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Toh! Chi si rivede: Topo-san!

2015-07-28-afnews-m20SciarroneSì, la mia vecchia storia (iniziai a scriverla nel 1992, venne pubblicata nel 2002) è davvero ristampata su Topolino Story 23. Ne sono lieto e onorato, anche perché è in ottima compagnia! Topo-San e i guerrieri d’Oriente (disegnata dal bravo e allora giovanissimo Claudio Sciarrone – il mio titolo originario era, più semplicemente, I Tre Samurai, essendo un esplicito omaggio per il prossimo anniversario del grande film I Sette Samurai di Akira Kurosawa) precede, nel bel volumetto, Il segreto di Venezia (di Giorgio Pezzin e Paolo Mottura), Paperino Paperotto e l’antiorologio di Babbo Natale (di Stefano Ambrosio e Donald Soffritti) e Topolino e le pergamene di Alessandria (di Giorgio Pezzin e Massimo De Vita).

Naturalmente ho faticato a trovarne più di una copia: pur essendo uscito presto stamattina, nelle edicole non se ne trovava più un granché. Se non lo trovi in edicola, ti ricordo che puoi acquistarlo in rete, direttamente nella pagina della collana, facendo click qui (sarà disponibile fra un po’) e penso si possa trovare poi anche in qualche fumetteria.2015-07-28-afnews-2015-07-28_091414

Antefatti, misfatti, chicche e dettagli su questo mio vecchio racconto si trovano facendo click qui. La fase creativa è stata lunga e molto sentita. La pubblicazione è stata bloccata per tanti anni e solo un moto d’orgoglio giorna2015-07-28-afnews-38-02listico la sbloccò, infine, nel 2002. I testi che vedi pubblicati non sono esattamente quelli che ho scritto io (la mia sceneggiatura grafica sì, invece, perché venne disegnata con grande entusiasmo e abilità nel 1993 da Sciarrone, che la ritoccò poi nel 2002). Se vuoi leggere i testi originali (che avrei voluto poter riscrivere per adattarli ai balloon, ma invece venne fatto, a mia insaputa, come suol dirsi, dalla redazione), li trovi facendo click qui. Per vedere tutte le differenze fra gli originali (sia dei testi, sia dei disegni) e la versione stampata, puoi fare click qui. Ci trovi anche le due pagine censurate (erano altri tempi…), la tavola 38 e la tavola 39, che chiariscono un aspetto del grintoso comportamento di Minni.2015-07-28-afnews-39-02 Peraltro io stesso, per riuscire a scoprire i tratti psicologici dei personaggi del film che potessero corrispondere a quelli dei miei attori (Topolino, Minni, Pippo ecc.) dovetti procurarmi la copia integrale de I Sette Samurai, quella molto più lunga (nonché in giapponese) in cui c’erano parti (che i produttori tagliarono giusto per fare un “dispetto” al regista) che portavano lo spettatore a conoscere più in profondità i protagonisti.

Insomma, compra il volume (non ricevo diritti di autore sulle ristampe, per cui non ci guadagno nulla, tranquillo: puoi comprarne anche solo una copia), leggi la storia e poi divertiti con gli extra on line. E goditi le altre tre belle storie che, manco a farlo apposta, sono proprio del genere che piace un sacco a me (e me le sto rileggendo con sollazzo)!

Un veloce ma bellissimo schizzo di Claudio Sciarrone realizzato a Torino nel 1995.
Un veloce ma bellissimo schizzo di Claudio Sciarrone realizzato a Torino nel 1995.

Altro ancora è qui: Presentazione (scritta quando la storia era “bloccata” dall’ufficio legale e la pubblicazione sembrava ormai impossibile). Articolo apparso su G&D. Appunti Preliminari: da 7 a 3 Samurai. Originale e Cloni. Documentazione. Ruoli e Interpreti. Schema della Struttura. Storyboard by Goria. Sceneggiatura by Goria. Matite (alcune) by Sciarrone. Disegni by Sciarrone.

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L’immenso Giorgio Cavazzano, che è un grande appassionato di cinema, avrebbe voluto farla lui,questa storia. Si consolò (forse) realizzandone la copertina per l’edizione francese.
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Versione francese che “mi valse” il “titolo” di “Grand Monsieur de la BD”… di cui vado particolarmente (e scherzosamente) fiero! 😉
Post pubblicato 2 anni fa alle 12:47, martedì 28 luglio 2015.
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Gianfranco Goria, grand monsieur de la BD

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Ok, magari ti fa sorridere, ma fa anche tanto “nemo propheta in patria“, trovare su una pubblicazione della Disney, in Francia, questo graditissimo attributo… Che, poi, elargitomi dai francesi, essendo io legato da profondo affetto per il fumetto francofono, beh… un po’ mi commuove, manco m’avessero dato il medaglione di Cavaliere delle Arti e delle Lettere dalla mano del Presidente. Merci beaucoup!

Quasi quasi me lo metto sul biglietto da visita. 🙂
Ok, scherzo, va bene, è ovvio che non merito alcun appellativo onorifico di sorta, in realtà, lo so, lo so. Però è stata davvero divertente, ‘sta cosa del Grand Monsieur de la BD, e, a dirla tutta, vista la mia stazza, Gros Monsieur forse era più adatto… 😉

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Qui venne ristampata la mia storia I Tre Samurai, disegnata da Claudio Sciarrone. La copertina è di Giorgio Cavazzano – colori di Cyrille Leriche – Mickey Parade Gèant, 11 settembre 2013

MPG336 - 8-9 - samurai

Post pubblicato 2 anni fa alle 17:15, venerdì 8 maggio 2015.
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Jacovitti rifatto

Goria copiava Jacovitti
Quando ero piccino mi divertivo a copiare l’immenso Jacovitti sui miei quaderni! Che bello! Che sensazioni! Ricordo ancora la colorazione coi pennarelli… blu e rosso, in particolare. E per avvicinarvi al tratto di Jac usavo il pennarello nero: allora non sapevo come lui realizzasse i contorni dei personaggi. Questi erano di Zorry Kid, serie pubblicata sul Corriere dei Piccoli.

Post pubblicato 2 anni fa alle 7:50, giovedì 19 marzo 2015.
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Ognuno ha i propri Topolino e Paperino

Topolino2
Pagina di storyboard per la storia I Tre Samurai, in seguito disegnata da Claudio Sciarrone

Negli anni novanta, quando lavoravo per la Disney Italia, ho dovuto offrire la mia personale versione di Topolino (e Paperino). Si sa che esistono tante versioni di un personaggio quanti sono gli autori (e, spesso, tante versioni anche per un singolo autore, man mano che invecchia, l’autore). Ed esistono tante interpretazioni di un personaggio quanti sono i lettori, perché ciascuno di noi ha le proprie piccole sfumature.

Io ero lettore di Topolino dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso (lettore poi di fumetto franco-belga e italiano, dall’inizio degli anni sessanta, e poi lettore di fumetto statunitense e tutto il resto). Questo mi consentì di arrivare alla scrittura Disney con una stagionata esperienza e una consolidata (quanto elastica) opinione. Il mio Topolino era una persona buona, attiva, naturalmente disponibile quanto lo stereotipo del bravo boy-scout, soggetta tuttavia anche a momentanee fasi depressive e a cadute di autostima recuperate però con discreta rapidità. Una fortunata produzione equilibrata delle endorfine, insomma. Molto simile a Tintin, scoprii molto più tardi. Il mio Paperino di allora era un essere umano sfaccettato, vagamente ciclotimico, con comportamenti comuni alla maggior parte della popolazione maschile umana, con sfasamenti imprevedibili nei livelli di serotonina. Decisamente simile al capitano Haddock (scoprii molto più tardi). Quando poi affrontai l’alter ego di Paperino, Paperinik, non potei evitare di farlo andare in crisi depressiva (prevedibile, in fondo, considerando la citata situazione della serotonina), a causa del suo insulso ruolo di difensore della legge e del patrimonio dello zio, tanto distante dalle sue origini di “vendicatore di se stesso” (ben più simile al giustiziere della notte, sia pure in salsa Disney, che non a un supereroe). Dovetti farlo andare molto lontano perché potesse ritrovare un senso alla sua mascheratura, un senso vero, finalmente una sensazione di vera utilità per la collettività pur se ben altra rispetto a quella paperopolese. Insomma, Paperinik, che in origine rappresentava il riscatto personale del papero (italiano e vessato – avrei considerato decisamente improbabile che il Paperino di Carl Barks diventasse Paperinik), si era nemmeno troppo lentamente trasformato invece in banale guardia notturna (con una contraddizione interna devastante dal punto di vista neurologico). Nella mia personale visione del papero, egli non ha potuto certo evitare di andare drammaticamente in crisi, per uscirne solo riscattando, finalmente, non tanto Paperino quanto Paperinik stesso, gettando la maschera (anzi, facendone qualcosa di meglio). Questa è una storia che non puoi aver letto e difficilmente leggerai mai. Ma se, per una qualche fortunata contingenza, ti capitasse l’occasione, riflettici su.
Nelle storie di paperi e topi (nelle storie in genere) c’è molto da scoprire sulla  natura umana individuale e collettiva, filtrata dalla personalità dell’autore e da quella del lettore. Non dico che leggendo (o facendo) fumetti si risparmia sullo psicanalista e sul neurologo (perché, quando la malattia è seria, leggere o fare fumetti non solo può essere praticamente inutile, ma può diventare quasi impossibile quanto fare qualunque altra cosa che prima della malattia ci piaceva tanto), ma prima che la faccenda diventi grave, forse un piccolo aiuto alla auto riflessione potrebbe anche darlo, chissà, magari quel tantino che basta per capire che è ora di andarci davvero, dal neurologo e… op-là, un’altra vita salvata, Topolino/Paperino!
Paperino2
[Attenzione: questa non è una rubrica di medicina curata da esperti scienziati – non prenderla sul serio!]
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Appunti stilati in Africa per la storia di Paperinik – il campo era in mezzo alla savana, fuori del circuito turistico, all’interno di un gruppo di biologi che si occupavano di biodiversità e delle prede dei grandi felini
Africa1
Appunti stilati in Africa per la storia di Paperinik
Post pubblicato 3 anni fa alle 8:33, domenica 16 novembre 2014.
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Chi si loda s’imbroda e i cocci sono suoi

Kliban_Cartoonist

Di fumettisti ne ho conosciuti tanti, nella mia lunga vita, per forza di cose.

Qualcuno ha fatto poco, talora solo una cosa, ma eccezionale.
Qualcuno ha fatto molto, ma niente che possa lasciare davvero un segno nella Storia.

Qualcuno si considera un Grande Artista e se la tira; inutilmente, giacché l’immortalità fisica non l’avrà – al massimo qualche suo lavoro resterà nella memoria per un po’ di tempo dopo la sua dipartita, ma niente più.
Qualcuno si considera un Grande Artista e invece è uno scarso artigiano.
Qualcuno si considera un artigiano e invece è un artista.
Qualcuno si considera un artigiano e lo è, e meno male che lo è, perché è un Grande Artigiano.
Qualcuno si gode il suo momentaneo successo (coi relativi momentanei vantaggi) e non se la tira.
Qualcuno si lamenta d’essere incompreso, a torto o a ragione.
Qualcuno è fuori di testa, ma è geniale. Qualcuno è fuori di testa e basta.

Insomma, c’è davvero di tutto, com’è normale che sia, visto che di esseri umani si tratta. Fragili creature che, a volte, danno tanto agli altri.
Molti di quegli artigiani del fumetto che non se la tiravano per niente, si sono meritati (che lo sappiano o no) la profonda e sincera riconoscenza di tanti loro lettori (non l’adulazione falsa di chi loda la persona di successo di turno), per i bei momenti che hanno fatto passare loro, e questa è la cosa migliore che ci sia.
Pochi, com’è normale che sia, che fossero artisti o artigiani, hanno dato anche un vero contributo di cambiamento all’arte del fumetto, e a volte non solo a quella.

Qualcuno è simpatico, qualcuno è decisamente antipatico.
Qualcuno è una brava persona, qualcuno è un essere orribile.
Qualcuno è nella media, come la maggior parte delle persone che popolano il nostro pianeta.

Sì, di fumettisti ne ho conosciuti tanti: erano esseri umani. E qualcuno resta nel mio cuore e nella mia mente con affetto e riconoscenza.
Grazie!

big_money_cartoonist

Gillott 1290 su Ken Muse - foto Goria
Pennino Gillott 1290 su volume dedicato al cartooning realizzato da Ken Muse. Ambedue mi furono tanto utili. Il libro mi fece scoprire tanti piccoli dettagli della professione di grandi autori, regalandomi gioia. Il pennino mi diede un sacco di soddisfazioni, regalandomi gioia anch’esso col piacere del disegno. Per cui questo mio scatto è un omaggio.Didascalia della foto su Flickr:
Il mitico pennino da cartoonist Joseph Gillott 1290 a punta ricurva (che si apre premendo e offre un tratto simile a quello di un pennello – che piacere, usarlo!) sulla copertina del raro volumone di Ken Muse, The secrets of professional cartooning del 1981. Click qui www.flickr.com/photos/gianfrancogoria/4782597744/ per il dettaglio della punta. Articolo su Ken Muse: www.afnews.info/wordpress/2010/07/ken-muse-e-i-segreti-de…Dati tecnici dello scatto: Realizzato con Nikon D300S, obiettivo Nikkor 60mm 2.8, ƒ/22.0, 59.9 mm, esposizione 1.6, ISO 200.

 

 

 

 

Post pubblicato 3 anni fa alle 11:17, domenica 17 agosto 2014.
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Luna, oh Luna!

Luna-2014-07-12

Questa era la notte della super Luna. Ma non è facile fare foto alla Luna… Se si fa una panoramica, sparisce, ovviamente. Sono le leggi della luce. Volendo, si fanno scatti diversi e poi un bel montaggio. Ma per stanotte niente montaggi in post produzione. Comunque ho fatto un tentativo, sapendo che ci sono altre due notti, più avanti, per averla così vicino alla Terra. Certo, disegnare renderebbe tutto più facile (ma richiede notevole abilità, anche questo, come si vede in coda a questo post)…

https://www.flickr.com/photos/gianfrancogoria/14451332958/

https://www.flickr.com/photos/gianfrancogoria/14451528867/

Questa mezza luna, di qualche tempo fa, è stata più semplice da realizzare. Ma non si può sempre far spostare il Sole per avere la luce giusta…

mezzalunahttps://www.flickr.com/photos/gianfrancogoria/2333913254/

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Post pubblicato 3 anni fa alle 23:35, sabato 12 luglio 2014.
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BAB raga

babRagaThe BABs are back! Dal mio cassetto dei fumetti, una vecchissima tavola della serie The BABs. Per la cronaca, ciò che sta suonando il BAB fachiro è un vero Rāga della musica classica indiana. Chi indovina qual’è?

 

Post pubblicato 3 anni fa alle 18:34, martedì 8 luglio 2014.
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Sperare posso sempre

Tintin-RascarCapac-Goddin Rintracciare i mie testi (su carta e/o in rete) non è semplice, per me. Dovrei dedicarci troppo del tempo libero che preferisco vivere in altro modo. Ma quando ne becco uno, lo piazzo qui, lo sai. Stavolta ho incontrato nel bel blog di Luca Boschi (click qui) questo mio vecchio commento (tutto il testo che segue in corsivo/italico) alla solita vecchia e ampiamente dibattuta (e superata ormai da tempo) questione di Hergé e del suo Tintin.

Sebastiano: beccato per caso, perché non sono sempre qui a leggere i commenti… Se vuoi chiedermi qualcosa su Hergé e Tintin, nei miei limiti, è meglio se mi cerchi su afNews o sul mio blog personale. Comunque, l’uso di quel tipo di lettering era piuttosto diffuso nella francofonia, tutto qui. E in quegli anni in Europa il fumetto era inteso per i bambini (anche se lo leggevano pure gli adulti): stiamo parlando del secolo scorso! Spennacchiotto: beccato per caso di nuovo pure te. Io non so se tu hai dei pregiudizi nei confronti di Hergé e/o della sua opera. Sarebbe un problema tuo, ovviamente. Se hai deciso che l’uomo o la sua opera sono “poco raccomandabili”, ok. E’ la tua opinione. La mia è leggermente diversa. Giustificazioni o spiegazioni, poco importa. La lettura delle opere (nelle loro diverse versioni) consente di farsi la propria opinione sulle opere. Sapendo che le persone cambiano, col tempo, se non si mummificano, e così le loro idee, e così le loro opere.

Non è strano che uno sia antieuropeista e poi diventi europeista, che uno sia omofobo e poi cambi e non lo sia più, che uno sia stato allegramente razzista e poi si renda conto che era una brutta cosa ecc. ecc. ecc. Su Tintin e il suo Autore non si può tirare giù un giudizio manicheo, ovviamente: è vissuto abbastanza a lungo da avere avuto periodi molto diversi fra loro, come (quasi) tutti noi (se non ci siamo mummificati prima). A valle di questo c’è il personaggio Tintin, che ha avuto la propria evoluzione (strettamente legata a Hergé, ai suoi collaboratori, alle sue frequentazioni, alle epoche che ha attraversato), fino a standardizzarsi nell’immaginario collettivo francofono, rappresentando, in quell’ambito, un valore positivo a se stante. Se anche Hergé fosse stato brutto sporco e cattivo (come purtroppo tanti dei nostri genitori e nonni, alcuni riscattatisi in seguito coi fatti, altri no), il suo personaggio ha comunque sviluppato, nell’immaginario collettivo francofono, una propria personalità e una propria scala di valori, che vanno sicuramente oltre quelli dell’uomo Hergé. E’ in genere così per qualunque autore. Una merda d’uomo può anche scrivere un capolavoro. Succede, è successo e succederà ancora. Persone squisite possono non aver mai scritto nulla. Ma queste potrebbero essere banali ovvietà, da ricordare oggi solo perché è il primo dell’anno. Resta il fatto che la valutazione sull’opera va fatta valutando l’intera opera e le sue fasi, nonché la mummificazione del personaggio (cioè il suo “congelamento finale” recepito dall’immaginario collettivo).

Nella mia analisi non vedo fasi naziste in Tintin, non ne vedo nemmeno di comuniste e quanto al fascismo (siccome siamo nella sua Patria), dovremmo prima intenderci bene su cosa intendiamo in Italia per “fascismo”. Mettere come finanziatore di una spedizione artica un ricco ebreo americano è “fascismo”? E’ automaticamente antisemitismo? Mostrare come gangster mafioso un italo-americano è “fascismo”? E’ automaticamente razzismo? Ecc.ecc.ecc. esaminando storia per storia, versione per versione. Mostrare personaggi afro-americani con i labbroni è “fascismo”? E’ automaticamente razzismo? O dovremmo parlare di “politicamente scorretto”?

Probabilmente (dovrei controllare) il termine non esisteva nemmeno… La gente d’Europa (e pure d’America e magari pure altrove) usava fare quotidianamente battute sugli ebrei taccagni (e gli scozzesi e i liguri), sugli africani tontoloni ma tanto bravi a ballare, sugli americani del nord gnoccoloni e boccaloni, sugli italiani ladri e mafiosi, sugli omosessuali, sugli zingari, su… Su tutto quello che era diverso da sé. E lo si faceva con estrema naturalezza, senza minimamente rendersi conto dell’orrore che si nasconde(va) dietro queste cose, in prospettiva. E, come dicevo, lo si fa ancora, persino oggi nei benestanti paesi occidentali e dopo due guerre mondiali e i campi di sterminio. Per lo meno, però, ora si sa che si sta facendo (o dicendo) qualcosa di “politicamente scorretto”. Quanti si rendono veramente conto dell’orrore che c’è dietro, nel desiderare la morte altrui, per giunta solo perché “diverso da sé”? Non lo so e posso solo sperare che siano sempre di più, per il bene della specie umana. A quei tempi invece nemmeno si poneva il problema, la maggior parte dei nostri recenti antenati. E’ orribile, a pensarci (e infatti ha generato mostri e mostruosità, e ancora lo fa), ma era così. A lato di tutto ciò sta la persona umana Hergé, individuo dalla psicologia complessa (come molti di noi), non riassumibile con una banale e comoda etichetta (come ciascuno di noi). Anche Hergé, se proprio si deve farlo, va analizzato in dettaglio, scoprendone le “epoche”: non era una personalità banale, sempre uguale a se stessa. Se volete farlo, si può agevolmente farlo, oggidì: i testi che vi ho indicato dovrebbero essere ampiamente bastanti per una analisi storica della personalità pubblica (e, in parte, privata) dell’uomo Hergé.

Potrete poi tranquillamente discuterne con i relativi autori, a partire da Peeters che è facilissimo da contattare in rete. Quanto all’opera, come dicevo, va trattata in modo analitico e cronologico, nonché per versioni. Più facile, ovviamente, è partire dalle ultime storie, perché hanno una sola versione. I Gioielli della Castafiore, per dire, per capire cosa pensa Tintin degli zingari e cosa ne pensava schiettamente il capitano Haddock prima di conoscerli di persona. I Picaros, per vedere quale opinione ha Tintin dei vari regimi sudamericani dell’epoca, delle rivoluzioni, delle multinazionali ecc. Tintin in Tibet, per capire quanto profondo sia il senso dell’amicizia per Tintin (e quali tremendi traumi psicologici stesse affrontando Hergé in quel periodo, coi suoi “sogni bianchi”). E via così, all’inverso fino all’insulsa storia dei Soviet, zeppa di luoghi comuni ma anche di drammatiche verità che avremmo conosciuto solo molto più tardi, ma nella quale l’ancora embrionale Tintin (molto più simile al primissimo Topolino che al se stesso di qualche tempo dopo) mostra comunque un’attitudine a contrastare la mancanza di libertà, sia pure in modo ingenuo.

Insomma, analizzare Tintin e Hergé è cosa complessa, da non liquidare in due parole. Ma temo sia poco divertente per gli italiani, che non ci sono cresciuti insieme. Altri sono i riferimenti nostrani: Jacovitti, per dire e tanti altri che, pure loro manco a dirlo, si sono “sporcati le mani” nel periodo in cui i nostri predecessori le mani pulite le avevano di rado, dal punto di vista del comportamento “politicamente corretto” e il rispetto della diversità era prerogativa di pochi, pochi davvero. Almeno ci servisse di lezione! Ma a sentire il tono dei TG e della Rete sembra che siano ancora in molti, a voler ripercorre le stesse strade. Quanti, non so. Posso sperare non diventino di nuovo troppi, com’è stato nel non troppo lontano passato. Non sono ottimista, ma sperare posso sempre.

Quello era il testo. La bibliografia cui accenno nel testo citato, non appare lì. Ma è presto fatta: leggere tutte le avventure di Tintin (nuova traduzione Rizzoli/Lizard e anastatiche in francese delle prime edizioni), leggere tutto il resto fatto da Hergé (ce n’è un bel po’…). Leggere le principali biografie fatte sulla base della documentazione, completa di carte personali e interviste a chi c’era, uscita negli ultimi anni: quella di Peeters, quella di Goddin, quella di Assouline e le interviste dirette di Sadoul (se ne può sentire l’audio nel documentario su Hergé di qualche anno fa). Utile anche la bibliografia di Soumois e la serie completa di Goddin “Chronologie d’une oeuvre”. Vuoi parlarne con me?!… Scherzi? Io avrei davvero altro da fare… Ok, va bene, proprio perché sei tu, ma solo dopo che hai letto tutto quel che ti ho consigliato, così non perdiamo tempo con frasi fatte e pregiudizi inutili, va bene? Bene. Intesi.

Post pubblicato 3 anni fa alle 18:35, domenica 1 giugno 2014.
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Prendere la vita con leggerezza

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Ne parlava Italo Calvino, con un’accezione positiva, e non sarà certo stato l’unico. In fondo, a suo modo, anche il Magnifico Lorenzo si rendeva conto che la vita va presa, oltre che per quel che è, con una certa leggerezza, tanto più che “del doman non v’è certezza”, o quanto meno, l’unica certezza sembra essere la disaggregazione degli atomi aggregati del nostro corpo.
Ma chi avrebbe potuto essere particolarmente vicino a quella sana filosofia di vita era, a mio avviso, il Paperino di Carl Barks. Anche se poi il suo carattere, vagamente ciclotimico all’epoca, lo portava troppo spesso a gettarsi (o trovarsi coinvolto, o a farsi coinvolgere) in mille avventure movimentatissime, in decine e decine di mestieri diversi praticati di solito con successo e abilità particolare pur se complicati, frenetici o faticosi, o a prendersela oltre misura per cose per cui non val proprio la pena, salvo tornare, alla fine, alla sua lievità di fondo. E non mi riferisco alla sua saggia tendenza al riposo (però più desiderato che praticato, nelle vivaci storie di Barks, essendo di fatto tutt’altro che uno scansafatiche), ma proprio alla sua filosofia di vita, che gli consente di godere delle piccole cose, pur puntando spesso molto in alto.

Personalmente, a prendere la vita per quel che è, e con leggerezza, ci ho messo molto. Anzi, troppo, ma va considerato che sono stato un de-mentalista per molti decenni, e questo non aiuta…

Che poi, uno si chiede, ma a che scopo cercar consolazione in fantasie arzigogolate (che siano religioni, superstizioni, esoterismi, complotti e altre simili amenità) quando la Meraviglia della Vita è costantemente sotto i nostri occhi, anzi, a portata di tutti e cinque i nostri sensi (che, per la cronaca, sono più di cinque). Insomma, perché cercar rifugio in supposti sesti, settimi e ottavi sensi, quando spesso non si gustano a fondo nemmeno i cinque sicuri che abbiamo a disposizione quotidianamente? Forse il motivo è il solito: siamo dotati di cervelli fantastici ma decisamente imperfetti e spesso pure mal funzionanti. Per cui facciamo un sacco di scelte assurde e sconvenienti, invece di goderci la Meraviglia che abbiamo sotto il naso.

popeye_yam1Per non parlar della riduttività di affibbiare a un deus ex machina la creazione (e/o la gestione e/o altro, a seconda dei gusti, dei tempi, dei luoghi, delle varie credenze) dell’universo, quando è molto più emozionante limitarsi ad ammirare l’esistente, senza frullarsi il cervello per inventare risposte che al momento non abbiamo o non siamo in grado di trovare. Un meraviglioso universo con meravigliose forme di vita sparse qua e là, non create da uno che, essendo onnipotente, onnisciente e onniqualunquecosa, la fa facile a creare universi: è un Dio! Molto più impressionante e magnifico è il pensiero che non ci sia alcun Creatore Supremo dietro tutto ciò. Ma de gustibus: tanto quel che noi crediamo non conta proprio nulla. La realtà non muta per far piacere a noi. E’ quel che è, e questo è tutto quel che è (sì, sto citando Braccio di Ferro).

Assurda, inutile e altrettanto quasi irrefrenabile, la nostra necessità di mettere etichette a tutto, forse solo per sentirci più “sicuri”, più “padroni” della nostra vita. Pia illusione necessitata da profonda insicurezza, direi, a naso.
Non basta appiccicare l’etichetta “Dio”, o qualunque altra, a quel che non ci quadra, per sistemare le cose a nostro piacimento e consolazione. Forse dovremmo imparare a etichettare umilmente solo quello che siamo davvero capaci di “capire”, di “scoprire” sul serio, e lasciare senza etichetta ciò che (ancora) ci sfugge, limitandoci, nel frattempo, a godercelo. Se poi la ricerca avrà successo, metteremo con soddisfazione una nuova etichetta, a solo nostro uso e consumo naturalmente (giacché alla Realtà non servono etichette per esistere), altrimenti, semplicemente, andiamo avanti con determinata leggerezza a goderci l’universo meraviglioso di cui facciamo parte e, se ci diverte e ci fa piacere, a cercare di svelarne gli altrettanto meravigliosi meccanismi.

Tanto più che spesso mettiamo etichette sbagliate (oltre a quelle inutili o superflue), perché, invece di affidarci a una ricerca seria e approfondita e più volte sottoposta a verifica secondo un metodo scientifico, etichettiamo sulla base delle nostre personali percezioni, famose per essere, oltre che facilmente ingannabili, tutto men che assolutamente precise e infallibili… Che tontoloni, eh? Yuk!

Come, non ti è chiaro?
Ti faccio un esempio. Vieni a fare una seduta spiritica con me e il tavolo rotondo che usiamo all’uopo a un certo punto salta su violentemente, per ricadere e spaccarsi. Data l’atmosfera complessiva in cui eravamo, e la fiducia che hai (mal) riposto in me, tu, invece di farmi pagare i danni per il tavolo rotto, ti convinci che abbiamo davvero evocato una entità sovrannaturale che ha causato il danno (e, per giunta, non sai come fare causa a uno spirito disincarnato…). Visto come è stato facile ingannare le tue percezioni, dirigerle verso una conclusione irrazionale e (volutamente) condizionata? Ci hai persino messo del tuo, per convincerti della concretezza di quel che, invece, era solo un facile imbroglio, perché, in fondo, dentro di te volevi con tutte le tue forze che esistesse davvero, un’entità disincarnata e tutto quel che ne consegue. “Siamo fragili creature, come dice spesso Gianfranco Goria…” E tu sei persino uno con il cervello normo funzionante, nella media. Pensa uno (come son stato io per lunghi decenni) con la chimica del proprio cervello vagamente sfasata qua e là (per mille diversi motivi, tutti molto concreti e scientificamente verificabili, purtroppo). Non così tanto sfasata da sembrare un pazzo (o da essere davvero molto fuori di testa), ma quanto basta per avere di tanto in tanto qualche percezione alterata, per dirne solo una. Quanto basta per poter poi credere (anzi, per voler credere) a qualsivoglia cosa, dimenticando (intenzionalmente? involontariamente? condizionatamente?) di sottoporre ogni faccenda a una seria ricerca con metodi scientifici, fatta da persone terze e non coinvolte emotivamente. “Chiamate la Scientifica!”

Oh, per carità, lo so benissimo che molto spesso si ha bisogno di irrazionalità e fantasia. Solo che dovremmo poter distinguere, e non sempre e non tutti ci si riesce… “siamo fragili creature”.

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Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore – Italo Calvino

Post pubblicato 3 anni fa alle 15:38, domenica 18 maggio 2014.
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Fumetti da Partigiani

FumettiPartigiani

Ieri abbiamo festeggiato il 25 Aprile al rifugio partigiano Detto Dalmastro, in Val Maira. La giornata era piovigginosa e inadatta alle belle foto, tuttavia ho fatto la consueta raffica. Tra le tante, ecco quella al bel volume di Gaspa e Niccolai (con interveniti di Giorello e Boschi), Per la Libertà, dedicato ai fumetti sulla Resistenza. Consigliato. Fa piacere trovarlo in un rifugio dei partigiani… Dove, peraltro, c’è anche un volumetto firmato Ghigliano e Tomatis, per dire… Per vedere tutte le foto, belle e brutte, fatte al rifugio, fai click qui. In quei locali ci starebbe bene una piccola mostra permanente con una selezione di fumetti a tema, non trovi? Magari fatta alla buona, senza tante pretese da “esperti”. Insieme a salumi e formaggi e del buon pane e vino. Da parlarci su mangiando e ricordare.

GhiglianoTomatisResistenza

Post pubblicato 3 anni fa alle 12:41, sabato 26 aprile 2014.
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Il razzismo è una malattia curabile?

Spirit-Eisner-Ebony Un fan di Star Wars o di Star Trek (et similia), come può essere razzista? Ha visto (sia pure in fiction) che non è la provenienza o l’aspetto a fare la differenza negli esseri viventi. Ma pure un comune abitante della Terra dovrebbe sapere che la bellezza sta nella diversità e nel mutamento continuo, che sono le caratteristiche della Vita. Allora, come mai ci sono persone afflitte dal razzismo (e che, di conseguenza, affliggono gli altri col proprio razzismo)? Dal mio personale e limitatissimo punto di vista, il razzismo sembra essere una sorta di malattia mentale, o neurologica che dir si voglia, una alterazione cerebrale, una roba del genere che rappresenta un rischio letale per la sopravvivenza dell’umanità, perché chi ne è afflitto vorrebbe che tutti fossero fatti con lo stampino, tutti “sostanzialmente uguali” (a se stesso, ovviamente) e questo porterebbe alla fine della diversità e del mutamento che non sono solo la base della bellezza, ma l’essenza della possibilità di sopravvivenza di una specie. Pure pare che alcuni non riescano a superare il proprio razzismo, una sorta di enorme paura inestinguibile e atavica nei confronti di tutto ciò che anche solo sembri diverso da sé. La paura porta facilmente all’odio e alla violenza, come apparente unica risposta possibile al proprio tormento interiore. Un disastro distruttivo e auto distruttivo. Ma si può curare? Razzismo, sessismo, estremismo, integralismo, specismo ecc… Non sono semplicemente “opinioni diverse”. Mi pare siano piuttosto empatia danneggiata in modo pericoloso per la collettività, oltre che per gli individui. Cervelli mal funzionanti? Sono riparabili? Un bel quesito cui sarebbe opportuno dare risposta prima che sia troppo tardi. IMHO, naturalmente. [La copertina in cima all’articolo è relativa alla serie Spirit di Will Eisner e al “sospetto”, di cui si dibatté in passato, che l’autore non fosse stato politically correct nel rappresentare Ebony, il personaggio dalla pelle scura, con un “eccesso di caricatura razziale”, come peraltro era, ahinoi, ampiamente d’uso all’epoca della creazione di quel personaggio. Ma questa è ancora un’altra storia. Quella degli stereotipi, anche i peggiori, che hanno fatto parte del bagaglio, grafico e concettuale, pure dei migliori autori, spesso “solo” perché hanno vissuto in tempi e luoghi in cui questi stereotipi pericolosissimi facevano parte del “senso comune” e i loro “limiti individuali” non consentivano, a persone peraltro intelligenti, di afferrare l’errore (e l’orrore che vi è insito). Cosa che dimostra ancora una volta come senso comune e buon senso siano due cose molto diverse. Ho usato il passato (“hanno fatto parte”), ma, purtroppo, non tutti hanno capito di avere sbagliato e di aver di fatto lavorato per il lato oscuro. Diversi sì, e lo hanno ammesso, cambiando atteggiamento in modo radicale, dimostrando di essere umani. Altri no. Altri, addirittura, sono razzisti anche oggidì, in vario modo, e rientrano tour court nel discorso che ho fatto nella prima parte di questo post, in questo mio diario psicoterapeutico.]

Post pubblicato 3 anni fa alle 18:11, lunedì 14 aprile 2014.
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Malattia Vecchiaia Morte

topolino_suicidio_1930

Sì, ricordi bene, ne ho parlato tempo fa, di malattia, vecchiaia e morte (click qui), notando come questi tre aspetti del Mutamento, di quella malattia degenerativa e incurabile (nonché inesorabilmente letale) che è la Vita, avessero stimolato Siddharta a cercare un rimedio, diventando poi il Buddha. Il tutto detto con affetto e enorme gioia di vivere, si capisce, anche perché, dopo la cura chimica per la mia depressione, la defunzione (auto)inflitta anzitempo non è più il primo (e praticamente l’unico) dei miei pensieri (com’era invece tragicamente allora, per via della malattia che devastava le mie funzioni cerebrali), ma al massimo una necessità indesiderata nel caso si dovesse salvare qualcuno che merita di vivere ancora, o una soluzione pietosa per me stesso nel caso ce ne fosse davvero bisogno. E sì, la morte, nello specifico, è anche omicidio e suicidio, argomenti di solito evitati come la peste nei fumetti per bambini e ragazzini, oggidì. Ma una volta il “politically correct” non era di moda, e così capitava che anche gli aspetti più sgradevoli della vita facessero capolino nelle avventure, realistiche e anche umoristiche, oltre che nelle vignette dissacranti. Che fosse meglio allora, quando si poteva parlare (quasi) di tutto e scherzarci su e nel contempo ragionarci (a dirla tutta, però, il problema ce lo si faceva anche allora, come leggerai nel link seguente), o oggi che, spesso (per fortuna non sempre), si fa finta che non esista nulla di brutto solo per non correre il rischio di commettere il reato di induzione al suicidio o all’omicidio (per dire), quando in realtà la vita, le sue “brutture” tragiche le sbatte in faccia a tutte le età, comunque, ogni giorno? Chissà. Magari, come al solito, una via di mezzo condita da molto (raro) buon senso, potrebbe andar bene. Mentre ci rifletti (poi mi fai sapere), puoi leggere il commento alla vignetta col Topolino suicida per delusione d’amore facendo click qui. Giusto per la cronaca, nei fumetti di Tintin (solo per fare un esempio che conosco bene) la morte e il suicidio appaiono da tempo immemore. Storie così possono essere usate per ragionarci su coi propri figli. Forse non è facile, ma penso che sia doveroso, affrontare tutti gli argomenti della vita, nel modo migliore possibile.

Post pubblicato 3 anni fa alle 19:26, sabato 5 aprile 2014.
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Fumetto su Fumetto…

Tintin in guerra su Crepax Off-Side

La serie di fotografie Fumetto su Fumetto (click qui – puoi ingrandire le foto e scaricarle senza sovraimpressioni) si arricchisce, di tanto in tanto, anche per banale necessità giornalistica. Oggi ho pubblicato un pezzo sulle prime edizioni di alcune avventure di Tintin (click qui – esce fra qualche giorno) e ho colto l’occasione per uno scatto. Lo sfondo è la mitica rivista Off-Side: roba del secolo scorso… Ho scelto le pagine con un’avventura fantascientifica di Guido Crepax. Le prime pagine, invece, le ho usate come sfondo per i deliziosi albi editi da RW di cui parlerò su www.afnews.info più avanti. Divertiti.

Linea Chiara su Off-Side

Post pubblicato 3 anni fa alle 18:43, domenica 16 marzo 2014.
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Attento Capitano!… Troppo tardi…

DSC_8034 Haddock - Affaire Tournesol - Lancia Aurelia 1953

Essendo Fumetto e Fotografia un paio delle tante cose che mi piacciono e che mi consentono di entrare in contatto con la bellezza, non è strano che ogni tanto le due passioni s’incontrino. Lo faccio, per puro diletto, con la mia serie di scatti Fumetto su Fumetto, nei quali almeno due fumetti (non necessariamente parenti) s’incrociano ad arte o per caso. Mi piace, per dire, mescolare la tridimensionalità di pupazzetti et similia, con la bidimensionalità del fumetto su superficie piatta (che però spesso io “curvo”, quasi a ricordarmi che anche lo spazio è “curvo”, ma questa è un’altra dimensione del pensiero). L’esempio di oggi è il risultato (come sempre) di uno studio preliminare, con tutta una serie di scatti di prova, per mettere a posto le luci, le posizioni, l’effetto finale, la prospettiva, utilizzando materiali che ho in casa. Il modellino è della serie “en voitoure, Tintin – Atlas” e rappresenta la Lancia Aurelia del 1953 (Pinifarina), guidata dallo spericolato milanese Arturo Benedetto Giovanni Giuseppe Pietro Arcangelo Alfredo Cartoffoli che investe in pieno il capitano Haddock, il famoso amico di Tintin. Episodio tratto da L’Affare Girasole, che si svolge in Svizzera. Lo sfondo, invece, è tratto da Il Marchio Giallo di Edgar Pierre Jacobs, vicenda londinese per eccellenza, e l’ho scelto per dare al momento una ambientazione in notturna (a differenza della situazione originale). L’immagine è quella del calendario 2014 e l’ho curvata fisicamente per “inglobare” il modellino. Ci vuole un po’ per arrivare all’immagine che nella mia testa è “quella giusta”, quella che “mi piace”. Quando ci riesco provo una bella sensazione, come se fossi riuscito a “vivere” un altra avventura. Tutto è statico, in realtà, ma lo scatto, col taglio scelto, offre alla fantasia un’idea di movimento. Cosa ho usato per la foto? Una Nikon D300s con un vecchio 60mm macro (mi piacciono i piccoli dettagli) della Nikkor, luce naturale dalla finestra più un colpettino di lampeggiatore. Altri dati, per i più esperti, si trovano facendo click qui nella sezione dati Exif, ma se a te basta così, goditi l’immagine e… sogna.

Post pubblicato 3 anni fa alle 13:56, domenica 9 marzo 2014.
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Se hai la puzza sotto il naso, non senti i profumi

UltraPanini-rit

“Decine e decine di anni per portare il fumetto anche in libreria (come nella francofonia) e il risultato è… che ci è arrivato il graphic novel.” Questo potrebbe sembrare, in effetti. Poi la realtà è, come sempre, più variegata, ma l’effetto pare questo: in edicola ci sono i fumetti, in libreria i romanzi a fumetti. La verità è che ci sono fumetti qua e là, e basta. Ma il rischio è di “nobilitare” ciò che si trova in libreria e “denobilitare” ciò che è in edicola, facendo quindi passi indietro di decine e decine di anni, giacché questa era la situazione, allora. Che la letteratura era in libreria e la robetta in edicola. Invece no. In edicola si trova dell’ottima letteratura a fumetti (e altrettante cose di scarso valore), proprio come in libreria. Sì, perché (e lo sa bene chi frequenta la letteratura scritta) non basta trovare uno spazio espositivo in libreria per trasformare la propria opera in un capolavoro. Sui nobili scaffali ci sono alcune opere eccelse e tantissime robette da un tanto al chilo. Ciò detto, è il caso di ricordare che anche le “robette da un tanto al chilo” hanno tutto il diritto di esistere e non solo perché la loro presenza consente un paragone con le vette della narrazione, ma perché non sono solo i capolavori a dare gioia ai lettori.

Per fare un esempio, era il buon diavolo Geppo a darmi sollievo e un sorriso, quando andavo a fare i periodici prelievi di sangue da bambino, mica la Divina Commedia. In questo caso, la mia maggiore riconoscenza va agli autori di Geppo, non a Dante Alighieri. E questo vale in generale, per ogni forma di narrazione et similia. E, all’interno delle forme, vale per i generi: non è che horror, noir, giallo, spionaggio e fantascienza, valgano meno di poesia e romanzi di formazione, per dire.

D’altronde, si sa, vivere con la puzza sotto il naso, impedisce di sentire i profumi del bosco.

Persino un fumetto mal disegnato può dare tanto. Persino un fumetto scritto alla buona, può salvare una giornata. Questo non toglie che le differenze di qualità esistono (tant’è che parlo di “mal disegnato” e di “scritto alla buona”), ma gli esseri umani non hanno bisogno solo del top, bensì anche delle piccole cose (quelle che, magari, gli “intelletualoidi” snobbano), quelle meno belle, magari bruttine guarda un po’. Le persone hanno bisogno di trovare una rispondenza ai propri sentimenti. Da qui l’importanza vitale della cultura popolare (quella che, come ho avuto modo di dire in altre occasioni [click qui], sembra essere spesso poco valutata nel nostro nobile Paese dal glorioso passato artistico e culturale, e maldestramente collegata solo alle “tradizioni popolari”, che sono altra cosa) che offre a ciascuno il suo. I sentimenti e le emozioni sono la cosa più importante, per noi esseri umani. C’è poco da girarci attorno: viviamo di emozioni e sentimenti, qualunque cosa siano in realtà. Reazioni chimico-elettriche del nostro cervello tutt’altro che perfetto? Eh, va bene. Qualunque cosa siano, sono la nostra vita. E se la viviamo con la puzza sotto il naso, non possiamo godere dei suoi profumi, delle piccole cose, delle robette che ci danno gioia, delle cose bruttine e sempliciotte che ci fanno pensare, dei racconti approssimativi che ci fanno viaggiare con la mente, delle cose belle che non stanno in libreria, delle cose un tanto al chilo che stanno in libreria e che forse possono trovare la porta giusta dentro di noi.

Post pubblicato 3 anni fa alle 11:09, domenica 2 marzo 2014.
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Tutto passa

PantaRei-fotoGoria

Panta rei. All things must pass. Ecc.
Il Mutamento continuo è la costante dell’Universo che abitiamo. Vita è il nome che gli diamo di solito. Morte è il nome che diamo a un suo naturale aspetto, ma è una fase del Mutamento che (come malattia e vecchiaia) apprezziamo molto meno, di solito, quando non lo temiamo perché rappresenta, per ora, un’incognita assoluta. Malattia, Vecchiaia e Morte sono i tre aspetti del Mutamento (o Vita, se preferite) che convinsero il giovane e benestante Śākyamuni (शाक्यमुनि, o Siddhārtha Gautama – सिद्धार्थ गौतम – se preferisci) a intraprendere il lungo cammino che lo portò a diventare universalmente più noto come il Buddha (बुद्ध), nel tentativo di trovare un rimedio permanente a quelle tre disdicevoli fasi del Mutamento (o Vita, come si diceva) e a quella, aggiuntiva e decisamente meno verificabile (a meno che non si consideri solo il riciclo dei componenti atomici dei nostri corpi), della continua e inesorabile Rinascita (concetto locale, ormai globalizzato, di un certo interesse filosofico, ma che richiederebbe un ragionamento a parte).
Così, se dobbiamo affrontare noi cose del genere, càpita anche ai siti internet, pur se corposi e magari utili alla collettività. E’ stato il caso del bel sito dedicato a Tintin, chiuso dall’autore perché a suo tempo sottoposto a stress eccessivo dai titolari dei diritti sul personaggio. Sito morto, ma non sparito, perché altre anime pie hanno provveduto a farne copia, così che almeno i suoi contenuti non sparissero come lacrime nella pioggia. E’ stato il caso, ben più drammatico, anzi tragico, del sito Toonopedia, altra vera enciclopedia in linea che si è bloccata con la morte dell’autore. Tempo dopo la vedova ha ripristinato la presenza in rete di quella gran mole di materiali, ma non essendo in grado di seguire il sito, nella rete si è posto il quesito: chi se ne farà carico? Anzi, meglio, ci sarà mai qualcuno che se ne occuperà, o morirà di nuovo dopo essere brevemente rinato? Certo, per chi ama qualcosa, sapere di perdere tante belle e preziose informazioni suona drammatico, ma se comunque chi vive deve adeguarsi a sopportare i buchi incolmabili della tragica perdita dei propri cari, cosa sarà mai perdere un po’ di dati? Senza contare che questi dati, con adeguata fatica, si possono riassemblare, mentre i nostri affetti… E qui sta la differenza fra dramma e tragedia.
Ma, mentre ci rifletti su, puoi andare a visitare i due siti citati, l’uno e l’altro, ed estendere la riflessione alle transitorie cose del nostro mutevole mondo.

Post pubblicato 3 anni fa alle 9:59, domenica 9 febbraio 2014.
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