Jacovitti: Beppe and company

Jacovitti_2 Riceviamo: «Io sono un clown. Sono orgoglioso di essere un pagliaccio. Sono un matto». Con Jacovitti. Beppe & Co., uno dei capisaldi del fumetto italiano, Benito Jacovitti, ci trasporta a bordo di un treno folle, senza freni, in una metaforica “cavalcata” nel cuore della quotidianità di metà secolo scorso. Senza limite alcuno, la famosa Lisca di Pesce, sorvola con le sue tanto amate Panoramiche un’italietta costruita sulle scaramucce e i nudi fugaci, quasi estemporanei, fino ad arrivare alle crisi coniugali, arricchite da corna di tutte le forme, a seconda del compito in cui dovranno poi aiutare gli sventurati mariti nella vita di tutti i giorni, dal badare ai figli mentre volteggiano sull’altalena o come attaccapanni. Jacovitti mescola il piglio leggero e le “freddure di spirito” che hanno contraddistinto buona parte della sua produzione fumettistica (da Zorry Kid a Jak Mandolino, fino a tutta quella serie di personaggi “minori”, come Elviro il Vampiro e Pop Corn, frutto di svariate collaborazioni nel corso della sua carriera), anche quando sfociava nell’erotico — come nel caso del rinomato Kamasultra — o quando doveva dar vita all’icona Cocco Bill. Piccoli Layout 4 spaccati di quotidianità in cui l’autore ci trascina a fondo in una sua realtà parallela, pregna di immagini all’apparenza futili, ricolme invece di un profondo significato. L’autore termolese, che ha esordito giovanissimo su «Il Vittorioso», dà sfogo a tutta quella serie di pulsioni e nevrosi che lo hanno sempre caratterizzato, senza i limiti imposti dai lettori generalisti, troppo restii ad accettare drastiche rivoluzioni nei temi trattati all’interno delle strisce disegnate e soprattutto nel modus operandi, in particolar modo del Jac. Ecco quindi che le donne, oltre alla loro implacabile infedeltà, vengono sempre ritratte come una giunonica Venere di Milo, una Madre Terra procace e invadente, oltre i limiti del paradossal. E non manca di rifarsi alla politica, argomento a lui caro e che in più di un’occasione lo mise alla ribalta — specie durante il periodo in cui collaborò con «Linus» — tenendo sempre un occhio rivolto a quella quotidianità tanto banale da risultare eccentrica, estrema, quasi immaginifica. Un prodotto, figlio degli anni Settanta, in cui il Becket di Aspettando Godot e le Jacovittagini, tutta quella serie di strisce all’apparenza non sense, camminano di pari passo tra le Panoramiche, le vignette mute di The Little Beppe e quelle sardoniche de Il grande Beppe. Jacovitti riesce a dipingere un pungente quadro dell’Italia che non amava affatto la comicità se questa non era politicamente corretta e moralista. Introduzione e revisione a cura di Gianni Brunoro.