecc. vivono di autori e “fruitori” insieme.

Sì, nel senso che ogni autore ci mette davvero molto del suo, nel “proprio” Topolino. A volte nemmeno se ne rende conto. In ogni caso non sa se quel che ci ha messo resterà o scivolerà. Magari “sente”, col classico brividino nella schiena, che è qualcosa che “funziona” (anche di queste “sensazioni”, Faraci parla nel libro), ma sarà la storia a dire come andrà a finire. No, non quella del racconto a fumetti, quella in cui siamo fisicamente immersi tutti quanti.
E azzarderei persino a dire che esiste un Topolino diverso per ogni lettore. Pressoché inevitabile, visto che ognuno di noi percepisce la realtà attraverso il proprio cervello, non quello di un altro. E ci aggiunge e toglie qualcosa, magari, rispetto ai suggerimenti e alla percezione dell’autore. Anzi, degli autori. Anche il lettore si crea così un proprio immaginario in cui il “suo” Topolino (o Paperino ecc.) ha certe caratteristiche, in parte ricavate dal lavoro di questo o quell’autore, in parte dalle sensazioni della propria vita personale. Siam fatti così…

In un certo senso, forse, la vita è un minestrone, i cui ingredienti sono portati sulla tavola (del nostro cervello) da tantissime creature (e cose ecc.) diverse. Può essere (di volta in volta) insipido, arricchito di meravigliose spezie, cattivo , buono, anche buonissimo, insignificante, nocivo, tonificante, assai nutriente…

Qual è, allora, il contributo che Tito Faraci offre al tuo personale minestrone? Come ti sembra essere il suo? Un assaggio particolare lo trovi in Uomini e Topo.
Buona lettura.

Tito Faraci – foto Gianfranco Goria – 10 Maggio 2008, Torino.
Tito Faraci – foto Gianfranco Goria – 10 Maggio 2008, Torino. Topolino (c) Disney.

P.s.: oh, lettore di questo articolo, se preferisci altro, al minestrone, sostituisci il termine con quello a te più gradito: lasagne, spaghetti, o altro, a piacere. E buon appetito!