Musica e parole. Eh.

Moltissimi anni fa, praticamente un’altra vita, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del millenovecento, noi si suonava e scriveva musica e testi per il gruppo nato (come usava all’epoca) sui banchi di scuola. Yeah.

Gianfranco 1970
Sì, ero così, quando suonavo coi miei amici.

Un giorno, mi pare in concomitanza con uno dei nostri concerti, il nostro flautista (o era il percussionista? E’ passato tanto di quel tempo… ma erano bravi tutt’e due, loro – io decisamente meno) si lasciò sfuggire quello che per lui era il titolo di uno dei nostri brani: “Il male della gioia”. Va da sé che scoppiammo a ridere, cercando di spiegargli che il titolo era sempre stato, ma proprio sempre, fin dall’inizio, “Il mare della gioia”… Alla fine capì, accettò, e continuò a suonare bene esattamente come prima, come niente fosse. Ovviamente. Eh.

Per carità, la distanza fra la L e la R, glottologicamente parlando, non è un granché (c’è una piccola differenza nel posizionamento della lingua sui denti davanti), tanto che, per secoli, ha segnato la differenza tra Cina e Giappone, per quanto riguarda la tradizione fonetica, laddove la R veniva pronunciata più come una L e appena al di là del mare succedeva l’esatto contrario, con la L pronunciata come fosse una R. Poco male, se comunque ci si capisce. Perché questo, in fondo, è il punto. Eh.

Ma quando il senso cambia del tutto? Buffo, eh? Il linguaggio che contava davvero, per il nostro compagno, era quello della musica, non le parole. Con quello non faceva errori, no. Eh.

Poi c’è il caso in cui alle parole si dà un significato diverso a seconda della persona cui sono attribuite. Idiozia, vero? Certo, si annulla il raziocinio, momentaneamente. A volte anche per più di un momento, purtroppo.
Così può capitare che se un bambino dica “far del male, è male“, ci si rida su. Se la stessa identica frase è attribuita a uno cui (a priori) diamo credito, la inquadriamo (e, ahinoi, verrà sparata in rete in bocca a un pupazzetto o con dietro un bel panorama o la figura di quella persona, magari con aureola, o magari con la figura di un’altra persona che non c’entra nulla…).
Chi l’ha pronunciata, questa frase? Einstein? Il Profeta? Newton? Buddha? Hawking? Gesù? Rita Levi Montalcini? l’A.I. che risponde per conto di afNews.info? Un bambino? Un capo religioso? Uno che dice banalità? Un genio? Un malato mentale? Te lo dico in fondo al post… Eh…

Ecco, il punto, qui, è che non ha nessuna importanza chi lo ha detto. Conta solo come quelle parole agiscono su di te. Come ci ragioni su. Come ti cambiano, se ti cambiano (ma un po’ ci cambia qualunque cosa, mi sa). Eh.

Se pensi le abbia dette uno in cui “credi”, annulli il raziocinio e le prendi per buone, a priori. Se ignori chi le abbia pronunciate, e perché, e in quale ambito, forse hai più possibilità di analizzarle con raziocinio. Direi. Tu che ne pensi, eh?

Prendi una frase del tipo “Ogni infedele uccidere, no amare, che tu faccia, Egli vuole.“, se pensi l’abbia detta qualcuno in cui credi, sospendi il raziocinio e la consideri cosa sacrosanta. Se l’ha detta qualcuno che non conosci, la valuti, ci ragioni su e concludi che è una scemenza, pericolosa per la convivenza civile e per la stessa sopravvivenza della specie umana.
Tanto più che “infedele” che cavolo vorrà mai significare? Può avere un senso diverso per ciascuno, a seconda delle proprie credenze o non credenze, e persino del contesto.
Per non parlar del fatto che la frase può essere stata trascritta in modo sbagliato (è sempre successo alla grande – persino dal vivo, pensa al mio compagno di band, figurati su testi vecchi, trascritti mille volte)… “Ogni infedele uccidere no, amare, che tu faccia, Egli vuole.” ed è già un’altra cosa. Una virgola… Eh…

Con le parole è così. A volte basta una virgola. Troppo spesso basta sospendere il raziocinio. Per sicurezza (di tutti, anche tua) sarebbe meglio non sospendere mai del tutto il raziocinio e analizzare le parole come se non sapessi da dove arrivano. Non è facile, eh?
E ci sono anche i sentimenti, certo, e le emozioni, e la chimica del cervello (che è quel che è, si sa), siamo umani, fragili creature, ma occhio alle parole, ché possono essere armi assai affilate. Eh.

Musica - foto Gianfranco Goria - afnews
Il linguaggio della musica – foto Gianfranco GoriaMusica – foto Gianfranco Goria – eh.

Sì, la frase citata è mia. L’ho scritta poco fa, apposta per questo post.
E allora? Che differenza fa? Di per sé ha senso o no? Ti dice qualcosa? Ti cambia? Non ti cambia? E chi sono io? E cosa sono io? Eh? Eh… Ehehehhehehhehehhehhehehehe!