Pedrito in un West da ridere

PedritoTerenghi-fotoGoriaSulla scia dei film western, anche il fumetto nell’immediato dopoguerra scoprì il mito della Frontiera, spesso nel rispetto della realtà e della storia, ma talora in quella dimensione casareccia che anni dopo i western-spaghetti avrebbero rilanciato in tutto il mondo. Gli sceneggiatori erano bravi (papà Bonelli di Tex e compagni, Martina di Pecos Bill, ecc.) e i disegnatori facevano del loro meglio, in mancanza di un’adeguata documentazione iconografica. Ma quelle storie piacevano ai ragazzi di allora, anche perché spesso gli scenari erano abbastanza credibili, con Galleppini che vi inseriva qualche massiccio dolomitico e qualche scorcio brullo della Maremma o della Sardegna. Non si rideva sul West, un mondo dove tutti, o quasi, avrebbero voluto vivere. Le cose cambiarono nel 1947 quando Maurice de Bevère, universalmente noto come Morris, creò la figura di Lucky Luke, strampalato cow boy che viveva avventure quasi esclusivamente umoristiche, in una dimensione improbabile e caricaturale. Rotto il ghiaccio, in molti avrebbero poi costruito un West chiaramente comico dove trovarono posto lo stanco e annoiato cow boy Colt, creato da Tom Ryan, la giubba rossa Baldo, un sergente alle prese con la tribù dei Buff-Oni e la coppia Whisky & Gogò – un orso ubriacone e un cacciatore ecologista – creata, come Baldo, da Luciano Bottaro. Il migliore di tutti resta ovviamente Cocco Bill con cui Jacovitti demolì definitivamente il mito della Frontiera. Un posto importante in questo West da ridere spetta anche a Pedrito el Drito, singolare sceriffo ideato nel 1950 da Antonio Terenghi, e protagonista di una serie infinita di divertenti tavole. Il West di Pedrito somiglia molto alla Padania, non vi scorre whisky ma barbera, bevanda preferita, fin troppo, dallo sceriffo. I comprimari hanno spesso nomi casarecci, dal suo aiutante Bardolin a Joe Pestalosso, attaccabrighe del saloon. Ma Pedrito teme soprattutto l’ira di sua moglie Paquita che tenta invano di spingerlo a combattere contro i pellerossa della feroce tribù dei Martellatori di Alluci. Passando su un altro versante dell’avventura, il 1951 è stato poi l’anno in cui Luciano Bottaro, quasi sempre su testi di Carlo Chendi, ha creato il corsaro Pepito, risposta umoristica alla moda dei film e dei fumetti di mare, con personaggi che spesso ricordavano i corsari salgariani. Pepito ovviamente è diverso, non ha mai ”sfondato” in Italia, ma è diventato popolare in Francia e mezzo mondo. E’ piccolo, scaltro e intelligente, comanda una ciurma bonacciona, dove ci sono tutti i tipi più singolari di questo mondo, da Uncino così chiamato per ovvie ragioni al vecchietto Ventoinpoppa, sempre con un boccale di birra in mano, al petulante pappagallo Beccodiferro, e così via. Il nemico di Pepito è Hernandez de la Banana, classico tiranno coloniale, imbroglione e un po’ ottuso, ma molto gradito dai lettori. Bottaro, spesso insieme a Chendi, è stato uno dei più prolifici e bravi autori di storie disneiane, ma anche autore di numerosi piccoli eroi umoristici, dal Re di Picche a Pon Pon, creato nel 1971, nei quali ha riversato la sua sfrenata fantasia grafica. (Articolo di Carlo Scaringi).

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