Sperare posso sempre

Tintin-RascarCapac-Goddin Rintracciare i mie testi (su carta e/o in rete) non è semplice, per me. Dovrei dedicarci troppo del tempo libero che preferisco vivere in altro modo. Ma quando ne becco uno, lo piazzo qui, lo sai. Stavolta ho incontrato nel bel blog di Luca Boschi (click qui) questo mio vecchio commento (tutto il testo che segue in corsivo/italico) alla solita vecchia e ampiamente dibattuta (e superata ormai da tempo) questione di Hergé e del suo Tintin.

Sebastiano: beccato per caso, perché non sono sempre qui a leggere i commenti… Se vuoi chiedermi qualcosa su Hergé e Tintin, nei miei limiti, è meglio se mi cerchi su afNews o sul mio blog personale. Comunque, l’uso di quel tipo di lettering era piuttosto diffuso nella francofonia, tutto qui. E in quegli anni in Europa il fumetto era inteso per i bambini (anche se lo leggevano pure gli adulti): stiamo parlando del secolo scorso! Spennacchiotto: beccato per caso di nuovo pure te. Io non so se tu hai dei pregiudizi nei confronti di Hergé e/o della sua opera. Sarebbe un problema tuo, ovviamente. Se hai deciso che l’uomo o la sua opera sono “poco raccomandabili”, ok. E’ la tua opinione. La mia è leggermente diversa. Giustificazioni o spiegazioni, poco importa. La lettura delle opere (nelle loro diverse versioni) consente di farsi la propria opinione sulle opere. Sapendo che le persone cambiano, col tempo, se non si mummificano, e così le loro idee, e così le loro opere.

Non è strano che uno sia antieuropeista e poi diventi europeista, che uno sia omofobo e poi cambi e non lo sia più, che uno sia stato allegramente razzista e poi si renda conto che era una brutta cosa ecc. ecc. ecc. Su Tintin e il suo Autore non si può tirare giù un giudizio manicheo, ovviamente: è vissuto abbastanza a lungo da avere avuto periodi molto diversi fra loro, come (quasi) tutti noi (se non ci siamo mummificati prima). A valle di questo c’è il personaggio Tintin, che ha avuto la propria evoluzione (strettamente legata a Hergé, ai suoi collaboratori, alle sue frequentazioni, alle epoche che ha attraversato), fino a standardizzarsi nell’immaginario collettivo francofono, rappresentando, in quell’ambito, un valore positivo a se stante. Se anche Hergé fosse stato brutto sporco e cattivo (come purtroppo tanti dei nostri genitori e nonni, alcuni riscattatisi in seguito coi fatti, altri no), il suo personaggio ha comunque sviluppato, nell’immaginario collettivo francofono, una propria personalità e una propria scala di valori, che vanno sicuramente oltre quelli dell’uomo Hergé. E’ in genere così per qualunque autore. Una merda d’uomo può anche scrivere un capolavoro. Succede, è successo e succederà ancora. Persone squisite possono non aver mai scritto nulla. Ma queste potrebbero essere banali ovvietà, da ricordare oggi solo perché è il primo dell’anno. Resta il fatto che la valutazione sull’opera va fatta valutando l’intera opera e le sue fasi, nonché la mummificazione del personaggio (cioè il suo “congelamento finale” recepito dall’immaginario collettivo).

Nella mia analisi non vedo fasi naziste in Tintin, non ne vedo nemmeno di comuniste e quanto al fascismo (siccome siamo nella sua Patria), dovremmo prima intenderci bene su cosa intendiamo in Italia per “fascismo”. Mettere come finanziatore di una spedizione artica un ricco ebreo americano è “fascismo”? E’ automaticamente antisemitismo? Mostrare come gangster mafioso un italo-americano è “fascismo”? E’ automaticamente razzismo? Ecc.ecc.ecc. esaminando storia per storia, versione per versione. Mostrare personaggi afro-americani con i labbroni è “fascismo”? E’ automaticamente razzismo? O dovremmo parlare di “politicamente scorretto”?

Probabilmente (dovrei controllare) il termine non esisteva nemmeno… La gente d’Europa (e pure d’America e magari pure altrove) usava fare quotidianamente battute sugli ebrei taccagni (e gli scozzesi e i liguri), sugli africani tontoloni ma tanto bravi a ballare, sugli americani del nord gnoccoloni e boccaloni, sugli italiani ladri e mafiosi, sugli omosessuali, sugli zingari, su… Su tutto quello che era diverso da sé. E lo si faceva con estrema naturalezza, senza minimamente rendersi conto dell’orrore che si nasconde(va) dietro queste cose, in prospettiva. E, come dicevo, lo si fa ancora, persino oggi nei benestanti paesi occidentali e dopo due guerre mondiali e i campi di sterminio. Per lo meno, però, ora si sa che si sta facendo (o dicendo) qualcosa di “politicamente scorretto”. Quanti si rendono veramente conto dell’orrore che c’è dietro, nel desiderare la morte altrui, per giunta solo perché “diverso da sé”? Non lo so e posso solo sperare che siano sempre di più, per il bene della specie umana. A quei tempi invece nemmeno si poneva il problema, la maggior parte dei nostri recenti antenati. E’ orribile, a pensarci (e infatti ha generato mostri e mostruosità, e ancora lo fa), ma era così. A lato di tutto ciò sta la persona umana Hergé, individuo dalla psicologia complessa (come molti di noi), non riassumibile con una banale e comoda etichetta (come ciascuno di noi). Anche Hergé, se proprio si deve farlo, va analizzato in dettaglio, scoprendone le “epoche”: non era una personalità banale, sempre uguale a se stessa. Se volete farlo, si può agevolmente farlo, oggidì: i testi che vi ho indicato dovrebbero essere ampiamente bastanti per una analisi storica della personalità pubblica (e, in parte, privata) dell’uomo Hergé.

Potrete poi tranquillamente discuterne con i relativi autori, a partire da Peeters che è facilissimo da contattare in rete. Quanto all’opera, come dicevo, va trattata in modo analitico e cronologico, nonché per versioni. Più facile, ovviamente, è partire dalle ultime storie, perché hanno una sola versione. I Gioielli della Castafiore, per dire, per capire cosa pensa Tintin degli zingari e cosa ne pensava schiettamente il capitano Haddock prima di conoscerli di persona. I Picaros, per vedere quale opinione ha Tintin dei vari regimi sudamericani dell’epoca, delle rivoluzioni, delle multinazionali ecc. Tintin in Tibet, per capire quanto profondo sia il senso dell’amicizia per Tintin (e quali tremendi traumi psicologici stesse affrontando Hergé in quel periodo, coi suoi “sogni bianchi”). E via così, all’inverso fino all’insulsa storia dei Soviet, zeppa di luoghi comuni ma anche di drammatiche verità che avremmo conosciuto solo molto più tardi, ma nella quale l’ancora embrionale Tintin (molto più simile al primissimo Topolino che al se stesso di qualche tempo dopo) mostra comunque un’attitudine a contrastare la mancanza di libertà, sia pure in modo ingenuo.

Insomma, analizzare Tintin e Hergé è cosa complessa, da non liquidare in due parole. Ma temo sia poco divertente per gli italiani, che non ci sono cresciuti insieme. Altri sono i riferimenti nostrani: Jacovitti, per dire e tanti altri che, pure loro manco a dirlo, si sono “sporcati le mani” nel periodo in cui i nostri predecessori le mani pulite le avevano di rado, dal punto di vista del comportamento “politicamente corretto” e il rispetto della diversità era prerogativa di pochi, pochi davvero. Almeno ci servisse di lezione! Ma a sentire il tono dei TG e della Rete sembra che siano ancora in molti, a voler ripercorre le stesse strade. Quanti, non so. Posso sperare non diventino di nuovo troppi, com’è stato nel non troppo lontano passato. Non sono ottimista, ma sperare posso sempre.

Quello era il testo. La bibliografia cui accenno nel testo citato, non appare lì. Ma è presto fatta: leggere tutte le avventure di Tintin (nuova traduzione Rizzoli/Lizard e anastatiche in francese delle prime edizioni), leggere tutto il resto fatto da Hergé (ce n’è un bel po’…). Leggere le principali biografie fatte sulla base della documentazione, completa di carte personali e interviste a chi c’era, uscita negli ultimi anni: quella di Peeters, quella di Goddin, quella di Assouline e le interviste dirette di Sadoul (se ne può sentire l’audio nel documentario su Hergé di qualche anno fa). Utile anche la bibliografia di Soumois e la serie completa di Goddin “Chronologie d’une oeuvre”. Vuoi parlarne con me?!… Scherzi? Io avrei davvero altro da fare… Ok, va bene, proprio perché sei tu, ma solo dopo che hai letto tutto quel che ti ho consigliato, così non perdiamo tempo con frasi fatte e pregiudizi inutili, va bene? Bene. Intesi.

Voi! Tutti!

generalizzazionemuraria

Slogan da muro stradale nel centro di Torino. Sì, una delle tante, infinite semplificate generalizzazioni murarie che rappresentano lo sfogo personale di qualcuno, o il progetto “politico” di qualcun altro, o altro ancora. Già. Ognuno può aggiungervi (o sostituirvi) la categoria che, per motivi personali o apparentemente collettivi, gli sta sul gozzo. Il tutto, fa pendant (sia pure con le dovute differenze), con la scrittura estrema, volgare o violenta, qualunquista o massimalista, totalitarista o integralista, razzista o sessista, o altro *ista a piacere (o anche solo stupida e ignorante fin nel midollo), che, ad oggi, gira ancora tanto in rete, dove il “nemico” non ce l’hai mai davanti fisicamente e non può risponderti in faccia, o darti un grosso pugno sul naso facendolo pateticamente (e pericolosamente) sanguinare.

Generalizzare è odioso, oltre che idiota, imho. I giornalisti, i politici, i parlamentari, gli idraulici, i tassisti ecc. Che idiozia disgustosa! Semmai “alcuni” fan questo, altri fan questo altro, quello la pensa così e quell’altro non ha tutti i torti e così via… Ma tutti? Ma dai! Idiozia solenne e vagamente criminale, per giunta fin troppo vigliaccamente facile da praticare.

Con ragionamenti simili del genere potremmo, giusto per fare un banale esempio contemporaneo, dire che “i parlamentari (tutti) del M5S (o chi vuoi tu) sono dei fannulloni (dal primo all’ultimo), che non producono niente che mi interessi (anzi non producono proprio niente di utile), che scaldano le poltrone del Parlamento prendendo uno stipendio da favola che pago io coi miei soldi delle mie tasse, che tirano pure a farsi belli vaneggiando di “beneficenza” dal loro stipendio verso un improbabile Fondo per l’Imprenditoria (ma quali imprenditori ne dovrebbero beneficiare? i lori amici e parenti? o gli amici e parenti dei loro boss?), beneficenza fatta coi miei soldi sempre quelli delle mie tasse! E se io non volessi fare beneficenza, ma fare un regalo ai miei figli? E se volessi fare beneficenza, ma ad Emergency e non agli imprenditori? Mi rendano i miei soldi e che se ne vadano a casa loro a lavorare davvero, invece di vivere alle mie spalle, facendo i loro sporchi interessi, che poi chissà quali sono in realtà! E, inoltre, mandiamoli davanti al tribunale del popolo, che cadano delle teste e servano da esempio per tutti!” Eccetera, eccetera, eccetera.

Hai visto com’è facile, generalizzando, criminalizzare alla rinfusa e seminare odio e violenza? Uno scherzo.

Ma non è uno scherzo, ciò che ne risulta. E’ una schifezza odiosa e pericolosa. Ma finché non tocca la “tua” categoria, finché non finisci anche tu nella lista nera, farai finta di niente?

TopolinoGiornalista
Per la cronaca, negli anni trenta del secolo scorso, Mickey Mouse intraprese la professione di giornalista. Di conseguenza, anche lui era finito in una lista nera, quella della criminalità organizzata, che ce l’aveva con tutti i giornalisti che ne non parlavano bene (della criminalità organizzata, ovvio).

Prendere la vita con leggerezza

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Ne parlava Italo Calvino, con un’accezione positiva, e non sarà certo stato l’unico. In fondo, a suo modo, anche il Magnifico Lorenzo si rendeva conto che la vita va presa, oltre che per quel che è, con una certa leggerezza, tanto più che “del doman non v’è certezza”, o quanto meno, l’unica certezza sembra essere la disaggregazione degli atomi aggregati del nostro corpo.
Ma chi avrebbe potuto essere particolarmente vicino a quella sana filosofia di vita era, a mio avviso, il Paperino di Carl Barks. Anche se poi il suo carattere, vagamente ciclotimico all’epoca, lo portava troppo spesso a gettarsi (o trovarsi coinvolto, o a farsi coinvolgere) in mille avventure movimentatissime, in decine e decine di mestieri diversi praticati di solito con successo e abilità particolare pur se complicati, frenetici o faticosi, o a prendersela oltre misura per cose per cui non val proprio la pena, salvo tornare, alla fine, alla sua lievità di fondo. E non mi riferisco alla sua saggia tendenza al riposo (però più desiderato che praticato, nelle vivaci storie di Barks, essendo di fatto tutt’altro che uno scansafatiche), ma proprio alla sua filosofia di vita, che gli consente di godere delle piccole cose, pur puntando spesso molto in alto.

Personalmente, a prendere la vita per quel che è, e con leggerezza, ci ho messo molto. Anzi, troppo, ma va considerato che sono stato un de-mentalista per molti decenni, e questo non aiuta…

Che poi, uno si chiede, ma a che scopo cercar consolazione in fantasie arzigogolate (che siano religioni, superstizioni, esoterismi, complotti e altre simili amenità) quando la Meraviglia della Vita è costantemente sotto i nostri occhi, anzi, a portata di tutti e cinque i nostri sensi (che, per la cronaca, sono più di cinque). Insomma, perché cercar rifugio in supposti sesti, settimi e ottavi sensi, quando spesso non si gustano a fondo nemmeno i cinque sicuri che abbiamo a disposizione quotidianamente? Forse il motivo è il solito: siamo dotati di cervelli fantastici ma decisamente imperfetti e spesso pure mal funzionanti. Per cui facciamo un sacco di scelte assurde e sconvenienti, invece di goderci la Meraviglia che abbiamo sotto il naso.

popeye_yam1Per non parlar della riduttività di affibbiare a un deus ex machina la creazione (e/o la gestione e/o altro, a seconda dei gusti, dei tempi, dei luoghi, delle varie credenze) dell’universo, quando è molto più emozionante limitarsi ad ammirare l’esistente, senza frullarsi il cervello per inventare risposte che al momento non abbiamo o non siamo in grado di trovare. Un meraviglioso universo con meravigliose forme di vita sparse qua e là, non create da uno che, essendo onnipotente, onnisciente e onniqualunquecosa, la fa facile a creare universi: è un Dio! Molto più impressionante e magnifico è il pensiero che non ci sia alcun Creatore Supremo dietro tutto ciò. Ma de gustibus: tanto quel che noi crediamo non conta proprio nulla. La realtà non muta per far piacere a noi. E’ quel che è, e questo è tutto quel che è (sì, sto citando Braccio di Ferro).

Assurda, inutile e altrettanto quasi irrefrenabile, la nostra necessità di mettere etichette a tutto, forse solo per sentirci più “sicuri”, più “padroni” della nostra vita. Pia illusione necessitata da profonda insicurezza, direi, a naso.
Non basta appiccicare l’etichetta “Dio”, o qualunque altra, a quel che non ci quadra, per sistemare le cose a nostro piacimento e consolazione. Forse dovremmo imparare a etichettare umilmente solo quello che siamo davvero capaci di “capire”, di “scoprire” sul serio, e lasciare senza etichetta ciò che (ancora) ci sfugge, limitandoci, nel frattempo, a godercelo. Se poi la ricerca avrà successo, metteremo con soddisfazione una nuova etichetta, a solo nostro uso e consumo naturalmente (giacché alla Realtà non servono etichette per esistere), altrimenti, semplicemente, andiamo avanti con determinata leggerezza a goderci l’universo meraviglioso di cui facciamo parte e, se ci diverte e ci fa piacere, a cercare di svelarne gli altrettanto meravigliosi meccanismi.

Tanto più che spesso mettiamo etichette sbagliate (oltre a quelle inutili o superflue), perché, invece di affidarci a una ricerca seria e approfondita e più volte sottoposta a verifica secondo un metodo scientifico, etichettiamo sulla base delle nostre personali percezioni, famose per essere, oltre che facilmente ingannabili, tutto men che assolutamente precise e infallibili… Che tontoloni, eh? Yuk!

Come, non ti è chiaro?
Ti faccio un esempio. Vieni a fare una seduta spiritica con me e il tavolo rotondo che usiamo all’uopo a un certo punto salta su violentemente, per ricadere e spaccarsi. Data l’atmosfera complessiva in cui eravamo, e la fiducia che hai (mal) riposto in me, tu, invece di farmi pagare i danni per il tavolo rotto, ti convinci che abbiamo davvero evocato una entità sovrannaturale che ha causato il danno (e, per giunta, non sai come fare causa a uno spirito disincarnato…). Visto come è stato facile ingannare le tue percezioni, dirigerle verso una conclusione irrazionale e (volutamente) condizionata? Ci hai persino messo del tuo, per convincerti della concretezza di quel che, invece, era solo un facile imbroglio, perché, in fondo, dentro di te volevi con tutte le tue forze che esistesse davvero, un’entità disincarnata e tutto quel che ne consegue. “Siamo fragili creature, come dice spesso Gianfranco Goria…” E tu sei persino uno con il cervello normo funzionante, nella media. Pensa uno (come son stato io per lunghi decenni) con la chimica del proprio cervello vagamente sfasata qua e là (per mille diversi motivi, tutti molto concreti e scientificamente verificabili, purtroppo). Non così tanto sfasata da sembrare un pazzo (o da essere davvero molto fuori di testa), ma quanto basta per avere di tanto in tanto qualche percezione alterata, per dirne solo una. Quanto basta per poter poi credere (anzi, per voler credere) a qualsivoglia cosa, dimenticando (intenzionalmente? involontariamente? condizionatamente?) di sottoporre ogni faccenda a una seria ricerca con metodi scientifici, fatta da persone terze e non coinvolte emotivamente. “Chiamate la Scientifica!”

Oh, per carità, lo so benissimo che molto spesso si ha bisogno di irrazionalità e fantasia. Solo che dovremmo poter distinguere, e non sempre e non tutti ci si riesce… “siamo fragili creature”.

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Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore – Italo Calvino

Fumetti da Partigiani

FumettiPartigiani

Ieri abbiamo festeggiato il 25 Aprile al rifugio partigiano Detto Dalmastro, in Val Maira. La giornata era piovigginosa e inadatta alle belle foto, tuttavia ho fatto la consueta raffica. Tra le tante, ecco quella al bel volume di Gaspa e Niccolai (con interveniti di Giorello e Boschi), Per la Libertà, dedicato ai fumetti sulla Resistenza. Consigliato. Fa piacere trovarlo in un rifugio dei partigiani… Dove, peraltro, c’è anche un volumetto firmato Ghigliano e Tomatis, per dire… Per vedere tutte le foto, belle e brutte, fatte al rifugio, fai click qui. In quei locali ci starebbe bene una piccola mostra permanente con una selezione di fumetti a tema, non trovi? Magari fatta alla buona, senza tante pretese da “esperti”. Insieme a salumi e formaggi e del buon pane e vino. Da parlarci su mangiando e ricordare.

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Ricordi di medium, u.f.o. e para scienza

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Era, molto probabilmente, l’anno de Il segno del comando, lo sceneggiato televisivo che la RAI diffuse nel 1971 (inquietante: “Il tema trattato è inusuale per i tempi: si parla di occultismo, di esoterismo, perfino di reincarnazione e l’alone di magia e mistero che si crea è tale da suggestionare tutta la troupeclick qui). All’epoca ero un ragazzino che aveva già “frequentato”, per parecchi anni, diversi degli ambienti “misteriosi” e spirituali di Torino e, al momento, mi occupavo di ‘ufologia, anche se le colonne antiche del posto in cui mi stavo recando quella notte, nel centro della città magica, con in testa le atmosfere di quello sceneggiato (e la famosa canzone della sigla) contribuivano a un ritorno di interesse esoterico, con un vago brivido per la schiena. Ovviamente ero in anticipo, per l’incontro del Centro Ufologico, e, prima di quello, toccava, in quella saletta nel retro di una antica chiesa, alla sensitiva Libia. In realtà il suo nome era Anna Bertelli, ma la sua storia personale la portò ad assumere quello di Libia Martinengo (click qui). Ti risparmio i dettagli, ché si trovano facilmente in rete. Interessante è che quella sera un anziano signore si alzò per ringraziare pubblicamente Libia, perché lei aveva parlato con sua moglie, morta, e la cosa, manco a dirlo, lo aveva enormemente consolato. Non posso sapere se Libia avesse davvero la capacità di parlare con gli spiriti dei defunti, o facesse finta, o fosse in buona fede convinta di poterlo fare e, nel caso specifico, non è nemmeno così importante saperlo. Il fatto è che aveva consolato un uomo, dandogli la “certezza” che la vita non finisce col mutamento che noi chiamiamo morte, e che il suo amore non si era dissolto col dissolvimento del corpo. Tanti sono i limiti del nostro cervello, tante le conseguenze dei suoi limiti, alcune sgradevoli, altre piacevoli. Alcune sono disastrosamente dannose, altre favoriscono la nostra creatività. Tant’è: tutto passa inesorabilmente di lì. Io cosa avevo visto quella sera? Un’imbrogliona che aiutava la gente? Una malata mentale che viveva una realtà tutta sua, alternativa? Una interessante variante del nostro cervello? Chissà. Quell’uomo, comunque, stava vivendo un momento di felicità. Di più non posso dire.

Un’altra conferenza sugli ufo, un altro anticipo, un altro finale di un incontro precedente. Quello dei seguaci di un movimento para-scientifico, legato evidentemente al mito (più che alle invenzioni) di Nikola Tesla (click qui), che stavano progettando per qualche tempo dopo (qualche settimana, mi pare) una eclatante dimostrazione pubblica delle straordinarie macchine elettromagnetiche che avevano costruito: l’intera città di Torino si sarebbe fermata! Ogni motore si sarebbe bloccato, istantaneamente e contemporaneamente, e, finalmente, tutti avrebbero creduto loro! E vaaai! Si diedero appuntamento per non so bene quando, non ricordo dove e uscirono tutti entusiasti, pronti a godere del loro momento di gloria. Che non ci fu mai, visto che quel black out dimostrativo non ha mai avuto il successo sperato. Poverini. Chissà che delusione. Li capisco. Anch’io, molti anni prima, da bambino, avevo costruito, con pezzi dei miei giocattoli e pattumiera varia, un aggeggio in grado di controllare il tempo atmosferico e, ahimè, non ha mai avuto successo. Ma ero un bambino e facevo finta che funzionasse davvero perché, come tutti i bambini, sapevo bene che era solo un gioco. Finito quello si passava ad altro. E a un altro. Ma tutti quegli adulti che con tanta pazienza avevano costruito i loro “giocattoli”, come l’avranno presa, l’inevitabile disfatta? Chissà.

E le conferenze sugli ufo, mi chiedi? Quelle erano una cosa seria. Non ricordo che nessuno abbia mai portato un’antenna verde o robe simili. Si faceva il punto sui vari avvistamenti, su quelli che venivano chiariti, su quelli su cui restava qualche dubbio. Tutto qui. Niente alieni, niente rapimenti astrali, niente civiltà extraterrestri, niente baggianate per polli (per quanto divertenti). Semplice studio e ricerca di oggetti volanti non identificati. Come quelli che vide mia mamma, nel cielo di Torino sopra casa nostra, un pomeriggio d’estate stagliarsi luminosi contro nuvole nere e poi partire di botto, prima il primo del gruppo, subito dopo tutti gli altri, velocissimi, in blocco. Era qualche anno prima e io stavo giocando nei prati sotto casa con gli amici; mia mamma, dal balcone, cercò inutilmente di farmeli vedere: ero distante, non capii subito e l’angolazione non era nemmeno favorevole. Peccato: avrei avuto qualcosa da raccontare, in seguito, al centro ufologico, invece… [Nel disegno in cima al post, una macchina per controllare il tempo, funzionante… almeno nell’episodio S.O.S. Meteore della serie di Jacobs Blake e Mortimer.]

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