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L’odio urla. L’amore sussurra.

“L’odio urla. L’amore sussurra.”

Sorridi – foto Gianfranco Goria – ovviamente è Xena

Così ho scritto, qualche tempo fa, a una persona ferita dall’odio sparato in rete. Purtroppo chi fa mestieri che lo espongono particolarmente al pubblico e ai suoi umori (attori, cantanti, fumettisti ecc.), è facilmente oggetto di attacchi feroci da parte di chi, nella propria pochezza mentale, ha bisogno di essere cattivo, di far del male, per compensare un tormento interiore o chissà cos’altro (questo è campo per neurologi et similia, ovviamente). Attacchi prontamente replicati da simil persone (che forse necessitano di non sentirsi sole, di sentirsi parte di un gruppo, sia pure di persone odiose), che sembrano essere sempre tantissime, rispetto a quelle che mostrano apprezzamento o affetto.

Manco a dirlo, la cattiveria e l’odio si fanno notare enormemente di più degli apprezzamenti e dell’amore. Ho cercato di esprimerlo in sintesi con la mia semplice frase d’apertura.
Effettivamente penso che le persone mediamente buone siano l’assoluta maggioranza nel mondo (viceversa ritengo che ci saremmo già estinti) e che, di solito, non sentano la necessità di urlare ai quattro venti, perché l’amore sussurra, quindi si sente di meno, e vive di azioni non di parole. O, forse, ci vuole un “udito” più raffinato per sentirlo.

Penso che la maggior parte delle persone con una mente mediamente sana, provi tenerezza per gli occhietti dolci di una creaturina, che si tratti di figli propri o altrui, o di animali, o di bei paesaggi ecc. Tenda a proteggere chi è indifeso e debole. Capisca cosa vuol dire voler bene ai propri cari. Eviti di far del male se non costretta.
Con tutti i normali difetti che può avere, una persona dalla mente mediamente sana, capisce l’amicizia, l’amore, l’affetto, il piacere della bellezza, dei bei posti, delle cose buone… Sa piangere e ridere.

Una persona così, con una mente mediamente sana e semplice, non può non capire le cose semplici ed essenziali della vita: affetto, protezione, tenerezza, cooperazione e collaborazione, empatia e solidarietà… Gli istinti antichi che servono alla sopravvivenza della nostra specie.

Persino le persone male istruite, guidate da cattivi maestri (talora persone, questi, seriamente malate di mente, e che dovrebbero curarsi con cura, se possibile), messe di fronte alla semplice realtà delle cose umane più basilari, dovrebbe capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male davvero (al di là delle fisime religiose, politiche, settarie ecc.). A volte, se si è mediamente sani di mente, basta avere di fronte l’altra persona e guardarla negli occhi.

La cattiveria e l’odio si sono sempre espressi, anche quando non c’era la Grande Rete. Certo, ora è molto più semplice ferire altre persone a distanza. Soprattutto può mancare lo sguardo negli occhi, eh sì. Quello che aiuta le persone “normali” a capire che ci sono cose più importanti e utili e belle della rabbia e dell’odio. Quello che aiuta a capire che l’altro è proprio come te, anzi… sei proprio tu.

Tuttavia, va da sé, ci sono anche persone la cui mente non è “mediamente sana”, ma abbastanza malata… Da curare, come dicevo, ché magari la si recupera. Ma oggi non è questo il punto che volevo dirti. Il punto è che la stragrande maggioranza degli esseri umani, io credo sia mediamente buona, con tutti i suoi limiti umani. L’odio fa molto rumore e allora facilmente sembra tanto. L’amore invece sussurra e allora bisogna avere l’udito fino. Io penso che se riusciamo a fare uno sforzo, possiamo sentire i sussurri e capire che sono incredibilmente più delle urla.

Sicuramente non basta a risolvere tutto, su questo pianeta. ma forse basta a non far mai morire la speranza di poter costruire, un mattoncino alla volta, un mondo (cioè un’umanità) migliore. Col nostro (tuo, mio, suo) piccolo contributo. Un sorriso alla volta.

O se necessario, una pastiglia alla volta… 😉 (“cu ‘na custata fiorentina, mortadella dduie panine, cu’nu miezo litro ‘e vino, nu caffe’ con caffeina“)


io cammino ogne notte
io cammino sbariando
io nun tengo mai suonno nun chiudo mai
ll’uocchie e nun bevo caffè
va te cocca siente a mme
va te cocca siente a mme
‘na perziana ca sbatte
‘nu lampione ca luce
e nu ‘mbriaco ca dice
bussanno a’na porta madonna cunce’
‘a tre mise nun dormo cchiu’
‘na vucchella vurria scurda’
gente diciteme comme aggia fa

pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pe me fa addurmi’ pe me fa scurda’
il mio dolce amor
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pe me fa senti’ come un gran pascia’
e mi inebria il cuor
dint’e vetrine’e tutte’e farmaciste
la vecchia camomilla ha dato il posto
alle palline ‘e glicerofosfato
e bromotelevisionato grammi zero zero 3
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pigliate

‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pe me fa addurmi’ pe me fa scurda’
il mio dolce amor
pigliate ‘na pastiglia
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pe me fa senti’
come un gran pascia’
e mi inebria il cuor
dinte’e vetrine’e tutte’e farmaciste
la vecchia camomilla ha dato il posto
alle palline ‘e glicerofosfato
e bromotelevisionato dittiti’
bicarbonato borotalco e seme ‘e lino
cataplasma e semolino
‘na custata fiorentina
mortadella dduie panine
cu’nu miezo litro ‘e vino
nu caffe’ con caffeina
grammi zero zero tre ueh
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pigliate ‘na pastiglia siente a mme
pigliate ‘na pastiglia siente a mme’

Post pubblicato 2 settimane fa alle 18:34, sabato 8 luglio 2017.
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Musica e Parole

C’è musica che mi fa muovere per forza, c’è musica che mi fa piangere, c’è musica che mi fa ridere, c’è musica che mi fa venire i brividi nella schiena…

Pogo direttore d’orchestra, by Walt Kelly.

Un esempio? La mia lista:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLSgXtlp9U81omygIQNK1E_XjdRS0bpFuG

E mi fa riflettere anche se non voglio: cosa siamo noi umani (che produciamo parimenti merda e amore), cosa sono io? Cosa, non chi.
Ovviamente non lo so (a parte la banale risposta: animali, che non dice nulla, in realtà, di cosa siamo, anche perché è solo una delle nostre tante etichette che usiamo per cercare di capire il mondo in cui siamo insieme a tutte le forme di vita possibili di cui ci cibiamo e di cui siamo cibo in questo continuo rimescolamento di atomi che chiamiamo Vita…).
Con tutti questi anni alle spalle, praticamente con un sacco di vite diverse vissute, con una quantità di esperienze bizzarre da far la gioia di qualunque neurologo (o di un fissato di robe extrasensoriali, a piacere), con affetti e prole cui avrei voluto dire cose che non sono mai stato capace di dire (ché, nonostante sia logorroico, non le so dire a parole neanche a me stesso, e le avessi dette a parole avrei dovuto aggiustarle nel tempo, perché le parole non ce la fanno proprio a dire quel che c’è davvero da dire) alla Cat Stevens in Father and Son, per dire (ma le mie canzoni non arrivano così dentro, mi sa), a forza accontentandomi di esistere con loro nei miei limiti, sperando che qualcosina arrivi comunque… Con tutto questo e altro ancora, non so cosa sono. E forse non ha nessuna importanza.
Ma non si può mai dire… 🙂

Vai Bruce!

Post pubblicato 6 mesi fa alle 12:02, venerdì 20 gennaio 2017.
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Dedicato a chi lascia la propria terra

“American Land” – Bruce Springsteen

What is this land America so many travel there
I’m going now while I’m still young my darling meet me there
Wish me luck my lovely I’ll send for you when I can
And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees
And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees
Gold comes rushing out the rivers straight into your hands
When you make your home in the American Land

There’s diamonds in the sidewalk the’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

I docked at Ellis Island in a city of light and spires
She met me in the valley of red-hot steel and fire
We made the steel that built the cities with our sweat and two hands
And we made our home in the American Land

There’s diamonds in the sidewalk the’s gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis, too
The Blacks, the Irish, Italians, the Germans and the Jews
Come across the water a thousand miles from home
With nothin in their bellies but the fire down below

They died building the railroads worked to bones and skin
They died in the fields and factories names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago they’re still dyin now
The hands that built the country were always trying to keep down

There’s diamonds in the sidewalk the gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There’s treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land





E ce ne sono ancora tante altre versioni…

Post pubblicato 1 anno fa alle 11:16, mercoledì 18 maggio 2016.
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Musica e parole. Eh.

Moltissimi anni fa, praticamente un’altra vita, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del millenovecento, noi si suonava e scriveva musica e testi per il gruppo nato (come usava all’epoca) sui banchi di scuola. Yeah.

Gianfranco 1970
Sì, ero così, quando suonavo coi miei amici.

Un giorno, mi pare in concomitanza con uno dei nostri concerti, il nostro flautista (o era il percussionista? E’ passato tanto di quel tempo… ma erano bravi tutt’e due, loro – io decisamente meno) si lasciò sfuggire quello che per lui era il titolo di uno dei nostri brani: “Il male della gioia”. Va da sé che scoppiammo a ridere, cercando di spiegargli che il titolo era sempre stato, ma proprio sempre, fin dall’inizio, “Il mare della gioia”… Alla fine capì, accettò, e continuò a suonare bene esattamente come prima, come niente fosse. Ovviamente. Eh.

Per carità, la distanza fra la L e la R, glottologicamente parlando, non è un granché (c’è una piccola differenza nel posizionamento della lingua sui denti davanti), tanto che, per secoli, ha segnato la differenza tra Cina e Giappone, per quanto riguarda la tradizione fonetica, laddove la R veniva pronunciata più come una L e appena al di là del mare succedeva l’esatto contrario, con la L pronunciata come fosse una R. Poco male, se comunque ci si capisce. Perché questo, in fondo, è il punto. Eh.

Ma quando il senso cambia del tutto? Buffo, eh? Il linguaggio che contava davvero, per il nostro compagno, era quello della musica, non le parole. Con quello non faceva errori, no. Eh.

Poi c’è il caso in cui alle parole si dà un significato diverso a seconda della persona cui sono attribuite. Idiozia, vero? Certo, si annulla il raziocinio, momentaneamente. A volte anche per più di un momento, purtroppo.
Così può capitare che se un bambino dica “far del male, è male“, ci si rida su. Se la stessa identica frase è attribuita a uno cui (a priori) diamo credito, la inquadriamo (e, ahinoi, verrà sparata in rete in bocca a un pupazzetto o con dietro un bel panorama o la figura di quella persona, magari con aureola, o magari con la figura di un’altra persona che non c’entra nulla…).
Chi l’ha pronunciata, questa frase? Einstein? Il Profeta? Newton? Buddha? Hawking? Gesù? Rita Levi Montalcini? l’A.I. che risponde per conto di afNews.info? Un bambino? Un capo religioso? Uno che dice banalità? Un genio? Un malato mentale? Te lo dico in fondo al post… Eh…

Ecco, il punto, qui, è che non ha nessuna importanza chi lo ha detto. Conta solo come quelle parole agiscono su di te. Come ci ragioni su. Come ti cambiano, se ti cambiano (ma un po’ ci cambia qualunque cosa, mi sa). Eh.

Se pensi le abbia dette uno in cui “credi”, annulli il raziocinio e le prendi per buone, a priori. Se ignori chi le abbia pronunciate, e perché, e in quale ambito, forse hai più possibilità di analizzarle con raziocinio. Direi. Tu che ne pensi, eh?

Prendi una frase del tipo “Ogni infedele uccidere, no amare, che tu faccia, Egli vuole.“, se pensi l’abbia detta qualcuno in cui credi, sospendi il raziocinio e la consideri cosa sacrosanta. Se l’ha detta qualcuno che non conosci, la valuti, ci ragioni su e concludi che è una scemenza, pericolosa per la convivenza civile e per la stessa sopravvivenza della specie umana.
Tanto più che “infedele” che cavolo vorrà mai significare? Può avere un senso diverso per ciascuno, a seconda delle proprie credenze o non credenze, e persino del contesto.
Per non parlar del fatto che la frase può essere stata trascritta in modo sbagliato (è sempre successo alla grande – persino dal vivo, pensa al mio compagno di band, figurati su testi vecchi, trascritti mille volte)… “Ogni infedele uccidere no, amare, che tu faccia, Egli vuole.” ed è già un’altra cosa. Una virgola… Eh…

Con le parole è così. A volte basta una virgola. Troppo spesso basta sospendere il raziocinio. Per sicurezza (di tutti, anche tua) sarebbe meglio non sospendere mai del tutto il raziocinio e analizzare le parole come se non sapessi da dove arrivano. Non è facile, eh?
E ci sono anche i sentimenti, certo, e le emozioni, e la chimica del cervello (che è quel che è, si sa), siamo umani, fragili creature, ma occhio alle parole, ché possono essere armi assai affilate. Eh.

Musica - foto Gianfranco Goria - afnews
Il linguaggio della musica – foto Gianfranco GoriaMusica – foto Gianfranco Goria – eh.

Sì, la frase citata è mia. L’ho scritta poco fa, apposta per questo post.
E allora? Che differenza fa? Di per sé ha senso o no? Ti dice qualcosa? Ti cambia? Non ti cambia? E chi sono io? E cosa sono io? Eh? Eh… Ehehehhehehhehehhehhehehehe!

Post pubblicato 2 anni fa alle 11:51, venerdì 8 gennaio 2016.
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Les Indes galantes – Les Sauvages

mera 8 1984
Un esempio della visione ingenua (non priva di svariati errori storici) dei Nativi Americani in terra di Francia (e non solo), a scopo di divertimento: zona-bede.blogspot.it/2014/05/umpah-pah-il-primo-successo-del-walt.html

“… un quarto atto, intitolato Les Sauvages, era stato aggiunto, permettendo a Rameau di riutilizzare la famosa aria dei Selvaggi che egli aveva scritto nel 1725 in occasione di una visita a Parigi di alcuni capi indiani americani e che era poi stata inclusa nelle Nouvelles Suites de pièces de clavecin (1728)…” [Leggi la descrizione completa su Wikipedia: click qui]

Mi sa che siamo finiti nella musica barocca, o sbaglio? Acchiappa, però, eh?… Forse bisognerebbero immaginarselo all’epoca (siamo nel 1700 e il politicamente corretto era fantascienza, oltre alla difficoltà di trovare decenti approfondimenti sulle culture non europee), con l’Autore che resta colpito dalle danze e dalle sonorità di popoli lontani e le incorpora, a modo suo (non senza una certa ingenuità, si potrebbe pensare, riproposta para para in questa versione teatrale che direi rende bene l’idea di quel che avrebbe dovuto essere all’epoca), in una di quelle opere buffe intese solo a dare divertimento, allegria e ritmo al pubblico. Insomma, va decisamente contestualizzato (oltre che tradotto il testo e considerato il tutto nell’insieme dell’opera completa), altrimenti a qualcuno potrebbe sembrare solo una presa in giro.
La musica, naturalmente, la si può ascoltare decisamente a lungo a ciclo continuo senza stancarsi e a me piace l’inserimento dei rumori di scena, dall’uso del tamburo e dei sonagli a quelli della coreografia.

Qui di seguito  l’intera opera senza balletto e senza testi.

E qui con tutto quanto insieme:

Post pubblicato 2 anni fa alle 8:12, lunedì 13 aprile 2015.
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Musica dal vivo, distribuita in punti diversi della città

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Un bel po’ di tempo fa ho immaginato la realizzazione di un evento musicale particolare. Una esecuzione “distribuita” in un centro città. Un gruppo che suona un brano insieme, ma ogni componente del gruppo è un in posto diverso: sono collegati in wireless. Il chitarrista è in Piazza Castello, il bassista in via Roma, la cantante in via Po, il batterista in via Garibaldi ecc. Accanto a ciascuno ci sono gli amplificatori che diffondono il suono del suo strumento e, insieme (adeguatamente regolato), quello degli altri musicisti. I passanti sentono il brano completo in ogni punto, ma hanno un solo esecutore davanti. Possono andarsene a cercare l’altro e poi l’altro, o sentire tutto da uno e poi andare da un altro per il brano seguente, a piacere. In ogni caso l’intera esecuzione è tutta dal vivo e in diretta (non c’è base registrata), per cui ogni volta è un’esperienza unica. Che trovata, eh?

Certe idee mi vengono così… Pregasi fare un versamento per i diritti di autore, grazie.

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I disegni sono naturalmente di Walt Kelly.

Post pubblicato 3 anni fa alle 11:14, domenica 4 gennaio 2015.
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Cannibali sul Treno

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Mark Knopfler è uno dei tanti muscisiti che sono apparsi nella serie dei Simpson

Queste versioni di questi brani di Mark Knopfler mi piacciono assai perché eseguite insieme all’incredibile Sonny Landreth, che con la sua chitarra aggiunge un extra particolare. Ti aggiungo anche i testi, perché, visto che ci sono, è bene sapere cosa si sta dicendo, no? Spero ti piacciano.

Mark Knopfler – Cannibals

Well he’s daddy’s little boy he plays with his toys
He holds on to his daddy’s hand
His daddy says Sonny you’re a big strong boy
You’re gonna be a big strong man
And they go play catch they go play ball
They go take a walk along the sand
Big strong daddy and a big strong boy
Living in a big strong landDaddy is he a goodie or a baddie
Daddy can I have a dinosaur
Once upon a time there were cannibals
Now there are no cannibals any moreDown in Louisiana there’s a hurricane coming
The little boy climbs the stairs
And all along the levee all the people come running
And the little boy’s saying his prayers
And a sleepy little laddie smiles up at his daddy
And he’s asking for his G.I. Joe
And daddy tucks him in with a kiss upon the chin
And says my little one I love you soDaddy is he a goodie or a baddie
Leave a light outside the door
Once upon a time there were cannibals
Now there are no cannibals any more

Lay down your head now don’t get out of bed
Don’t you let the bedbugs bite
It’s time to go to sleep now not another peep
And I’ll see you in the morning light
And then the radio was playing and the weatherman was saying
The hurricane had blown away
And daddy’s little boy was jumping up for joy
And he was singing at the break of day

Daddy is he a goodie or a baddie
Daddy can I be a warrior
Once upon a time there were cannibals
Now there are no cannibals any more

Yeah daddy is he a goodie or a baddie
Daddy why do people go to war
Once upon a time there were cannibals
Now there are no cannibals any more

Mark Knopfler – Gravy Train

Well they fly past the ghettos and the factories
Ridin’ on the gravy train
Leaving all the places that they really ought to brave
Ridin’ on the gravy train
Past the coal mines black and scarred
Starter houses in the loading yard
On the gravy train, on the gravy train

There’s the lucky little mothers in their luxury cars
Ridin’ on the gravy train
Never thank each other or their lucky stars
Ridin’ on the gravy train
That’s worse than ingratitude
Worse than a piss poor attitude

On the gravy train, gravy train

Well the hanger-uppers and the hangers-on
Ridin’ on the gravy train
Champagne suppers with their daggers all drawn
Ridin’ on the gravy train
Some act tough, some act rude
Some bit of fluff complain about the food
You wanna see somebody getting really rude
Get on the gravy train, gravy train

Well the golden goose is clattering-a-down the track,
And they’re gonna be ridin’ in an old caboose
Coming back

There’s the soldiers of fashion on the hit parade
Ridin’ on the gravy train
Tongue lashing with the bitch brigade
Ridin’ on the gravy train
Free loader licks my boots
Tells me how he digs my suit
You got lucky son, don’t get cute
Get on the gravy train

Post pubblicato 3 anni fa alle 20:35, sabato 6 dicembre 2014.
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Una chitarra, cento emozioni

MarkKnopfler1stGuitar
La vecchia prima chitarra di Mark Knopfler adolescente era solo una imitazione a basso costo…

Ascolto Mark Knopfler parlare della sua prima chitarra da quattro soldi… senza amplificatore (costava troppo). Mark la suonò per un bel po’ così. Poi con un cavo la attaccò alla radio di casa… Aveva 15 anni e naturalmente quella chitarra dormì con lui. Imparò da autodidatta, provando a casaccio…


Come lo capisco… Pur senza essere mai diventato come lui, la mia storia personale con la chitarra è stata molto simile. La ricordo benissimo la mia prima chitarra (acustica, sì).

eko_junior
Era una cosetta simile a questa: quanto l’ho amata! Purtroppo non ce l’ho più, ma questo è un altro episodio vagamente triste di cui parleremo un’altra volta, ok? Peraltro anche il mio sitar ha visto le sue.

Che sensazioni! Che emozione! Meraviglia Stupore Gioia! Un compleanno incredibile. Laura Negro, squisita signora che era gentile persino coi cerebrolesi adolescenti come me, doveva aver notato che perdevo le bave dietro la chitarra che suonavano i suoi figli, Luca e Chiara, affascinato dai suoni che potevano venir fuori da un po’ di legno e qualche corda. Così, ignaro e ignorante, quel giorno mi ritrovai fra le mani una cosa del genere e fu come mi fosse cascato addosso il Paradiso. La notte la chitarra dormì con me, ovvio. Le mie dita cominciarono a far male. Ma… wow! Davvero usciva musica quando le mie mani ci saltellavano su, e non era come ascoltarla, oh no, era… era… era. Non importa quanto fosse approssimativa e quanto io col tempo imparassi a usare l’oggetto a modo mio, da autodidatta innamorato, in mille modi non canonici: le vibrazioni da lì al mio corpo erano talmente… talmente… talmente. No, non ho parole. Grazie, Negro’s, grazie davvero tantissimo!

Macché, non riesco proprio a dirti le emozioni che provavo: solo a ricordarlo mi viene un groppo in gola e le lacrime agli occhi. Che è poi quel che mi succede ancora, con la musica.

Ok, è vero, non solo con la musica, ma questa è un’altra storia.

Ah, questo è Sonny Landreth, uno che suona proprio come me, ma con risultati diversi…

 

Post pubblicato 3 anni fa alle 8:12, martedì 18 novembre 2014.
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Questa è dedicata a…

Ok ora andate a tempo ragazzi - foto Goria
Ok ora andate a tempo ragazzi

Oggi mi sento in vena di fare delle dediche…


Questa è dedicata a chi pensa che il fare degli altri sia facile:

Questa è dedicata a chi pensa di poter fare tutto da solo:

Questa è dedicata a chi morde la polvere. Ma ce la mette tutta per rialzarsi:

Questa è dedicata a chi si sente bene:

Queste foto animate sono dedicate a tutti:

E grazie per avermi seguito fin qui!

Grazie - foto Goria
Grazie! Grazie!… Mille grazie!
Post pubblicato 3 anni fa alle 12:30, domenica 14 settembre 2014.
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Chi, chi sei tu?

Rolling-Stone-nov-2006
Una valanga di ottima musica, sentita (e a volte suonata) nel corso di tanti, tanti, tanti anni, spesso senza sapere nulla di chi la eseguiva, seguita d’istinto, vibrando all’unisono. Ora lo so, ma è di qualche importanza sapere chi sei tu, per esserti riconoscente?

Lo stesso vale per tutto il resto: film, telefilm, letteratura, fumetto… Anche quando non sapevo chi tu fossi, il mio cuore e la mia mente erano pieni di riconoscenza e affetto. Non sapevo nulla di te, nemmeno il nome, non i difetti, non gli errori, non i limiti, non le cadute e le riprese e le ricadute e le riprese (fragili creature, siamo, tutti, da ogni punto di vista). Nulla. Solo brividi, riconoscenza e affetto. Grazie.

Post pubblicato 3 anni fa alle 8:32, domenica 2 febbraio 2014.
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Johnny Cash – Elvis Preasly

JohnnyCash-EvlisPreasly

Quei simpatici ragazzi si divertivano a prendersi reciprocamente in giro, all’epoca, quando non suonavano insieme…

http://youtu.be/U-iZ4HCS9sg

 

Post pubblicato 4 anni fa alle 11:23, domenica 29 settembre 2013.
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In the Ghetto

elvis-presley-in-the-ghetto

Moltissimi anni fa, all’inizio degli anni settanta, direi, o al massimo alla fine degli anni sessanta, l’amico Cesare San Martino (che era già un brillante musicista, mentre io strimpellavo i miei primi accordi), se la memoria non m’inganna, canticchiava con voce profonda a un altro amico “in the ghetto…”, scherzandoci su, come si fa con le canzoni. Mi rimase in mente, ma non gli chiesi mai da quale brano saltasse fuori. Solo nel 2013 ho scoperto che quella frase era il titolo di una stupenda canzone interpretata da Elvis Presley, scritta da Mac Davis nel 1969. Ci ho messo un po’ ad arrivarci, da non crederci… ma la consiglio assai. Testo da leggere con attenzione.

Post pubblicato 4 anni fa alle 20:09, giovedì 19 settembre 2013.
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